di Marco Campione.
Michel Martone, il Viceministro dato per disperso solo poche settimane fa, ha fatto la sua prima uscita pubblica. E l’ha fatta con il botto: “chi si laurea dopo i 28 anni è uno sfigato” ha detto. Affermazione che è stata subito paragonata a quel “bamboccioni” del compianto Padoa-Schioppa che tanto fece discutere. E in effetti anche le critiche sono le stesse: non tiene conto della situazione economica, della crisi, degli studenti lavoratori e così via con il fastidioso corollario di allusioni più o meno velate al fatto che il Nostro sarebbe (anzi è, ma è il classico argomento di chi argomenti ne ha pochi) un “figlio di papà”.
Lungi da me difendere i toni del Viceministro che, inconsapevolmente forse, ha voluto rendere omaggio nello stile a chi si dice lo abbia proposto per quella poltrona (l’ineffabile duo Brunetta – Sacconi): toni inaccettabili per chi ha un ruolo istituzionale e per i quali si è per fortuna scusato. Ma i contenuti? In effetti la frase di Martone è un po’ più articolata.
Dobbiamo fare lo sforzo di dare ai giovani dei messaggi veri, tipo: “se a 28 anni tu non sei ancora laureato sei uno sfigato; se a 16 anni tu scegli di lavorare o di fare un istituto tecnico professionale e decidi di farlo bene: bravo!”
Dunque la sua sembra essere in primo luogo una battaglia contro il pregiudizio verso l’istruzione tecnica e professionale, contro – potremmo dire – i lasciti peggiori del gentilismo; così fosse sarebbe una battaglia sacrosanta e le reazioni stizzite l’ennesima conferma che il problema è prima di tutto culturale. Non so se i suoi detrattori lo sanno, ma l’intervento di Martone era nell’ambito di un convegno sull’apprendistato al quale è intervenuto anche il Sottosegretario all’Istruzione Elena Ugolini. Il contesto era quello di chi discuteva di uno dei nodi del sistema di istruzione e formazione e dei suoi legami con il mercato del lavoro: quando e come si fanno le scelte. Lavoro o studio? Imparo un mestiere (e dove) o resto/torno in formazione? E in questo caso, ancora, dove? In altre parole l’orientamento scolastico (alla fine delle medie), universitario (alla fine delle superiori) e lavorativo.
Non c’è qui lo spazio per approfondire i dati, ma si deve sapere che la dispersione scolastica in Italia è a livelli intollerabili per un paese civile: circa un ragazzo dei cinque che si iscrivono in prima superiore esce dal percorso di studi senza nemmeno una qualifica triennale. Si deve sapere che la media di età dei neolaureati italiani è superiore ai 27 anni, mentre la media europea non arriva a 24 anni e che nonostante questo l’Italia ha ancora percentuali inferiori di laureati: tre anni di ritardo accumulati con i nostri diretti “concorrenti” sul mercato del lavoro e con esiti quantitativi (e qualitativi, ma questo è un altro discorso) peggiori. La scelta compiuta nei momenti di passaggio è fondamentale per migliorare le performance dell’Italia e scongiurare errori che si ripercuotono pesantemente sulla vita delle persone che li compiono, non sempre per responsabilità proprie. Fondamentale la scelta fatta in terza media, fondamentale la scelta fatta alla fine delle scuole superiori. Così come deve essere concessa la possibilità di cambiare scelte errate senza troppe conseguenze. Per questo l’orientamento e il ri-orientamento, insieme alle connessioni con il mercato del lavoro, sono punti delicatissimi dell’intera impalcatura del sistema e andrebbero totalmente ripensati.
Ma perché queste riforme siano efficaci va anche estirpato dal senso comune, in questo ha ragione Martone a dire che servono “messaggi culturali positivi”, l’avversione verso l’istruzione tecnica e professionale e l’idea che l’Università sia una scelta obbligata. Se gli italiani ragionano così è anche perché siamo il Paese dove quando le classi dirigenti discutono di scuola, a parole si riferiscono alla scuola genericamente intesa, ma pensano sempre alla scuola che hanno fatto loro: il Liceo Classico e poi l’Università. Anche per questo pregiudizio il Ministro Fioroni faticò a definire dove si potesse espletare l’obbligo a 16 anni. Molti a sinistra pretendevano che si dovesse stare comunque all’interno di un percorso di istruzione, precludendo – ad esempio – alle Regioni di attivare percorsi biennali all’interno della formazione professionale. Il biennio doveva essere “di scuola” e se la scuola per loro è il Liceo Classico, non oso immaginare cosa possano pensare dell’istruzione tecnica o, peggio mi sento, della formazione professionale e dei percorsi di alternanza scuola-lavoro (cosa assai diversa dall’apprendistato). E così abbiamo nei fatti mandato a farsi benedire il biennio unitario (qualcuno addirittura pretendeva fosse unico), facendo dell’elevamento dell’obbligo una riforma a metà.
