di Maurizio Bovi.
La crisi dei debiti sovrani tuttora all’onore delle cronache è deflagrata in Grecia per poi estendersi a macchia d’olio in tutta l’area dell’euro. La spiegazione della tragedia Greca e della successiva diffusione è rinvenibile in una serie di errori dei locali policymakers, a cui si sono poi aggiunti gli errori di miopia dei leaders dei paesi più virtuosi. Qui propongo una brevissima storia della crisi e un tentativo di spiegarne alcuni elementi.
Con l’entrata nell’Euro, la Grecia ha vissuto vari anni di euforia economica con consumi ed investimenti che oggi risultano eccessivi e non più sostenibili. I salari sono cresciuti più della produttività e la competitività della Grecia è diminuita drammaticamente. Nella classifica della competitività a livello mondiale stilata dal World Economic Forum, nell’ultimo triennio la Grecia è passata dall’83-esimo posto al 90-simo; molto al di sotto, cioè, di paesi come la Lituania e a livello del Libano e dell’Armenia. L’appartenenza all’area dell’Euro ha fatto poi sì che la Grecia godesse di un periodo di bassi tassi di interesse che ha portato a investimenti che, ex post, sono risultati essere eccessivi.
A tutto ciò va aggiunto una politica fiscale lasca e istituzioni deboli/corrotte che non hanno fatto le riforme necessarie durante condizioni economiche propizie, lasciando inalterati sistemi di welfare praticamente insostenibili. Solamente attraverso la falsificazione dei bilanci pubblici le autorità greche sono riuscite a trascinare la situazione (all’incirca) fino alla crisi di Lehman Brothers. Ma era assolutamente ovvio che alla prima crisi internazionale il sistema greco non avrebbe potuto più reggere. Troppo il divario di competitività, eccessivo il livello di corruzione e di evasione fiscale, smodato il grado di euforia dietro le scelte economiche da parte degli operatori privati, drammaticamente ingombrante la presenza della moneta unica che impediva svalutazioni competitive. Gli economisti difficilmente riescono a cogliere il preciso timing delle crisi, ma che i sistemi economici alternino periodi di boom e di crisi è un fatto non sorprendente. Benvenute, quindi, le sanzioni alla Grecia.
Detto ciò, però, i paesi virtuosi avrebbero potuto gestire la crisi in modo assolutamente migliore. Il Pil greco, infatti, ammonta a circa il 2% dell’area euro: con risibili interventi da parte degli altri paesi e con un congruo ma sostenibile aggiustamento da parte greca, la scintilla si sarebbe spenta sul nascere. E’ un po’ come il buon padre di famiglia che, davanti a tutti difende il figlio ma poi, tornati a casa, “fa i conti” con il discolo. L’Europa è una Casa Comune o si deve pensare di fare i separati in casa alla prima difficoltà? Inoltre, si dovrebbe essere consapevoli del fatto che il debitore non può pagare più di tanto. Gli effetti keynesiani sulla crescita reale delle reiterate manovre “lacrime e sangue” imposte ai Greci stanno lì a dimostrare che il rapporto debito/Pil può anche peggiorare in caso di politiche fiscali eccessivamente draconiane. Tra l’altro, queste manovre sono state imposte in un quadro europeo in cui il consolidamento fiscale è praticamente generalizzato, il che acuisce ancor di più i perversi effetti keynesiani.
Al contrario, i paesi virtuosi hanno posto in essere una serie di interventi lenti, contraddittori, eccessivamente punitivi, non cooperativi. Il Mercato, è noto, necessita di misure senza se e senza ma. Intuendo la fragilità della sedicente “Comunità Europea”, è scattato l’effetto domino che dura tuttora.
A questo punto una domanda sorge spontanea: se era così facile, perché non è stato possibile spiegare ai contribuenti europei che con poco avrebbero evitato molto?
Qui può forse essere di qualche aiuto una versione del “Gioco dell’Ultimatum”. In questo gioco ci sono due giocatori, Tizio e Caio. A Tizio viene dato un milione di euro a due condizioni note ad entrambi:
a) Tizio, a proprio piacimento, deve dividere il milione con Caio;
b) Se Caio rifiuta la quota propostagli da Tizio, entrambi perderanno tutto e dovranno anche pagare una (piccola) penale.
Supponiamo ora che Tizio, nell’euforia da ingordigia, lasci 500 euro a Caio e tenga 999.500 euro per sé. Di fronte alla proposta di Tizio, Caio potrebbe non accettare la spartizione non solo perché la ritiene iniqua, ma anche e soprattutto perché non vuole dare soddisfazione a quell’ingordo di Tizio.
Vale la pena di sottolinearlo: Caio preferisce pagare una penale piuttosto che avere 500 euro!
Morale della storia: tutti stanno peggio. Proprio come oggi in Europa.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti





