di Lorenzo Gasparrini.

La nuvola di parole de iMille
Da quando il dibattito politico ha assunto, in Italia, i tratti della battaglia mediatica giocata sui toni alti, sui titoloni clamorosi, sulla presenza televisiva, il linguaggio politico ha subito un innegabile degrado verso il luogo comune, la metafora eccessiva, la volgarità fine a se stessa, e, cosa più grave e allarmante, verso l’indistinzione delle posizioni: Michele Serra sintetizza efficacemente che sarebbe ora di porgere molta attenzione alle parole da usare, perché è facile condividere il lessico, le espressioni e gli slogan con persone con le quali non condivideremmo argomenti politici – anzi forse non condivideremmo proprio niente.
Se parliamo di lessico progressista vuol dire che abbiamo già chiaro cos’è il progressismo. Non è così; vale per me personalmente, ma credo che anche in Italia in genere la situazione non sia migliore. Forse in tempi di crisi anche per il linguaggio politico si può tentare di definire un progressismo attraverso le parole e le espressioni che i suoi esponenti dovrebbero usare – o che non dovrebbero mai adoperare.
Un lessico progressista dovrebbe sforzarsi di essere analitico senza risparmiare alcuna difficoltà di comprensione, evitando l’uso strategico di luoghi comuni e stereotipi tanto per ottenere consenso. Se un concetto, un’idea o un programma sono complessi e di non immediata comprensione, vanno esposti con le loro difficoltà e indicando gli strumenti per comprenderle. Così si eleva il pubblico che ascolta e che legge, evitando le derive populiste, lo spaccio di idee vaghe e di formule che vanno sempre bene per tutte le situazioni. Si deve distinguere la divulgazione dalla banalizzazione, senza permettere che il successo nel comunicare la propria politica sia l’unico metro per determinare quanto quella sia efficace.
La parità dei diritti è espressa prima di tutto nel linguaggio – che è ancora il modo più civile che abbiamo per esprimere il pensiero. Per un progressista la parità dei diritti va costruita prima di tutto con le parole e le espressioni che si usano in privato e in pubblico. A queste parole dovrebbero poi seguire abitudini e immagini coerenti. L’antisessismo, la lotta alle discriminazioni e al razzismo devono essere normali nell’habitus progressista, dato che quelle violenze tra gruppi sociali passano soprattutto per il modo in cui ci si rivolge, ci si identifica, si parla di qualunque cosa sia “altro da sé”. Se questo altro è subordinato non appena viene identificato, oppure se ne parla evidenziando ingiustamente – anche se involontariamente – aspetti sessuali, culturali, etnici, si sta commettendo un odioso errore politico inammissibile nel progressismo; e, di nuovo, questa attenzione va usata sia nel privato che nel pubblico, perché l’uno senza l’altro è semplicemente ipocrisia.
Un lessico progressista usa le parole come fini, non come mezzi – come dovrebbe fare la sua politica con le persone. Ciò che anima un discorso progressista è il voler essere il più chiaro possibile prima di tutto a se stesso e a chi lo legge o ascolta per comprenderlo; non ci sono traguardi mediatici da raggiungere, né avversari politici da colpire con la comunicazione. Le strategie propagandistiche danno risultati a breve termine, ma vanno ripetute continuamente e ossessivamente, fino a diventare esse stesse l’obiettivo politico; il risultato è una condotta politica ossessionata dal consenso e dalla presenza sui media. Per una politica progressista, con risultati più duraturi, ci sono cittadini da rendere consapevoli e responsabili e ai quali offrire soluzioni, progetti e programmi, disponendo un linguaggio che eviti di creare nemici-feticcio o ipocriti ideali scanditi da slogan da stadio.
Per questo non servono neanche neologismi inutili: non è mai necessario inventare espressioni per fingere originalità politica, o per trovare formule magiche apparentemente chiare adatte a programmi politici fumosi e per idee inconsistenti. Un lessico progressista non s’inventa né usa locuzioni ad hoc per rendere più trendy le solite trite soluzioni, o più altisonanti i provvedimenti in realtà inefficaci. Quindi non c’è neanche bisogno di formule dubitative né di adoperare il sospetto e l’insinuazione, perché una buona politica propone senza bisogno di gettare discredito sul lavoro altrui. Se un progetto è fallimentare o maschera una manovra conservatrice e retriva – o peggio cela favoritismi e clientelismi – contrapporre un provvedimento migliore è sufficiente, il resto da fare è comunicazione efficace e responsabile e non banale guerra mediatica.
