La globalizzazione conduce alla omogeneizzazione culturale? Quale futuro per le attività tradizionali

di Simona Milio.

Sono un’appassionata di cinema sin da piccola. Mi piace immergermi per due ore in una sala cinematografica e fare un viaggio nel mondo che viene proiettato. Imparo dal cinema, a volte esco delusa, altre volte non vedo l’ora di commentare il film appena visto. Immagino di non essere la sola.

Mi piace leggere le recensioni prima e dopo un film, ed è cosi che mi è capitata sotto gli occhi la lettera di un esercente cinematografico intitolata :”Il Piccolo Esercizio può solo chiudere?”. L’autore lamenta la preoccupante condizione nella quale versa il piccolo esercizio di profondità. L’esercente, titolare di una monosala ubicata in un paese di 7000 abitanti, subisce la schiacciante concorrenza di una multisala con 3 schermi, che programma anche fino a 6 film alla settimana, a 5 minuti di auto, e di un multiplex a 9 schermi a 25 minuti di auto. Nella lettera l’autore chiede di sapere se la situazione è uguale in tutta Italia.

La risposta sembra essere, tristemente, positiva. I  tradizionali monosala, quelli dove andavano a vedere le proiezioni i nostri genitori, e noi stessi sino a qualche anno fa, sono tutti a rischio di chiusura sovarcati dagli indubbiamente più competitivi complessi multisala. Il settore cinematografico non è l’unico settore a risentire di questo fenomeno, meglio noto come “globalizzazione”.  Il tessuto imprenditoriale basato su attività familiari e i piccoli imprenditori sono tutti a rischio di fronte ai centri commerciali ed alle catene alimentari e di ristorazione che, sfruttando il principio delle economie di scala sono in grado di fornire all’utenza alternative a costi non sopportabili da chi gestisce in maniera “tradizionale” .

Non a caso, in molti studi accademici, accanto al termine globalizzazione, definito come processo di diminuzione delle barriera nazionali, regionali e locali grazie a tecnologia, trasporti e comunicazioni, si associa quello di “omogeneizzazione culturale”. Questa enunciazione fa riferimento all’assottigliamento della diversità nazionale e locale, alla perdita di conoscenza e pratiche territoriali, a causa del dominio globale di marche e prodotti non locali.

L’omogeneizzazione culturale sembra essere il diretto risultato della globalizzazione, dove l’impatto dei media globali e dell’industria di intrattenimento (ma non solo) porta ad una graduale erosione  della cultura locale rimpiazzandola con prodotti di massa.

Così dal settore alimentare a quello dell’abbigliamento all’intrattenimento ed al cinema tutto sembra assoggettarsi alle regole dei centri commerciali e dei multisala. E allora ci si chiede che futuro possono avere le attività familiari tradizionali soprattutto nelle realtà più piccole? E di conseguenza, cosa rimane della cultura e delle abitudini locali? Finiremo con avere, comuni di abitanti caratterizzati da nient’altro che centri commerciali e multisala? Dove andranno a finire le differenze locali? Quelle differenze che definiscono le barriere tra un comune e l’altro e lo contraddistinguono.

L’apertura dei multiplex e centri commerciali ha avuto effetti differenti sul mercato preesistente dei negozi, ristoranti e cinema tradizionali localizzati nelle aree centrali storiche. Per esempio, nel caso del cinema ha favorito l’evoluzione tecnologica dell’esercizio attivando fenomeni di ristrutturazione ed ammodernamento delle monosale storiche inserite nei centri storici italiani e contestualmente ha espulso dal mercato quegli esercizi deboli e marginali che non hanno avuto la forza e le risorse per rilanciare e diversificare il proprio prodotto, innescando dinamiche di riuso funzionale delle precedenti sale cittadine.

Nel caso dei singoli negozi, l’apertura di franchising di massa ha aumentato la concorrenza qualità-prezzo costringendo i singoli esercenti a dover abbassare i prezzi di vendita al pubblico della propria merce, di gran lunga più costosa di quella offerta dai centri commerciali.

