di Alessandro Giovannini.
“Our problem isn’t, ultimately, economic; it’s political, brought on by an elite that would rather cling to its prejudices than turn the nation around” scriveva alcuni giorni fa Paul Krugman sul suo blog. Un’affermazione indirizzata a tutti i politici del mondo, incapaci di riconoscere e affrontare una crisi economica di mancata domanda, ma quanto mai calzante per descrivere il comportamento dei politici europei davanti alla crisi dell’Eurozona. A due anni di distanza dalla scoperta della falsificazione dei dati sul debito pubblico greco, una piccola crisi finanziaria di un paese periferico si è trasformata in una crisi dell’intera unione monetaria. La domanda sorge spontanea: come si è potuto arrivare a parlare, anche qui su iMille, di un futuro senza Euro? Certamente perché la crisi si è rivelata molto più complicata del previsto: dall’apparenza semplice (eccessivo debito pubblico dei paesi periferici), essa in realtà è il frutto di debolezze strutturali nell’impianto dell’Eurozona, rimaste sottotraccia nei primi dieci anni di moneta unica, ma che con l’attuale crisi sono diventate immediatamente evidenti ai mercati finanziari.
Questa è però solo una parte della storia: il peggioramento della situazione è, infatti, da imputare in particolar modo ai leader europei che in questi due anni hanno mostrato una colpevole incapacità ad affrontare in modo efficace le debolezze strutturali dell’Euro. I mercati finanziari chiedevano scelte politiche forti e convincenti, che sapessero dare una risposta decisa al bisogno di riassetto economico all’interno dell’Eurozona; in due anni però queste risposte non sono mai arrivate.
RISPOLVERANDO UN PO’ DI TEORIA ECONOMICA
Gli economisti sono stati spesso accusati durante questa crisi di non riuscire a spiegare adeguatamente i fenomeni in corso e soprattutto di essere incapaci di offrire una ricetta vincente ed univoca per uscire fuori dalla crisi. “Se tutti gli economisti fossero stesi uno accanto all’altro, non raggiungerebbero una conclusione” affermava, in tempi non sospetti, il Premio Nobel George Bernard Shaw. Ma forse non è agli economisti attuali che bisognerebbe ricorrere per trovare la soluzione ai nostri problemi: forse, basta un po’ di teoria economica di 50 anni fa per comprendere cosa c’è da fare ancora per rendere l’Euro un’unione monetaria davvero funzionante.
Quando il 7 febbraio del 1992 si decise a Maastricht di adottare una moneta comune, la scelta non fu solamente frutto di un forte slancio europeista dei leader di quel tempo, ma anche una oculata scelta economica, come sottolinea McNamara in “The currencies of ideas”. La creazione di un’unione monetaria, infatti, comporta certamente dei vantaggi dal punto di vista economico: riduzione dei costi di transazione generati dall’esistenza di diverse valute, aumento della liquidità della moneta (frutto di un maggior numero di operazioni denominate in tale valuta) e un funzionamento maggiormente efficiente dei mercati finanziari (frutto della combinazione dei due precedenti fattori). Enormi vantaggi, che allo stesso tempo comportano potenziali svantaggi: l’eliminazione del tasso di cambio tra i partecipanti all’unione monetaria, infatti, implica l’impossibilità di lasciare che il tasso di cambio assorba gli shock asimmetrici che interessano le varie regioni di un’unione monetaria. Come assicurare dunque che i vantaggi superino gli inconvenienti? Nel 1961 l’economista Robert Mundell formulò un modello per descrivere i quattro elementi fondamentali da considerare per valutare il successo o meno di un’unione monetaria:
- Similarità delle strutture economiche e dei loro cicli tra i diversi paesi dell’unione monetaria. Una sincronizzazione dei cicli economici (cioè la contemporaneità di fasi di boom o recessione) è un elemento fondamentale per permettere alla banca centrale di promuovere politiche monetarie comuni vincenti per ogni paese: stimolo alla crescita nei periodi di crisi e contenimento dell’inflazione in quelli di boom. Nel caso in cui i cicli economici siano fortemente idiosincratici, al contrario, l’adesione ad una moneta comune rischia di rappresentare un costo troppo elevati per i paesi: la politica risultante, infatti, risulterebbe sub ottimale (troppo inflazione o troppo poco stimolo alla crescita) per ogni aderente, lasciando così scontenti tutti i paesi e portando all’insuccesso dell’unione monetaria.
