Preparatevi ad un altro quinquennio nel nome di Sarkozy

di Francesco Molica.

"Napoleon Sarkozy" di AZRainman

Per tutti i capi di stato europei di cui questo triennio di crisi ha reclamato lo scalpo, sovente in spregio al calendario elettorale, ve n’è uno che potrebbe invece confermare al potere.

L’eccezione alla regola bacia la fronte di chi meno te lo aspetti, quel Nicolas Sarkozy che sino a poco tempo fa le cronache davano all’unanimità per bollito, a picco nei sondaggi d’opinione. Paradossi di questo presente al quale le vertigini dei mercati sembrano aver scippato ogni certezza: debordando dalla periferia al cuore della zona euro, la spirale debito pubblico-speculazione ha gettato un insperato salvagente all’iper-presidente transalpino. Piuttosto che annientarne le ultime vacillanti chance di rielezione (la Francia va al voto il prossimo Aprile), gli sta ridando nerbo.

E Sarkozy, il cui temperamento impetuoso e un mai dissimulato debole per la “dolce vita” convivono con intelligenza strategica e comunicativa da vendere, ha colto immediatamente l’antifona. I nuovi vestiti dell’imperatore d’un baleno si sono fatti più severi e pacati. Ieri era assurto alle vette del paese propagandando rinnovamento, prosperità e un bagno di ottimismo liberalista; oggi tenta di non perderne (o meglio di riconquistarne) il favore con un discorso politico quasi agl’antipodi: riconoscendo tout court la gravità del momento, chiedendo sacrifici per i quali assume piena responsabilità e d’altra parte rispolverando la retorica statalista di matrice gaullista.

Una narrativa che comincia a mietere i suoi frutti. Le ultimissime intenzioni di voto hanno accorciato il vantaggio del principale contendente, il socialista François Hollande, sino a un risibile fazzoletto di tre punti percentuali.

Per alcuni analisti, addirittura, il peggioramento del quadro economico in Francia (l’esplosione della disoccupazione su tutti) si legherebbe in maniera inversamente proporzionale al “ritorno” in auge del politico post-gaullista. II teorema lo ha postulato con mirabile efficacia il politologo Pascal Perrineau: “se la crisi va male Sarkozy sarà battuto, se va molto male sarà rieletto”.

In pratica, a dispetto di quanto suggerirebbe il senso comune, qualora il debito sovrano transalpino subisse quel paventato declassamento prospettato negli ultimi mesi dalla “triplice” del rating, come anche nel caso di un ulteriore sbandata dell’eurozona sotto la pressione dei mercati– due scenari parecchio probabili –, la stella di Sarkozy piuttosto che spegnersi definitivamente riprenderebbe a brillare con accresciuta intensità. Il messaggio di fine anno ha del resto fissato i due aspetti a leit-motif della sua campagna per l’Eliseo.

“Monsieur le President” ha dipinto senza esitazioni un quadro a tinte fosche per il 2012, ventilando senza perifrasi la prospettiva che possa rivelarsi ancor più infausto dei due precedenti. Come utile contrappunto, ha nondimeno calcato l’accento sulla dimensione europea, e ancor di più internazionale della crisi. E’ il calcio d’inizio ad una strategia del rischio calcolato che oppone contro gli altri pretendenti alla poltrona di presidenziale, socialisti in particolare, la carta dell’esperienza e della responsabilità patria. Chi se non colui che ha tenuto il timone del paese nella burrasca finanziaria ed economica di questi anni conosce meglio la rotta da seguire per allontanarsene?

Anche il motivo della responsabilità istituzionale ha una funzione fondamentale  nel disegno “neo-sarkozyano”: meglio farsi scudo ad oltranza dietro gli oneri derivatigli dalla carica di presidente, ancorché lo costringano a scelte impopolari, che sfilarsene esponendo tutte le contraddizioni e gli eccessi di una personalità che l’opinione pubblica tollera a stento, se non detesta apertamente.

Meglio, infine, restare ai margini della tenzone elettorale, nel confortevole abito di padre nobile del paese, lasciando il lavoro sporco della campagna ai propri maggiorenti, capitanati da due professionisti della polemica come il presidente dell’UMP Jean-François Copé e il ministro degli Interni Claude Gueant.

Sono mesi che Sarkozy ha abbracciato questo piano. Lo si è capito sin da quando ha messo la faccia sulla dura manovra correttiva varata dal governo Fillon nel novembre scorso. In altri tempi si sarebbe ben guardato dal farlo. E perfino Le Monde, mai docile verso l’inquilino dell’Eliseo, ha dovuto bon gré mal gré riconoscergli in quell’occasione una buona dose di coraggio.