Sembra quindi che la globalizzazione favorisca il consumatore, offrendo servizi più moderni e meno costosi, aprendo una concorrenza serrata tra strutture simili. Per sopravvivere a tale concorrenza si innescano strategie di tutti i tipi. Un esempio, che riguarda le modalità di fruizione del servizio cinema, arriva dall’ Inghilterra a Milton Keynes, dove è stata sperimentata una sorta di low-cost del cinema: rilevata la gestione di un vecchio multiplex, si è ritenuto che per fronteggiare la concorrenza di una nuova struttura localizzata a soli 500 metrifosse necessario applicare al cinema la formula del low-cost, riducendo al minimo i servizi allo spettatore e dove, prenotando in anticipo, si riduce il costo del biglietto finale.

Niente di più che una limpida applicazione e verifica pratica della correttezza di alcuni basilari principi di economia. L’analisi economica del fenomeno deve tuttavia estendere le proprie valutazioni anche alla fase patologica del fenomeno.

A questo punto viene da domandarsi quanto la descritta dinamica sia ammissibile in un momento storico caratterizzato da una congiuntura economica estremamente sfavorevole. Viene da domandarsi se sia ammissibile che le grandi catene di distribuzione o i complessi cinematografici multisala, sventolando annunci di “cercasi banconista”, irrompano in tessuti caratterizzati da una economia tradizionale sconvolgendo gli assetti preesistenti. Sono in molti a porsi l’interrogativo se siamo innanzi ad una reale crescita economica. Per alcuni la risposta è chiara. Non è più un segreto che la nascita di un centro commerciale comporta la perdita di più posti di lavoro rispetto a quanti ne vengano creati. Con un intuibile danno per le realtà interessate (colpite!) da queste operazioni economiche. Ma la perdita non riguarda solo posti di lavoro. A scomparire sono anche l’artigianato, le produzioni locali, l’identità. Inevitabile si delinea la strada verso l’appiattimento culturale se non addirittura verso la gia citata omogeneizzazione.

Se da un lato è vero che rispondere alla domanda se “la globalizzazione rappresenti una sfida o una minaccia” non è facile, per altro verso non ci si può accontentare di un evasivo “ai posteri l’ardua sentenza”.

Si pone pressante l’esigenza di una regolamentazione di settore puntuale e che subordini l’avvio di insediamenti commerciali su larga scala a studi di fattibilità diversificati e che tengano conto delle infinite peculiarità territoriali della nostra penisola. E’ necessario superare la miopia amministrativa che non riesce a vedere oltre le code di auto in fila all’ingresso dei centri commerciali nel fine settimana.

La globalizzazione, non solo fa risparmiare iI consumatore ma accorcia le distanze e nullifica le stagioni, cosi che oggi possiamo mangiare fragole e arance tutto l’anno!  Di fronte ad una tale potere, cosa rimane delle culture tradizionali? Di quando per mangiare le arance si aspettava natale e le fragole si spettava l’estate, del cinema di diversi colori, con diverse poltrone, di diverse misure? Del negozio dietro l’angolo che non sempre aveva il vestito del colore che volevamo ma che il vestito che aveva era sicuro diverso? La cultura, e’ fatta di queste cose, di sapori e luoghi diversi.

Salvare la diversità e l’identità che rendono speciale il nostro Paese è un dovere. Abbiamo festeggiato i 150 anni di un’Italia Unita……. non di un Italia omogenea!

 

 iMille.org – Direttore Raoul Minetti

1 Commento

  1. Francesco Cerisoli

    Ma la cultura e”statica o dinamica? La cultura del comune medievale non nasce spodestando, metabolizzando e mutando quella delle colonie romane?
    E la tradizione del cinema di periferia con le poltroncine pieghevoli di legno e’tradizione solo perche’ e’ vecchia (di quanto poi? 90 anni o meno?) o perche’ consolidata? Occhio che tutto quello che consideriamo tradizione oggi e’stata scandalosa novita’ ieri l’altro. Il “centro commericiale” e’ patre del nostro orizzonte da almeno 20 anni, e sono pronto a scommettere che rappresenta gia’ una consolidata “tradizione”… E la nostra madeleine non e’forse un Buondi’?

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