Lettera di un federalista europeo al PD

di Antonio Longo.

"European Union Color" by tristam sparks

Alcuni esponenti del PD varesino hanno chiesto ad Antonio Longo, membro della Direzione nazionale del Movimento Federalista Europeo e segretario MFE di Gallarate, un intervento scritto in occasione dell’Assemblea Regionale del PD lombardo (Milano, 14 gennaio 2012) dedicata al tema “Più Europa, Più Futuro”. La proposta si è poi tradotta in una lettera aperta di un federalista al PD, che riceviamo da Longo e volentieri pubblichiamo.

Cari amici del PD,
stiamo vivendo una fase cruciale per l’Italia e per l’Europa.  Se un giorno, sperabilmente non troppo lontano, usciremo positivamente da questo grande passaggio storico, potremo dire che questa è stata una fase “rivoluzionaria”, nel senso più corretto del termine. Con il governo Monti si sta “rivoluzionando” la politica in Italia e nulla sarà più come prima. In Europa siamo di fronte alla necessità di passare dall’unione monetaria a quella fiscale: un’altra rivoluzione, perché  vuol dire cominciare a creare una sovranità europea sul bilancio e sulla spesa pubblica.

Il Movimento Federalista Europeo sostenne, già due anni fa, che dalla crisi del governo Berlusconi si poteva uscire solo con un governo d’emergenza, guidato da una personalità di profilo europeo. Che la crisi italiana era profondamente intrecciata con quella europea del debito sovrano. Che le misure da prendere dovevano necessariamente stare in un quadro europeo. E che, infine, il compito del nuovo governo doveva essere quello di riportare l’Italia in Europa, restituendo al Paese un ruolo nel processo di unificazione europea. Questo sta avvenendo.

Cari amici del PD,
sappiamo che l’Italia non si salva se non si salva l’Europa, per la semplice ragione che un’Italia migliore non è nemmeno immaginabile nel quadro di un’Europa disgregata. E l’Europa non può salvarsi se l’Italia affonda, perché con il suo peso economico trascinerebbe l’Europa nel baratro e con il suo peso politico e storico renderebbe il progetto europeo privo di significato. La stessa cosa vale per Francia e Germania. Siamo dunque in presenza di due aspetti della stessa questione: la necessità di salvare l’Italia facendo l’Europa, la necessità di fare l’Europa mettendo in ordine l’Italia. È giusto allora dire che, con il governo Monti, inizia la storia di una “Italia europea”. Ciò pone al centro-sinistra italiano (ed europeo) tre problemi.

Il primo è quello di come coniugare il risanamento finanziario con lo sviluppo. Occorre certo trovare le risorse là dove sono state da sempre occultate (lotta all’evasione fiscale), superare la logica dei tagli lineari per procedere invece ad una revisione dei singoli capitoli della spesa per eliminare gli inutili sprechi, fare una dura lotta per restituire legalità al Paese, condizione essenziale per un sano sviluppo. Ma occorre anche chiedersi perché mai certi beni pubblici quali, ad esempio, la difesa, l’energia, la ricerca avanzata, non possano essere erogati come politiche dell’Unione Europea, certamente in modo più efficace ed a costi più contenuti. Questa “riforma” libererebbe ingenti risorse, da destinare per quei beni pubblici più tipicamente nazionali (la sanità, l’istruzione, il welfare, la giustizia, ecc.). In sostanza il risanamento dei conti pubblici deve essere anche l’occasione per porre il tema di quali beni pubblici vadano erogati a livello europeo. È questo il vero federalismo fiscale: quali beni pubblici e quale fiscalità devono esservi ai diversi livelli di governo (locale, nazionale, europeo).

