La scheda elettorale del 2013

di Francesco Carnesecchi.

Particolare da foto di accurimbono

All’inizio di quest’anno l’istituto di ricerca Demos ha presentato i risultati dell’indagine periodica sul rapporto tra italiani ed istituzioni. I dati mostrano un ulteriore calo della fiducia dei cittadini nei confronti dei partiti politici, scesa a meno del 4%, ed un calo della fiducia nel Parlamento, istituzione verso cui solo il 9% degli intervistati nutre una qualche stima. Eppure i partiti politici restano al centro della democrazia rappresentativa in quanto soggetti fondamentali nel creare identità collettive, aggregate il consenso, indirizzare le politiche pubbliche e determinare la classe dirigente attraverso la partecipazione alle competizioni elettorali. Dunque, indipendentemente dal grado di fiducia dei cittadini, i partiti sono non solo utili, ma necessari. Alle prossime elezioni gli italiani si recheranno comunque a votare, con una partecipazione simile alle ultime elezioni politiche e forse con una astensione in leggera crescita, ma in linea con quella degli altri paesi europei. Nell’esprimere il proprio voto gli italiani faranno la croce su un partito, ed anche se questo soggetto dovesse chiamarsi movimento, federazione o unione, avrà comunque delle caratteristiche comuni ai partiti che abbiamo conosciuto nel secolo scorso.

A seguito alla bocciatura del referendum elettorale è ancora più forte la possibilità che il governo Monti possa arrivare fino alla prossima scadenza naturale della legislatura: la primavera del 2013. Quali partiti troveranno gli italiani nella scheda elettorale? Il sistema sarà quello che abbiamo conosciuto all’inizio degli anni ’90? Oppure le elezioni del 2013 rappresenteranno una ridefinizione del sistema simile a quella avvenuta nel 1994?

Per rispondere a queste domande è necessario chiarire che cosa si intende per sistema partitico e quali siano le sue caratteristiche. Le relazioni tra i singoli partiti e le loro proprietà sono importanti per il funzionamento delle democrazie contemporanee: l’eccessiva frammentazione, la polarizzazione ideologica e le coalizioni eterogenee obbligate riducono la capacità del sistema politico di fare scelte coerenti in termini di politiche pubbliche e quindi l’azione del governo. Le possibili analisi dei sistemi partitici e della loro frammentazione si basano su indici derivati da una correzione del numero di partiti rappresentati in parlamento (Rae, Laakso e Taagepera) sul peso elettorale dei maggiori partiti (Blondel) sul “conteggio intelligente” che prende in considerazione le caratteristiche dei partiti ed il loro potenziale (Sartori). Sulla base di queste classificazioni il sistema partitico italiano del dopoguerra appare sempre come fortemente frammentato e caratterizzato da quello che il Sartori definiva per la prima repubblica un “pluralismo polarizzato”. Questa situazione si è modificata negli ultimi vent’anni ed ha visto una ulteriore evoluzione e semplificazione con la formazione del PD ed del PdL. La tenuta dei due principali partiti italiani è dunque oggi un fattore rilevante per garantire la stabilità e l’alternanza dei governi oltre che la capacità decisionale. Sarà possibile?

Le sfide che i due principali partiti si troveranno ad affrontare nel 2012 saranno sia endogene che esogene. Le principali sfide esogene sono rappresentate da sostegno al governo Monti e dalle possibili modifiche alla legge elettorale. Il sostegno parlamentare al governo tecnico è una sfida ideologica e programmatica per entrambi i partiti. Le modifiche alla legge elettorale potrebbero, sulla base delle scelte prese, sia avere effetti di semplificazione che di complicazione degli scenari politici: la ricerca sin dal dopoguerra ha individuato una forte relazione tra sistemi elettorali e sistemi politici.

Riguardo alle questioni interne è evidente che sia il PD che il PdL, pur avendo percorso fasi di fondazione e di consolidamento molto diverse, soffrono comunque per le spinte centrifughe al loro interno. Le cronache locali di questi giorni raccontano di una guerra interna al PdL, non proprio sotterranea, combattuta a colpi di tessere. E’ evidente che l’uscita di Gianfranco Fini dal partito non solo non ha determinato la perdita di consensi tra gli ex elettori di AN (la formazione di Fini nella media dei sondaggi dell’ultimo anno supera di poco il 4%), ma esiste nel PdL una forte componente che fonda le sue radici nell’ex MSI e che ha ancora una forte radicamento locale oltre a dei referenti nazionali. I contrasti in molte provincie italiane sarebbero dunque un segnale di fragilità di questo soggetto politico, anche se è difficile immaginare un futuro altrove per gli ex AN che non hanno già seguito Fini. Il ragionamento fatto per gli ex AN vale anche per le altre correnti del partito, non esiste al momento la forza esterna capace di raccoglie intorno un elettorato eterogeneo come è stato capace di fare Berlusconi. Il destino del centro destra è ancora legato alle sue scelte e sotto questa luce deve essere letto il rapporto ancora stretto con Bossi, altro protagonista del centrodestra italiano. Anche nella completa crisi di consensi la Lega ed il PDL raccolgono ancora ben oltre il 30% di consensi, dato che seppur destinato ad assottigliarsi non è comunque destinato a scomparire.