- Elevata mobilità del fattore lavoro. Assicurare un’elevata possibilità di spostamento dei lavoratori tra i vari paesi aderenti è la soluzione primaria per eliminare gli effetti negativi di shock asimmetrici (che sempre permangono, nonostante la similarità delle strutture produttive) all’interno di un unione monetaria. Supponiamo, ad esempio, che una recessione colpisca una parte dell’unione, mentre allo stesso tempo un boom economico si realizzi nella restante parte: la spostamento di lavoratori dalla prima regione verso la seconda, permette allo stesso tempo di risolvere i problemi, alleggerendo le pressioni inflazionistiche nei paesi soggetti a boom economico, e risolvendo il problema della disoccupazione nei paesi in crisi.
- Libera mobilità dei capitali. Poiché il fattore lavoro spesso risulta più difficile da ridistribuire tra le regioni di un’unione monetaria, i capitali possono supplire a tale mancanza, andando a ridistribuire più velocemente maggiori risorse finanziarie dove necessario. Un’elevata mobilità dei capitali oltre a mitigare automaticamente gli shock asimmetrici, permette, inoltre, di creare un mercato finanziario internazionale maggiormente integrato, condizione fondamentale per eliminare le differenze di costo del denaro tra i vari paesi ed assicurare maggiore stabilità.
- Presenza di stabilizzatori automatici fiscali. Nel caso in cui né il movimento di persone né di capitali risulti capace di ridistribuire le risorse economiche in presenza di uno shock economico asimmetrico, la politica fiscale dell’unione monetaria deve assumere questo ruolo. La presenza di un sistema di condivisione del rischio, di redistribuzione fiscale permette infatti un trasferimento diretto di risorse dai paesi soggetti a boom verso i paesi maggiormente in crisi. Tale strumento risulta il più politicamente costoso da attuare, dal momento che convincere le aree maggiormente sviluppate a rinunciare a proprie risorse a favore di quelle in difficoltà, richiede un livello di coesione all’interno dell’unione molto elevata.
L’EURO: UN’UNIONE MONETARIA ANCORA INCOMPLETA
Ovviamente la breve descrizione precedente non vuole rappresentare un trattato esaustivo di economia sull’argomento, ma vuole semplicemente dimostrare come dal punto di vista dell’economista molte cose manchino ancora da fare per rendere l’Eurozona un’unione monetaria ottimale. Per misurare la similarità dal punto di vista economico dei paesi di Eurolandia, prendiamo come caso esemplare quello dell’Italia: come mostrato dalla tabella sottostante, l’andamento dell’economia italiana (la crescita del Pil reale) è fortemente correlata (si muove in modo maggiormente sincronizzato) con quello degli altri paesi della moneta unica, più di quanto lo sia con gli altri paesi Europei. Una forte sincronia (considerando che il valore massimo che può assumere l’indicatore è pari ad 1) creatasi fin dagli anni ’70, ben prima quindi della creazione della moneta comune: piuttosto che il risultato dell’Euro essa rappresenta, infatti, il presupposto fondamentale per ottenere alti benefici dalla maggiore integrazione.