Il secondo problema è quello di “quale sviluppo” e con quali strumenti. Il modello degli ultimi 60 anni basato su consumi di massa e materie prime a basso costo, per soddisfare i bisogni di un solo quinto della popolazione mondiale, è finito per sempre. È questa la ragione profonda  della crisi che stiamo vivendo. Per uscirne l’Europa deve puntare sull’economia della conoscenza, sulle energie rinnovabili, sulle tecnologie della terza rivoluzione industriale, su un modello sociale che sappia coniugare sicurezza e flessibilità (flexicurity) per essere competitiva in un mondo globalizzato. E deve avere gli strumenti per agire: ad esempio, gli eurobonds per lanciare i progetti per lo sviluppo. Ma i bonds europei sono credibili se c’è un governo europeo dotato di risorse adeguate e con una capacità fiscale diretta. Occorre allora un bilancio europeo adeguato (almeno il 2% del PIL europeo) e una tassazione europea (carbon tax e tassa sui trasferimenti finanziari).

Il terzo problema è quello delle istituzioni europee attuali. Negli ultimi tre anni la politica europea è stata dettata dal duo Merkel-Sarkozy, con uno schema di tipo intergovernativo, che ha umiliato il Parlamento e la Commissione europea. Occorre dire con estrema chiarezza che è proprio questa pseudo-guida dell’Europa la reale causa della crisi, perché pretende di risolvere la crisi dei debiti sovrani dettando regole agli altri Paesi, ma senza creare una vera finanza federale, cioè un potere europeo superiore agli Stati. Francia e Germania hanno preferito invece ricorrere ai meccanismi classici di salvataggio dei paesi in difficoltà: prestiti del fondo salva-stati subordinati a misure draconiane di tagli della spesa. Il disastro economico, sociale e morale della Grecia dimostra il fallimento di questa politica.

La sinistra europea non può accettare questo stato di cose. È innanzitutto una questione di democrazia. Occorre cambiare. Il potere di governo della spesa pubblica, che è oramai europeo “di fatto”, deve essere legittimato democraticamente. Ciò significa due cose.

Primo. Questo potere nuovo deve stare in capo all’istituzione (la Commissione) che può ricevere una legittimazione dal Parlamento tramite l’elezione europea, non a un direttorio (franco-tedesco) e nemmeno a un triumvirato (italo-franco-tedesco). Fino a che l’Unione sarà egemonizzata da uno o più Stati non ci sarà un’Europa politica, cioè democratica.

Secondo. Occorre che il governo europeo, espressione del voto dei cittadini europei, venga dotato dei poteri necessari per fare quelle politiche che gli Europei hanno chiesto con il loro voto.

Ed ecco allora che giungiamo al punto decisivo della questione, quello della responsabilità delle forze politiche.

Cari amici del PD,
dipende solo dalle grandi famiglie politiche europee decidere che le prossime elezioni del 2014 diventino per la prima volta delle vere elezioni, con programmi europei di governo, con schieramenti europei e con leaders europei che competano per la guida della Commissione. Sarebbe la nascita della democrazia europea. E questo non dipende dai governi, ma solo dai partiti. Qui sta la loro responsabilità.

Occorre allora, già adesso, cominciare a costruire un programma europeo di governo. Il Movimento Federalista Europeo ritiene che il cuore del programma debba essere quello dello sviluppo sostenibile per il risanamento, la crescita e l’occupazione. A tal fine il MFE ritiene che sia possibile utilizzare l’art. 11 del Trattato di Lisbona perché un milione di cittadini europei chiedano alla Commissione europea un piano per lo sviluppo. La Campagna di raccolta delle firme (in almeno 9 paesi UE) può avere successo se, accanto al MFE, scenderanno in campo  le forze politiche e sociali, i movimenti della società civile, per dar vita a un grande network europeo capace di alimentare, grazie alla Campagna delle firme, un grande dibattito politico sul futuro dell’Europa.

Da qui al 2014 si apre una stagione di lotta per ottenere, con la democrazia, la nascita di un vero governo europeo. L’Italia europea deve essere in prima linea su questo fronte. Sta soprattutto al Partito Democratico che ciò avvenga.

 

 iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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