Anche nel PD sono innegabili le tensioni centrifughe, sia nelle posizioni della minoranza interna formata dall’asse Veltroni – Fioroni, sia dai movimenti del sindaco di Firenze Renzi. Eppure una scissione del partito lungo le linee delle due componenti principali appare oggi impensabile, è invece probabile che vi saranno ulteriori abbandoni personali, abbandoni che però non avrebbero un effetto di rottura e che si andrebbero ad aggiungere ad altri già avvenuti in questi anni a cominciare da quello di Rutelli.

Le eventuali uscite dai due partiti principali potrebbero rappresentare l’occasione per la nascita una forza di centro capace di contendere il primato elettorale ai due schieramenti? L’orientamento degli elettori rispetto all’offerta politica non ha spiegazioni univoche. Rileggendo il rapporto tra partiti ed elettori in Italia dal dopoguerra ad oggi, piuttosto che di “identificazione di partito” definizione della sociologia americana, è utile parlare di “voto di appartenenza” un voto in cui la scelta elettorale ha coinciso con l’appartenenza ad una “sottocultura politica” e ad organizzazioni sociali ideologicamente orientate vicine ai partiti di riferimento (Pasquino e Parisi). In questa logica l’elettorato sarebbe ancora legato alla propria storia politica personale ed anche i profondi cambiamenti dello scenario politico avvenuti nel 1994 dovrebbero essere letti come un riallineamento di blocchi elettorali predefiniti su nuovi confini lungo cui si sarebbero riallineati negli ultimi vent’anni. Negli ultimi anni la ricerca ha mostrato però l’emergere di altri fattori quali il ruolo dei leader politici e la valutazione della capacità del partito di esprimere un governo, come altrettanto rilevanti per spiegare le scelte elettorali degli italiani.

La stabilità e l’alternanza del sistema politico possono infine essere analizzate attraverso l’osservazione degli spostamenti elettorali tra una elezione e l’altra. Questi spostamenti del voto sono indicatori della stabilità di un sistema politico. La volatilità viene misurata sia nel suo complesso (somma delle differenze tra i risultati ottenuti da ciascun partito tra un’elezione e l’altra) sia come volatilità “tra blocchi” ovvero somma dello spostamento dei voti tra le coalizioni (Pedersen). Considerando il caso italiano, a fronte di una forte volatilità complessiva si osserva una volatilità molto minore tra i blocchi anche se questa è cresciuta sensibilmente dal 1996 ad oggi confermando quindi una certa maturità e dinamicità di una parte dell’elettorato. Anche in caso di un eventuale uscita di alcuni protagonisti della politica italiana dal PD e dal PdL, finalizzati alla creazione di un soggetto politico come successore della Democrazia Cristiana non assisteremo ad uno stravolgimento del sistema politico italiano. Il cosiddetto “centro”, anche a fronte di nuove adesioni non si pone per adesso in una prospettiva di egemonia del voto italiano. Negli ultimi anni vi è stato una continua crescita nei sondaggi del sostegno alle forze di centro tuttavia la media dei sondaggi degli ultimi dodici mesi attribuisce alle forze di centro poco più del 12%, una crescita limitata rispetto al 2010 dove le media era dell’11,4%.

Concludendo, per rispondere alle domande con cui è cominciato questo breve ragionamento, il sistema partitico italiano continuerà ad essere bipolare, anche se debole e condizionato da una forza centrista emergente. Gli italiani troveranno sulla scheda elettorale la maggior parte dei simboli che già conosciamo con alleanze non troppo dissimili da quelle del 2008. Se le alleanze saranno o meno sancite da accordi di coalizione dipenderà dalla legge elettorale, così come dipenderà da eventuali modifiche della legge elettorale se il centro si presenterà come lista unica o come coalizione di partiti.

 iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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