| Una correlazione del ciclo economico più stretta all’interno dell’Eurozona | ||||||
| 1960-70 | 1970-80 | 1980-90 | 1990-00 | 2000-07 | 2007-11 | |
| Italia&Gran Bretagna | -0.43 | 0.50 | 0.61 | 0.26 | -0.08 | 0.41 |
| Italia&Norvegia | -0.09 | -0.74 | -0.34 | -0.28 | 0.42 | -0.14 |
| Italia&Eurozona | -0.09 | 0.85 | 0.92 | 0.62 | 0.92 | 0.75 |
| Fonte: Commissione Europea, 2011 | ||||||
Per ciò che riguarda il capitolo della mobilità delle persone e dei capitali molto è stato fatto: gli accordi di Schengen siglati nel 1985 (inizialmente riguardante solo cinque paesi, poi estesi anche agli paesi UE) e l’atto per il Mercato Unico siglato nel 1992, rappresentano certamente un tassello fondamentale per permettere tale mobilità e in questi anni hanno agevolato la redistribuzione delle risorse all’interno dell’Unione. Un’integrazione, però, ancora molto lontano dall’essere ottimale, che ha mostrato tutta la sua inadeguatezza con lo scoppio della recente crisi finanziaria: se durante gli anni 2000 il flusso di capitali all’interno dell’Eurozona aveva rappresentato un pilastro centrale (ma non abbastanza studiato) delle vicende economiche del vecchio continente, a seguito della crisi finanziaria, questi flussi hanno subito una forte battuta di arresto: i capitali hanno perso il loro “passaporto europeo” e sono tornati a mostrare tutta la loro “nazionalità” invertendo il flusso finanziario e ritornando quindi nel proprio paese di origine. Un’integrazione ancora più imperfetta se si considera il mercato del lavoro: la geografia attuale della disoccupazione nell’Eurozona, infatti, appare molto disomogenea, sintomo della mancanza di redistribuzione dei lavoratori verso quelle zone che hanno reagito meglio alla crisi economica. Sebbene al momento non esistano grandi barriere burocratiche che impediscano l’emigrazione di lavoratori all’interno dell’unione monetaria, la presenza di altri fattori determinanti (lingua, famiglia, cultura nazionale, etc.) rappresenta ancora un freno importante per un’efficiente redistribuzione capace di alleviare le situazioni più critiche dal punto di vista occupazionale.
Le figure sottostanti mostrano come la situazione economica dell’Eurozona, nonostante la similarità delle strutture produttive e una certa integrazione dei mercati, sia lontano dall’essere uniforme: come rendere possibile tale omogeneità nella realtà? La risposta viene dal quarto punto della descrizione precedente, al momento quasi totalmente assente: una politica fiscale comune. Un’unione dell’Eurozona sempre più stretta dal punto di vista fiscale potrebbe significare non solo l’emissione di Euro Bond comuni o l’istituzione di un “ministro delle Finanze dell’Eurozone” (come si è già parlato in questi mesi), ma anche un maggiore coordinamento della tassazione e delle politiche di spesa tra i governi europei. Ma cosa vuol dire nel concreto? La stabilizzazione fornita dal bilancio federale degli Stati Uniti è stata spesso usata come un esempio di meccanismi di regolazione che mancano in Europa per ottenere un’area monetaria ottimale: quando un Stato USA subisce una recessione, la combinazione di riduzione delle tasse e trasferimenti federali aggiuntivi assorbe una parte significativa della diminuzione iniziale del reddito, permettendo un minor effetto recessivo in quello Stato maggiormente colpito (assumendo quindi che lo shock economico non colpisca uniformemente tutti gli Stati). Un effetto certamente desiderabile visto che alcune stime empiriche suggeriscono che questo effetto riduce di circa il 50% l’effetto del rallentamento dell’economia (in risposta a una caduta del reddito dello stato di 1 dollaro, il reddito disponibile cade solo tra 56 e 65 centesimi).
| Tasso di disoccupazione all’interno della zona Euro | Tasso di inflazione all’interno della zona Euro |
| Tasso di crescita all’interno della zona Euro | |
| Fonte: Commissione Europea, 2011 | |
L’UNIONE FISCALE EUROPEA: UNA QUESTIONE POLITICA NON ECONOMICA
“Le profonde trasformazioni in corso su scala mondiale evidenziano l’urgenza per l’Europa di mettere in campo la più forte volontà comune nel procedere senza esitazioni sulla via dell’unità politica e dell’effettiva unione economica (…) La crisi economica e finanziaria globale ha trovato le istituzioni europee ancora condizionate da limiti del passato”. Con queste parole il Presidente Giorgio Napolitano il 14 gennaio è intervenuto al convegno del Movimento Federalista Europeo. Parole molto forti, che certamente danno l’indicazione di quale deve essere la direzione per il cammino futuro. Un cammino lungo, frutto di un equilibrio (come sempre è stato in Europa) tra realismo cauto e spinte politiche coraggiose. Ma, soprattutto, un cammino in cui i protagonisti non saranno gli economisti, i funzionari di Bruxelles, o altri attori tecnici: gli unici veri attori dovranno essere i leader europei, chiamati, dopo due anni di ignavia a fare la loro parte, guidando l’Euro verso un futuro più stabile. Attuare l’unione fiscale nell’Eurozona, infatti, non è questione di dottrina economica, è questione di politica.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti









Gli Euro-fiamminghi (Tedeschi, Olandesi, Austriaci, Finlandesi) non possono certo pagare per gli Euro-valloni (Francesi + 4 Suini Classici).
