Sulle ragioni del progressismo economico

di Michele Ballerin.

"Diritti ORA!" di RedGlow82

Ricapitolare in un articolo le ragioni del progressismo – un argomento per cui non basterebbe un libro – è evidentemente una pretesa assurda. Ma la sfida lanciata da Micromega e rilanciata da iMille è troppo ghiotta per lasciarla cadere: vogliamo raccoglierla e tentare l’impossibile, con l’unica concessione di affrontare il problema soltanto dal suo lato economico (del resto, il più scabroso dei suoi lati). Il concetto di politica progressista mantiene una spiacevole ambiguità soprattutto nelle sue implicazioni economiche, ed è qui in particolare che serve fare chiarezza.

Lo faremo muovendo dall’assunto che qualsiasi veste il progressismo voglia darsi dovrà coincidere con una qualche forma di liberalismo. Ogni opzione illiberale è esclusa a priori: la lasceremo senza rimpianti nel secolo scorso. Non che questo chiarisca tutto. Come la parola “amore”, anche la parola “liberalismo” è soffocata da un’enorme congerie di significati, alcuni dei quali così diversi tra loro da riuscire inconciliabili. Ma si dovrebbe essere comunque unanimi nel riconoscere che la missione del liberalismo, da un punto di vista sia storico che teorico, è di realizzare e garantire la massima libertà possibile per ogni persona, dove “massima” si intende nel senso dell’ottimo paretiano: la libertà di ciascun cittadino spinta fino al limite oltre il quale si potrebbe estendere solo a scapito della libertà di un altro.

Sul piano economico si è oggi abbastanza concordi (non lo si era, ad esempio, un secolo fa) sul fatto che la “libertà” può coincidere solo con un certo grado di benessere materiale. Un cittadino può dirsi sufficientemente libero a patto di percepire una qualche forma di reddito minimo, al di sotto del quale dovrebbe piuttosto considerarsi schiavo delle necessità materiali: un reddito che gli consenta quindi di estendere il raggio delle proprie attività ad ambiti che non riguardino il soddisfacimento dei bisogni primari.

Sorge qui subito un problema che riguarda l’economia di mercato, cioè la forma di economia che meglio si concilia con il liberalismo politico. L’essenza del liberalismo, si accennava, è nella sua funzione di garanzia. Fra tutte le forme di economia finora sperimentate l’economia di mercato è quella che garantisce la maggiore libertà economica dei suoi agenti e anche quella che produce maggiore ricchezza; tuttavia non può garantire che tale ricchezza sia distribuita in modo da assicurare automaticamente ad ogni cittadino quel reddito minimo che darebbe sostanza alla sua libertà. Ci sono casi in cui la meccanica del mercato assicura profitti a una porzione di cittadini ma può comprimere, fino a stritolarla, la libertà materiale di altri. In breve: il mercato non garantisce i redditi di tutti. Se il problema non sorgesse non sentiremmo la necessità di una politica economica progressista. In realtà, non occorrerebbe neppure una politica economica. I liberisti avrebbero ragione.

Questo è solo un esempio di una circostanza più generale: il fatto che le finalità del mercato (che si risolvono nel conseguimento di un certo numero di profitti privati) non sono sempre in armonia con le finalità della società che lo ospita. Un altro esempio è dato dall’emergenza ambientale, nella misura in cui possiamo attribuirne le cause a determinati prodotti o modi di produzione: le scelte orientate al profitto dei singoli attori del mercato non permettono al mercato in quanto sistema di rilevare il problema e mobilitarsi per rimuoverlo. Poiché tuttavia la società liberale esiste anche per preservare la salute e la sicurezza dei suoi membri (senza cui la loro libertà risulterebbe menomata), vediamo anche qui sorgere un conflitto tra i fini del mercato e quelli della società, e ci aspettiamo che quest’ultima intervenga forzando gli attori del mercato a modificare certi comportamenti: obbligando, poniamo, i produttori di automobili a installare dispositivi catalitici sui loro prodotti. Ancora una volta potremmo dire che il mercato da solo non riesce a garantire che il corpo sociale funzioni in maniera soddisfacente, e può invece diventare un ostacolo al suo funzionamento.