Tutto merito dunque della crisi? Certamente no. Se l’economia è in testa alla lista delle inquietudini dei francesi, la preservazione della sfera d’influenza del paese sullo scacchiere internazionale conserva un ruolo di primaria importanza nell’immaginario nazionale.

L’acme della popolarità, non per accidente, Sarkozy la tocco’  proprio nel 2008, durante la presidenza francese dell’Unione europea, quando si precipitava a Mosca per raffreddare le tensioni tra Russia e Georgia o riuniva leader europei, arabi e nordafricani a Parigi per lanciare l’Unione per il Mediterraneo. L’aver apposto la propria firma in calce al recente intervento in Libia, proprio in ragione di calcoli pre-elettoralistici, come anche per distrarre l’opinione pubblica dai chiari di luna della compagine governativa (travolta da un lunga sequela di scandali), ha fatto breccia su una nazione che non si rassegna all’inevitabile declino della potenza transalpina.

Una mano, poi, gliel’hanno data anche gli altri rivali. Svanita la sbornia delle primarie socialiste, il candidato designato François Hollande ha avuto una partenza decisamente sottotono. Stile troppo pacato, confusione programmatica, gestione poco competente dello scandalo finanziario che ha terremotato i vertici di partito del Nord-Pas- de-Calais, la federazione regionale più potente del paese.

Laddove, gli altri contendenti che affollano la competizione non riescono a trovare spazio e argomenti per dare filo da torcere ai due favoriti. Compresa Marine Le Pen, le cui invettive euroscettiche attecchiscono meno del previsto su di un’opinione pubblica sempre più convinta dell’inevitabilità di un’Europa più coesa per salvare la moneta unica.

Nicolas intanto gongola. Nel settembre 2010 in una delle copertine più spassose di quell’anno l’Economist ne aveva di fatto intonato il requiem raffigurandolo seppellito sotto una gigantesca feluca napoleonica. Non è da escludere che il settimanale britannico sia presto chiamato rettificare.

 iMille.org – Direttore Raoul Minetti

9 Commenti

  1. Mi permetti una citazione? Nicolas “vincerà ma non convincerà” (copyright di Miguel de Unamuno), nel senso che sì verrà probabilmente rieletto ma senza la maggioranza parlamentaria blindata che ha avuto fino ad ora. Sarà una sorta di “anatra zoppa” come dicono gli americani.

    Si troverà in una specie di coabitazione con un governo fragile ed obbligato a scendere a compromessi (con i Verdi? con Bayrou ed altri centristi? con i Socialisti? con Marine?).

    Grosse coalition in salsa gallica? Direi di no ma comunque il Presidente non potrà più fare e disfare come durante questi primi 5 anni. Dovrà abassare la cresta e trovarsi un altro profilo.

    Segnalo infine che proprio ieri dal JDD (Journal du Dimanche) è stata pubblicata un inchiesta secondo cui è quasi fatta, Nicolas ha quasi rimontato Hollande.

  2. Francesco Molica Francesco Molica

    Strade, anzitutto per questo articolo ho un debito intellettuale nei tuoi confronti perché hai vaticinato la rimonta di Sarko anche in tempi non sospetti, quando noialtri lo davamo per spacciato.

    Per il resto concordo con la tua chiosa. Il secondo mandato di Sarkozy sarà molto diverso dal primo, sia nei contenuti che nello stile.

  3. Federico Martire

    Fino a qualche settimana fa avrei ancora sostenuto una possibile vittoria socialista alle presidenziali. Oggi, di fronte ai vari tentativi di suicidio di Hollande e di quanto correttamente sostenuto in quest’articolo, non posso che – purtroppo – rassegnarmi anche io ad un altro quinquennio di Sarkò all’Eliseo. E di una Francia co-protagonista in EU, con Sarkozy che continua a tenere conferenze stampa in cui racconta ai giornalisti cosa gli ha spiegato e imposto la Merkel.

    Ho però un timore: che la retorica populista anti-EU della Le Pen faccia finalmente leva sullo stanco elettorato francese. L’esplosione della disoccupazione, citata nel pezzo, potrebbe, a mio avviso, spingere i francesi ancora più a destra, come già accaduto due elezioni presidenziali fa. In fondo, la retorica, il populismo e la demagogia sono un rifugio facile per tutti. E la Le Pen, una versione edulcorata del papà, penso sia pronta a raccogliere la voce degli scontenti (indignati?) francesi di destra, un po’ come Ron Paul negli USA. Non voglio fare il gufo di turno, ma un altro “choc Le Pen” io non lo escludo. On verra.