Sbagliato, quindi, è continuare, da parte di questi ultimi, a chiedere interventi irricevibili.
Bosognerebbe andare oltre e cercare di capire quali sono le ragioni profonde per cui i nostri leader sono quello che sono. Questa analisi non si fa mai, forse perché comincerebbe a rivelare connessioni scomonde tra i guai in cui ci siamo cacciati e l’orientamento ideologico di fondo dell’Occidente “buonista”, politicamente castrato, demograficamente sterile. C’è qualcosa che non va, e bello grosso, in quello che ancora oggi, nonostante tutto stia per cadere a pezzi, la gran maggioranza della gente crede essere “vero” e “giusto”, ovvero i “pilastri” sui cui si fonda il progetto europeo, e non solo quello. Finché non ci sarà un superamento di questo scoglio emozionale, e saremo pronti a sacrificare anche quello che pensiamo ora di non poter fare a meno, la situazione continuerà a peggiorare.
se ne accorgeranno gli Euro-fiamminghi quando non troveranno mercati per il loro export.e la loro economia rallenterà…Ops, sta già succedendo!!
Bravo Alessandro.
Caro Renzo, all’interno di ogni stato (ripeto: di ogni stato) esistono regioni più avvantaggiate e regioni meno avvantaggiate da un punto di vista socioeconomico, e le regioni più avvantaggiate pagano fiscalmente pegno per quelle svantaggiate. Non c’è neppure bisogno di appellarsi alla solidarietà o ad altri splendidi valori: questa è semplicemente l’unica regola possibile per l’esistenza stessa di uno stato, senza eccezioni effettive o possibili. Significa che tu pagherai sempre per chi produce meno di te ma usufruisce comunque di certi servizi, e ciò vale in Italia per il nord rispetto al sud, ma varrebbe anche nella Padania fra la Padania più produttiva e quella meno produttiva e così via, ad infinitum. Ti invito ad accettare questo dato di fatto, oppure a trarre tutte le conseguenze della tua affermazione e a formulare un principio generale di coesistenza fra comunità umane in base al quale ogni singola cellula sociale riceve esattamente quanto dà e viceversa e non un cent di più (e in base al quale, ad esempio, l’esistenza stessa di fondi strutturali UE e quindi di un bilancio UE sarebbe immorale e inammissibile: perché diavolo abbiamo dovuto pagare per aiutare i polacchi e i rumeni a svilupparsi? Dì la verità: te lo stai ancora chiedendo…).
Te la senti? Te la senti, cioè, di decidere una volta per tutte se vuoi un’Unione Europea oppure no? Alla fine perfino Amleto si è sbloccato e ha preso la sua decisione. Per quanto ancora pensi di tenerlo in mano quel teschio?… Suvvia: la storia corre e non aspetta.
Io non capisco come una persona che a parole si dichiara federalista europea possa poi mostrare cosí tanto disprezzo per una parte dei paesi europei. Definendoli oltretutto suini.
Quindi a parole sono federalista ma poi provo schifo e ribrezzo per i paesi del Sud del mio stesso continente. A che gioco giochiamo?
Alcuni paesi del Sud hanno commesso degli errori gravissimi è vero. Ma nessuno è perfetto e per chi lo avesse scordato va ricordato che Angela Merkel non è Santa Maria Goretti né i tedeschi son dei chirichetti.
Chi decise di fare saltare il Patto di Stabilità? Parigi e Berlino oppure Atene e Dublino? Chi strizzava l’occhio al ministro delle Finanze Greco mentre questi snocciolava delle cifre contabili a cui nessuno poteva davvero credere? La Germania non è senza peccato.
Certo non è l’unica, ma ha delle responsabilità. Oltretutto guardiamoci in faccia: l’approccio moralista tedesco ha aggravato le cose. Si sarebbe dovuto prendere il toro per le corna dall’inizio invece 4 anni dopo l’inizio della crisi stiamo ancora a strascicare i piedi.
Io non boccio i paesi del sud, io boccio tutte le classi politiche degli stati membri che si sono mostrate indecise ed inette, iniziando da quella tedesca.
Infine vorrei ricordare la frase di un gigante liberale, Churchill: “Il prezzo della grandezza, è la responsabilità”.