Qui di seguito lascio qualche esempio di quelli da non seguire, ricordati al volo. Sono volutamente mescolati esponenti politici di ogni ordine e grado, e di ogni appartenenza politica. Vale la pena dire che nessuna frase è di Silvio Berlusconi.
“Una metastasi della democrazia”.
“Sono d’accordo con chi ipotizza il reato di tentato omicidio. [...] io aggiungo che si è trattato di una violenza di stampo terroristico”.
“Vada a farsi fottere, capito? Io stasera non la faccio più parlare”.
“Vogliono la piazza? Il popolo li prenderà a monetine in testa”.
“Ci troviamo di fronte ad una Corte Costituzionale che è una sezione di partito”.
“Le Nazioni Unite si occupano di tutto meno che delle questioni più drammatiche che si verificano nel mondo”.
“Occorre costruire un movimento antiliberista di massa e lavorare affinché diventi anticapitalista”.
“La Libia è un paese chiave per le nostre provviste di petrolio e gas. Oltre a sperare, cosa può fare l’Italia?”
“E’ una deriva antidemocratica, manca solo l’olio di ricino”.
“Noi siamo invasi, c’è gente che viene in Italia senza permesso, violando tutte le regole”.
“Non abbiamo nessun atteggiamento omofobo e la nostra posizione di fondo è quella di considerare i gay come dei cittadini uguali agli altri e proprio per questo contestiamo ogni trattamento giuridico specifico e differenziato che come tale ammetterebbe e accentuerebbe una diversità, sostanzialmente incostituzionale”.
“La risposta è nelle cose che ho fatto negli ultimi anni. Non sono più dello stesso parere, sarei schizofrenico”.
“Penso che il sentimento degli Italiani che ritengono che il matrimonio sia un sacramento vada rispettato. È possibile rispettarlo senza comprimere i diritti delle persone omosessuali, diritti che devono esser riconosciuti”.
“Sarebbe veramente interessante applicare a tutti gli ambienti politici ed economici il metodo delle intercettazioni a strascico”.
“Vengono in aula a fare i bulli […] e quando il padrone fischia tornano all’ovile”.
“Il mondo è pieno di famosi democratici, che sono abilissimi a fare i loro interessi, mentre noi siamo abilissimi a prenderla in quel posto: il maggior coraggio a volte è la cautela”.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti







«La parità dei diritti è espressa prima di tutto nel linguaggio»: io ho fatto il dottorato a Brown, l’università più politically correct della costa est — la cui retta ora credo abbia superato i 50mila dollari all’anno — e ho sempre pensato che l’enfasi sul linguaggio fosse prima di tutto un modo per lavarsi la coscienza dal non voler affrontare i problemi.
Che senso ha stare attenti alle virgole con cui definisci ogni possibile minoranza etnica, religiosa, sessuale, se poi — di fatto — ti crei un mondo in cui gli studenti sono tutti bianchi, i genitori con Mercedes o Jaguar, e quasi tutti con la casa agli Hamptons, Martha’s Vineyard o, se proprio eri sfigato, a Cape Cod?
Puoi dedicare un vicerettore (col relativo stipendio, ufficio e segretarie) a studiare il passaggio terminologico da ‘gay/lesbian’ a LGBT quando scegli gli studenti in base alla retta che possono pagare?
Ottavio, io non mi riferisco certo all’uso ipocrita del politically correct: quello con la parità dei diritti, l’antisessismo e l’antirazzismo non c’entra nulla.
Mi riferisco al perdere prima di tutto in se stessi le brutte abitudini – che sono anche linguistiche – grazie alle quali siamo tutti d’accordo sui diritti fondamentali dell’individuo poi continuiamo a dire “frocio”, “zoccola”, “sputtanare”, “lesbica” come insulti, espressioni colorite, o anche simpatici intercalari ormai divenuti inoffensivi.
Non lo sono, né lo saranno mai.
Allora, però, non si tratta di «lessico progressista», ma di banale buona educazione. No?
Eh, magari, ma dato che una me la sono vista in prima pagina di quotidiano:
http://www.funize.com/Libero/2011/9/21
e le altre le sento dire continuamente da chi dovrebbe essere di sinistra anche nel linguaggio (e quindi nei pensieri), io lo chiamo così proprio perché vorrei condividerlo anche con i politici di professione, quel lessico. Perché il “politically correct” è ipocrita non in quanto “correct”, ma in quanto “politically”: e allora nel resto della vita quotidiana va bene qualsiasi espressione?
Un lessico progressista dovrebbe essere usato da tutti e sempre, non solo dai politici di professione.