  4. Grazie per il riconoscimento Francesco :)

    Riguardo alla Le Pen anche se avevo già sostenuto di vederla arrivare terza (” il terzo posto sarà fra lei ed Mélénchon”). Ora inizio proprio a pensare che anche lei puó farci un pensierino al ballotaggio.

    Ricapitoliamo:

    - Al ballottaggio andranno 2 fra Marine, Nicolas ed Hollande.
    - Al quarto posto Bayroux di poco davanti a Melenchon (2 mesi fa non lo avrei mai detto)

    I verdi, purtroppo, rimarranno ancora fuori dal top-5, anche per loro volontà: con la Joly come non si poteva andare più lontano di così, anche è vero che Eva qualche trovata simpatica ce l’ha avuta (vedi la sua risposta a chi la accusava di parlare francese con accento scandinavo-germanico: il suo video è stato un vero colpo di maestro!)

  5. Francesco Molica Francesco Molica

    @federico

    Senz’altro lo spettro di un secondo 21 aprile non è cosi’ peregrino. ho evitato di evocarlo perché ancora mi pare troppo prematuro farlo, ma Marine proprio in questi giorni è ripartita all’attacco…vediamo cosa succede

    @Strade

    mi trovo perfettamente d’accordo con la tua previsione di massima.

  6. Corrado

    Ma questi socialisti sono così incapaci da non riuscire a mettere in porta un goal già fatto? Che tristezza, rischiamo di vedere altri 5 anni anche della Merkel. Finisce che fra breve Monti sarà il politico più di sinistra in Europa.
    Se ci aggiungi i razzisti ungheresi, eccolo li il declino europeo….

  7. Federico Martire

    @Filippo
    Concordo sul tuo punto di vista e previsioni. Purtroppo, aggiungerei. E sempre che non intervenga lo spauracchio Cantona :D :D http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/topnews/2012/01/09/visualizza_new.html_42322801.html

    @Francesco
    Dici bene: la Le Pen è ripartita all’attacco: http://www.lemonde.fr/election-presidentielle-2012/article/2012/01/09/marine-le-pen-promet-une-hausse-de-200-euros-net-des-petits-salaires_1627380_1471069.html

    E i sondaggi la premiano. Io ho molto timore. http://www.tmnews.it/web/sezioni/esteri/PN_20120109_00084.shtml

    @Corrado
    “Le goût du suicide est un don” (cit. Georges Bernanos). I socialisti francesi sono bravissimi nello spararsi sui piedi. E in questo ci sono molte similitudini col caso italiano, anche dall’altra parte, a destra: pensa alla capacità comunicativa di Sarkozy, cui Francesco fa riferimento nell’articolo, ti ricorda qualche leader di destra italiano?

    Il caso ungherese, poi, è ancora più estremo, è l’apice di un processo di demagogizzazione e crescente populismo in tutta Europa, come dimostrano i risultati elettorali. I motivi, in estrema sintesi e a mio modestissimo avviso, sono due:
    1. il populismo, il protezionismo, il chiudersi nel proprio orticello sono tipici dei periodi di crisi economica. E così la crescita dei nazionalismi. Tutto questo, naturalmente, contro ogni teoria economica e sociale che sostiene la crescita solo in condizioni di scambio (culturale e commerciale). Ma è più facile chiudersi in sé stessi e sparare sul vicino che si avvicina allo steccato. E’ il rifugio di chi non ha coraggio. E qui mi lego al secondo punto.
    2. La mancanza di coraggio, leadership e carisma dei leader di sinistra europei. Non c’è, in questo momento,un leader europeo progressista in grado di scaldare i cuori della gente (magari in senso europeista ;) ). Guarda al tracollo del socialismo zapateriano in Spagna, ai laburisti in UK, la SPD ancora senza un leader vero, per non parlare – appunto – del suicidio francese e dell’Italia, dove ancora si cerca un Papa nero e di ‘acapparrarsi’ Mario Monti . Rimane forse solo la Danimarca, come aveva ricordato Renzo Rubele in un suo articolo qui su iMille. Ma parliamo di un paese piccolo: vediamo se la presidenza del Consiglio EU darà un po’ di visibilità ai progressisti danesi, potrebbe essere interessante.

  8. Francesco Molica Francesco Molica

    Anche in Danimarca, purtroppo, la nuora di Kinnock sta già avendo non poche gatte da pelare. Io credo che sul secondo punto sviscerato da Federico nel suo ultimo puntualissimo commento occorrerà ben presto uno sforzo corale di analisi da parte di tutti noi. Il quesito, lo stesso già proposto da Corrado, è sempre più incalzante: come è possibile che la sinistra europea stia andando incontro ad un’altra cocente caporetto combattendo sui temi che le sono più congeniali e contro una destra cosi’ maldestra e quasi priva di leadership? Spero di sbagliarmi.

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