Di responsabilità da parte dei tedeschi fino ad ora ne ho vista poca , solo timidezza, inettitudine, indecisione ed irresponsabile e dannoso moralismo.
Qui si cerca di scrivere di politica, per offrire interpetazioni, spiegazioni, indicazioni…
Ed allora il paragone con Fiamminghi e Valloni, lungi dal voler essere mortificante, e al di là di ogni inevitabile schematismo e taglio bloggistico, intende mettere in campo una analogia Politica nel senso più profondo dei concetti che qui trattiamo.
Il Patto di Stabilità e le regole della BCE sono elementi fondativi dell’Euro come moneta, sottoscritti da tutti, e dico tutti, i Paesi dell’Unione – ricordo che il Trattato di Maastrich fu controfirmato dai Ministri dell’Economia/Finanze anzichè dai Ministri degli Esteri, come al solito…
Nessuno può mettersi a molestare i tedeschi, battere i pugni sul tavolo, e così via. Si dovrebbe ricordare che per 8-9 anni i tassi di interesse sono stati straordinariamente, ma anche innaturalmente bassi, per tutti i Paesi. I mercati sono stati gabbati, insomma, da una percezione errata del rischio, ma i Governi non sono arrabbiati allora – chissà perché.
Caro Renzo, permettimi un ultimo affondo: io rispetto le tue competenze, ma giudico falsa la tua posizione politica e intellettuale. Tu non sei federalista, eppure hai una tessera del MFE in tasca e alterni professioni di federalismo a opinioni esplicitamente antifederaliste. Ognuno ha diritto a qualsiasi opinione, ma l’onestà intellettuale non è acqua: con la tua ambiguità, di fatto, tu stai inquinando il dibattito pubblico. Ancora una volta ti invito a trarre onestamente tutte le conseguenze dalle idee che sostieni di avere. Non ti scriverei queste righe se non avessi l’impressione che il tuo livello intellettuale sia superiore a quello di un trollista qualsiasi: mi sembra che da te ci si possa aspettare quel minimo di coerenza che conferisce dignità a ogni posizione intellettuale.
Cerchiamo di ragionare di politica: questo è il mio obiettivo, incluso negli scambi più informali che avvengono nelle mailing-list e nei blog, fatti a bella posta per adeguarsi al taglio popolare dei luoghi in cui si collocano.
Non mi torna bene il fatto che ci sia chi voglia fare una “custodia ideologica” di un termine politico come “federalismo” che, come altri termini di simile ampiezza e spessore, quali “democrazia”, “liberalismo”, “socialismo”, etc., può nutrirsi di una vastità di riferimenti culturali e ideali tale da rendere evidente la profondità del linguaggio naturale e degli esseri umani che ad esso conferiscono senso e significato.
Permettimi di ricordarti che la storia del federalismo Europeo ha visto, e continua a vedere, molte distinzioni fra gli stessi iscritti: di certo io non rappresento l’”iscritto italiano medio”, ma, se non ti dispiace, sono più “in linea” con molti altri, se consideriamo il complesso dell’UEF (Unione Europea dei Federalisti).
Vuoi scrivere tu una storia della “diversità italiana” del drappello federalista, o vuoi che approfondisca io il concetto di federalismo in generale, con una analisi realista della situazione politica Europea?
Le parole hanno una pluralità di significati: vero. Ma stravolgerne il senso fino a confondere i termini del discorso è un’altra cosa, Renzo: è mistificazione intellettuale e ciarlataneria politica. Mi perdonerai, ma di qui non passi. Un federalista che definisce “suini” i paesi economicamente deboli dell’UE e ritiene che vadano abbandonati al loro destino non è un federalista. Tu puoi mobilitare tutte le tue risorse dialettiche ma questo non cambia e, lo ripeto, la tua posizione rimane assolutamente, intimamente falsa. Se affermi di essere un federalista stai mentendo, e ogni federalista coerente si sentirà in diritto di smentirti pubblicamente, come io sto facendo. Se tu hai quello che una volta si chiamava “onore”, ora dovresti affermare pubblicamente che non sei un federalista e rinunciare alla tua tessera MFE. In caso contrario, puoi immaginare quanta stima io debba nutrire, da questo momento in avanti, nei tuoi confronti.