Troppi fattori spingono i nostri figli verso il Liceo piuttosto che verso l’istruzione tecnica o professionale solo perché fare il Liceo è “figo” e il professionale “da sfigati”; troppi studenti scelgono l’Università solo perché è una scelta obbligata. Obbligata culturalmente, come abbiamo detto, ma obbligata anche dal fatto che non esistono alternative: vogliamo parlare delle condizioni in cui versa l’istruzione post secondaria non universitaria? E se la scelta è obbligata, poco conforme alla propria indole, è più facile poi rallentare nel percorso di studi e da qui a ritrovarsi parcheggiati in un cronico status di fuori corso il passo è breve. Dunque se Martone voleva denunciare tutto questo ha ragione, ma ha in parte sbagliato obiettivo: il bamboccione fuori corso è il sintomo, la malattia è rappresentata da un sistema di istruzione e formazione complessivamente inadeguato che si è stratificato nei decenni.
Se i problemi concreti da affrontare sono quelli che ho evidenziato, le azioni possibili sono, per punti:
- accorciare di un anno il percorso di studi;
- attuare pienamente il Titolo V della nostra Costituzione in materia di istruzione;
- generalizzare percorsi di alternanza scuola-lavoro (anche nei Licei);
- definire percorsi di apprendistato con piene garanzie per gli apprendisti;
- rafforzare l’istruzione post secondaria non universitaria.
Si può intervenire in questa direzione? Si deve. Per farlo però è necessario creare consenso per il cambiamento. E in questo le polemiche inutili alla Sacconi e Brunetta certamente non aiutano. La speranza è che Martone, anche grazie a questo suo incidente comunicativo, capisca che la strada è un’altra, quella della concreta azione riformatrice che faccia toccare con mano i vantaggi del cambiamento. Più stretta e più lunga (che certamente andrà oltre i limiti di questa legislatura), ma che forse finalmente ci porterà a destinazione.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti








In breve, abbiamo perso una quindicina d’anni cacciando il povero Berlinguer e impedendogli di terminare la sua riforma che avrebbe ridotto, appunto, di un anno la durata della scuola e unificato elementare e media. Anche allora, la sinistra conservatrice ha vinto su tutta la linea.
Tra l’altro, sembra che il vituperato 3+2 qualche limitato effetto di riduzione della dispersione universitaria e del numero di fuori corso storici l’abbia ottenuto: http://www.fga.it/index.php?id=24&tx_ttnewstt_news=344&cHash=d7256e2fb5
Direi che il termine “sfigato” oltre a essere chiaramente inadatto per un rappresentante del governo è anche sbagliato per due motivi:
1) al limite chi (senza fare altro, senza lavorare, senza avere problemi di salute gravi, per esempio) ci mette quasi il doppio del previsto sarebbe casomai un “pelandrone”;
2) il vero paradosso italiano è che gli “sfigati” sono gli altri, ovvero quelli che si laureano in tempo ma che dopo aver preso “il titolo” sono come quelli che ci mettono 10 anni. Anzi peggio se il “pelandrone” ha però un papà che può piazzarlo da qualche parte, o che è avvocato, o che è farmacista etc …
Per il resto sottoscrivo quanto detto da Marco per la parte istruzione e per la parte università penso che è il quadro “università di massa” che con trent’anni di ritardo in italia non si è saputo gestire (ne parlavo per altri aspetti più di un anno fa http://www.imille.org/2010/10/dottori-di-massa/ )
La soluzione di tutti i problemi della scuola (e non solo) è l’eliminazione del valore legale della laurea. Avendo lavorato per una grande multinazionale per qualche tempo posso dire che gli inglesi entrano nel mondo del lavoro a 22-23 anni con un titolo che vale la nostra laurea, i francesi uno o due anni in più, i tedeschi idem. Non ho costatato che l’italiano di 27 anni fosse più preparato dell’inglese di 22: ha solo sprecato 5 anni di vita.
Vabbe’, per scendere sul personale, Martone evidentemente non e’ uno sfigato: uno che vince A RUOTA un concorso da ricercatore e poi da associato con questo numero risibile di pubblicazioni http://ricercatoriprecari.blogspot.com/2012/01/carriere-da-sfigati.html e’ senza dubbio un bel fortunello.
Domanda della Gruber a Martone: “Ma lei ha fatto carriera perché è un figlio di papà?”. Risposta: “Sono un ragazzo fortunato”. Laurea – Dottorato – Associato – Ordinario a 29 anni. Davvero fortunato. Magari ha pure vinto al Superenalotto e non l’ha ancora detto. Martone è uno schiaffo in faccia ai giovani, non merita di essere Viceministro del Lavoro.