Vale la pena di spendere due parole su perché questo avviene. La ragione fondamentale è che il mercato è senz’altro in grado di autoregolarsi in una certa misura, come sostengono con buone ragioni i pensatori liberisti, e anzi può essere considerato in linea di massima un ecosistema, nel quale ogni variabile tende a trovare spontaneamente un accordo funzionale con ogni altra; però non è in grado di dirigere se stesso in quanto sistema. Ha un’elevata capacità di adattamento interno, nel senso che i suoi elementi sono in grado di adattarsi reciprocamente fino a raggiungere un equilibrio soddisfacente nel conseguimento dei rispettivi fini, ma ciò non vale per il mercato nel suo complesso: la somma dei singoli adattamenti interni al sistema non garantisce ancora un adattamento soddisfacente del sistema stesso, i cui fini (legati al profitto privato) possono trovarsi in conflitto con i fini che la società si pone. Una società liberale – una società che persegue l’obiettivo della massima libertà socialmente compatibile per i suoi membri – non ammetterà che i redditi dei suoi cittadini siano depressi oltre un certo limite, né che il loro benessere (e con ciò ancora una volta la loro libertà) sia compromesso da un deterioramento delle condizioni ambientali, e così via; allora la società dovrà intervenire per mezzo del suo braccio legale: lo stato.

Non potendo confidare nella capacità di autoregolazione del mercato, ne deriva la necessità di governarlo stabilendo regole che ne correggano le dinamiche in tutti i casi in cui la sua tendenza sia di comprimere i redditi oltre il limite accettabile o di danneggiare in qualsiasi altro modo il benessere e la libertà dei cittadini. Piegare il mercato, senza spezzarlo, ai fini generali che la società si prefigge: in ciò consiste la missione economica del liberalismo, e quindi anche del progressismo correttamente inteso. Se un governo liberale non adempie a questa funzione, permettendo l’impoverimento di alcuni strati sociali, si può dire che la società stessa sta negando i propri princìpi e sta venendo meno al proprio mandato: la condotta di quel governo può essere considerata, dal punto di vista del liberalismo politico, illegale.

In pratica tutto ciò significa che a differenza del liberista, con la sua fede assoluta nella capacità di armonizzazione spontanea del mercato con la società, il liberale si darà come obiettivo politico economico il conseguimento di un reddito minimo per ogni cittadino – quello che potremmo chiamare un benessere diffuso – secondo i mezzi che di volta in volta gli si offrono: perseguendo in primo luogo l’obiettivo della piena occupazione, e servendosi, finché non sia possibile raggiungerlo, di tutti gli altri strumenti di cui dispone, che si tratti di ricorrere a una perequazione fiscale o di indirizzare gli investimenti pubblici e privati verso determinati settori piuttosto che altri, o di qualsiasi altra strategia economica. L’unico limite è dato dall’esigenza di non compromettere in tal modo il funzionamento del mercato impoverendo la società e riducendo così, per via indiretta, la libertà effettiva dei suoi membri. All’interno di questo quadro teorico la politica dei redditi non appare più come una politica economica da affiancare ad altre possibili, ma come quella che esaurisce nel suo scopo ogni altra politica e alla quale ogni altra dovrebbe essere subordinata.

A scanso di equivoci, devo precisare che con l’espressione “reddito minimo” non si fa riferimento qui all’idea di un “reddito minimo garantito” che lo stato dovrebbe erogare direttamente ad ogni cittadino. Si tratta piuttosto di un parametro, uno strumento teorico e orientativo di sostegno ai governi, che dovrebbe funzionare assegnando alle politiche economiche un obiettivo specifico in base al quale calibrare i propri interventi e su cui misurarli in concreto. Un’espressione più esatta sarebbe probabilmente “reddito minimo teorico”. Perseguire questo obiettivo (un RMT il cui importo andrebbe prima stabilito, come si è già fatto per determinare convenzionalmente la “soglia di povertà”) vorrebbe dire manovrare le variabili economiche in modo da raggiungerlo entro un lasso di tempo accettabile, sempre tenendo conto delle particolari situazioni economiche che possono verificarsi: ad esempio fissando un minimo salariale, oppure, nel caso che una determinata congiuntura rendesse troppo gravoso alle aziende corrispondere un certo salario, agendo con sussidi pubblici e reperendo le risorse necessarie, al limite, mediante politiche di tipo redistributivo.

Il vantaggio di una simile impostazione è dato dal fatto che fissare preventivamente l’importo ideale del reddito minimo teorico fornirebbe alle politiche fiscali il parametro che consentirebbe di modularne con esattezza ed equità gli interventi nei diversi contesti. Non c’è qui spazio per diffondersi ulteriormente su questo aspetto, ma va detto che la via più certa per ottenere ciò sarebbe la completa ed efficiente informatizzazione dei sistemi di controllo e gestione del fisco. Al tempo stesso, e sul piano della teoria, l’adozione di questo strumento concettuale, assegnando allo stato un ruolo molto più attivo di quanto un teorico liberista sarebbe disposto ad accettare nella gestione del processo economico, può fungere da discrimine generale tra una politica economica progressista e una conservatrice.

 

 iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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