Well, il tuo attacco è un po’ debole se ti arrampichi sull’uso ormai “popolare” del termine “PIGS” che non ho certo inventato io ed al quale ho dato casomai una traduzione gentile… Suvvia Michele accapigliamoci su dell’altro casomai…
@Michele e @Renzino parliamo di cose reali, elevare troppo il discorso significa incappare in uno scontro degenerativo senza via di uscita (i vari corsi da mediatore insegnano
).
Allora: ci sono dei paesi che sono in difficoltà economica, e altri paesi che invece hanno tratto largo, anzi larghissimo, profitto da questa crisi come la Germania. L’abbassamento dei tassi di interesse per prendere in prestito soldi (addirittura in un’asta il tasso è stato -0,01 quindi hanno preso più soldi di quelli che gli hanno prestato) ha fatto guadagnare un sacco ai fiamminghi (come vengono qui chiamati). E’ vero che i paesi nordici hanno fatto a loro tempo riforme draconiane, e ora noi li stiamo raggiungendo.
Quindi a livello politico non dovrebbero avere nulla da eccepire, invece oggi il portavoce della Merkel ha ribadito che l’Italia deve farcela da sola. Ora se i soldi guadagnati dall’innaturale abbassamento dei loro tassi di interesse venisse usato per potenziare il “bazooka” dell’EFSF potremmo con tutta tranquillità dire che i fiamminghi non ci metterebbero un € in più di tasca propria, o sbaglio? Comportandosi in questo modo fanno esattamente come ci accusano di aver fatto prima della crisi prendendo in prestito soldi con tassi troppo bassi.
In secondo luogo è evidente la totale mancanza di capacità di leadership di ‘sti fiamminghi, ogni volta che hanno provato o dovuto prendere le redini europee hanno fallito miseramente. Non ne sono capaci, è inutile raccontarci favolette della buonanotte, i tedeschi sono bravi a fare 2 + 2, ma non a capire che a volte da 2 + 2 può e deve uscire 5 (le metafore me le passa Di Pietro) e mancano di qualsiasi tipo di visione politica ampia e a lungo termine.
In conclusione: noi abbiamo le nostre colpe, ma più loro faranno i santarellini immacolati, che non sono, più il sentimento anti-europeo si farà strisciante fra le masse. La seconda guerra mondiale non è così lontana, ho e avevo parenti partigiani ed è un attimo rinfocolare il sentimento d’odio anti-fiammingo, soprattutto in Italia. Pertanto prima si renderanno conto, le povere formichine operose, che le cicale non siamo noi (gli italiani lavorano in media più ore dei tedeschi) e che le formiche per quanto operose e numerose sono pur sempre troppo piccole per l’orizzonte internazionale odierno, meglio sarà per tutti. (Oggi sono scatenato con le metafore)
E’ già stato detto molto, quindi non sto a ripetermi e vado sul breve: non sono d’accordo con quanto sostenuto da Renzo e quoto invece quanto postato da Alessandro (tanto nell’articolo quanto nel commento), Michele, SdF e Alan. Avevo scritto a suo tempo un articolo sulla Germania della Merkel che continuo a sottoscrivere in pieno, a qualche mese di distanza.
Aggiungo: se ragioniamo di politica, allora dovremmo essere in grado di andare al di là del mero interesse elettorale della Merkel (chiamatela realpolitik). La cancelliera, in calo di consensi già da un pezzo, la butta sul rigorismo per tenersi buoni gli elettori tedeschi cui non si vuol dare l’impressione di pagare per colpe altrui (oltre che per il timore storico dell’iperinflazione e della crisi tra le due guerre). Quindi, lasciamo fallire la Grecia: puniamo un intero popolo sprofondare per le colpe di governanti inetti, sorretti, a suo tempo, dai guerci seduti a Berlino, Francoforte, Bruxelles e Parigi. Tanto poi la Grecia i tedeschi se la ricompreranno un pezzetto alla volta, come ad esempio attraverso il megaprogetto di energia solare Helios.
A quel punto, però, l’effetto domino sarà difficilmente arrestabile e i tedeschi, come scrive Alessando “se ne accorgeranno [...]i quando non troveranno mercati per il loro export.e la loro economia rallenterà” (non a caso, a stime Economist, l’unica area del mondo in depressione nel 2012 sarà l’Europa occidentale). E se ne accorgeranno anche per l’ondata migratoria di europei del sud alla ricerca d’impiego nell’unico mercato apparentemente solido, ovviamente quello tedesco. A quel punto i tedeschi si domanderanno se la realpolitik della CDU ha veramente premiato la Germania. Allora sì che ragioniamo di politica.
Renzo, we’re too interconnected to fail. Se cadono i PIIGS, la Germania segue a ruota. Sperano di approfittarne in stile avvoltoio? Bene, adelante, se questa è l’idea di UE che hanno Merkel e soci. Ma come ha ricordato giustamente SdF, alla volontà di grandezza si accompagna la responsabilità. Oggi come oggi, la responsabilità politica di chi siede sul trono della principale potenza economica e politica del continente è di accellerare il processo di integrazione europea con chi ci sta e ha sufficiente visione di medio-lungo termine per fare il passo in avanti. Continuando con la politica del ‘io non pago per colpe altrui’ ci ritroveremo tutti a pagare un prezzo altissimo per l’inattività politica di chi ci sta governando.
Sulla scia da quanto detto da Alan voglio aggiungere che se l’opinione pubblica tedesca ha un’opinione ogni volta più negativa della popolazione europea del Sud. La popolazione europea del Sud reagisce in una maniera simile.
Tralasciando Italia, Spagna e Grecia mi soffermo sul caso della Francia dove negli ultimi mesi ho avuto modo di notare fra conoscenti e famigliari commenti su Inghilterra e Germania quasi degni del secolo scorso. C’è molto molto fastidio fra la gente.
Londra con il suo tonto isolamento e Berlino con la sua stupida ostinazione stanno collaborando a trascniare il continente sull’orlo del baratro, qualcosa in cui per’altro sono altamente specializzati (per gli inglesi cito la miope ossessione per l’appeasement e per il fantomatico predominio francese del continente: solo a Dunkerque si resero conto di esersi sbagliati e di chi era il vero nemico; quanto ai tedeschi, beh non c’è bisogno di fare esempi, la storia la conoscono tutti).
A quando la Dunkerque finanziaria?
http://it.wikipedia.org/wiki/Operazione_Dynamo
Il disastro è vicino, prepariamoci.
Sinceramente non penso che il baratro sia così vicino ed inevitabile, se i mercati non ci hanno dato il colpo di grazia dopo il declassamento è perché sanno che alla fine la Merkel, volente o nolente sia chiaro, sarà costretta ad accettare tutta una serie di cose. Questo si ricollega alla discussione sul pezzo a proposito della frase antifederalista di Monti (http://www.imille.org/2012/01/le-contraddizioni-europee-di-mario-monti/), la Merkel sta solo cercando di guadagnare tempo, ma è conscia, poichè non stupida, del fatto che prima o poi dovrà accettare questa serie di cose.
Semplicemente più tempo passa meno perderà politicamente e più guadagnerà economicamente, per quanto riguarda la situazione greca ho il sospetto che l’intenzione sia, come detto da Federico, di accaparrarsi quel pezzo di produzione residua molto importante. Non dimentichiamo che l’unica fabbrica di E-cat al mondo per ora è in Grecia….
Quindi un po’ di sofferenze per tutti finchè l’amaro calice non dovrà essere bevuto fino in fondo dai teutonici.
Alan, penso tu abbia un opnione molto alta della Merkel e del suo staff. Sembri che parli di una specia di Rommel della finanza europea. Macché! Se così fosse non ci saremmo trovati a questo punto.
> “Semplicemente più tempo passa meno perderà politicamente e più guadagnerà economicamente”
Eh!!!! Io non penso che economicamente ci abbia guadagnato molto perdendo cosí tanto tempo. Anzi. Folle indecisione! In 3 anni di indecisioni abbiam fatto in tempo a bruciare un sacco di soldi. Quanto alla fattura politica (“lo fa per guadagnarci politcamente”), è tutto da vedere.
Ma mi spiegate da cosa viene viene tanta stima per quella donna? Se poi la sua economia tira ancora per il momento, per il momento, non è neanche tutto merito suo (ma semmai delle riforme del suo chicchiaretissimo predecesssore).
Tutto il contrario, io stima per la Merkel non ne ho mai provata, quando Travaglio 2 anni fa andava in giro a dire che secondo lui era il meglio che si trovasse politicamente in Europa gli risi in faccia pesantemente. E’ ovvio che quando parlo di guadagni intendo a breve termine, come ho già detto prima ai tedeschi è sempre mancata la visione di lungo termine.