di Federico Martire (*).
Se la Nord Corea fosse un film rientrerebbe quasi certamente nella categoria del comico-grottesco. Il culto della personalità del caro leader Kim Jong-il – inviato dal cielo, autore di 3000 libri e miglior giocatore di golf al mondo – i cui 10.000 macroritratti che adornano le strade del paese ricordano ai 24 milioni di coreani il regime orwelliano nel quale vivono, è un aspetto quasi colorito e patetico agli occhi degli osservatori occidentali. Ma tra i meandri del ‘folklore’ ridicolo del regime comunista si annidano centinaia di esecuzioni sommarie, gulag e privazioni di ogni genere per la popolazione locale. Nonché un elemento di destabilizzante minaccia per la regione dell’Asia-Pacifico e del mondo intero.
La morte di Kim Jong-il e l’annuncio ufficiale della successione del terzogenito Kim Jong-un hanno riportato sotto i riflettori il paese asiatico, aprendo nuovi scenari per il conflitto lungo il 38° parallelo, tanto da far annunciare al presidente sudcoreano Lee Myung-bak che “La situazione nella penisola coreana è a un nuovo punto di svolta”. La verità, però, è che, come osservato da Fred Kaplan della Fondazione New America, “non sappiamo quasi niente sulla Nord Corea”. E le numerose incognite che si sono sollevate con la morte di Kim Jong-il hanno aggiunto preoccupazione riguardo la potenziale esplosione del fragile equilibrio nella penisola, tanto da far crollare i mercati asiatici subito dopo l’annuncio del decesso del dittatore.
Come detto, la turbolenta situazione coreana rappresenta un elemento destabilizzante per tutta l’area dell’Asia-pacifico dove, non a caso, aumenteranno gli sforzi militari americani nel prossimo futuro seppur in una fase di tagli al budget militare, come recentemente annunciato dal presidente Obama. Il mirino americano rimane puntato sulla Nord Corea non solo per l’incubo nucleare, ma anche per mantenere stabile la presenza in un territorio nel quale l’influenza politico-militare cinese, unico alleato e interlocutore della Nord Corea, è in costante crescita. Eppure a sentire i sudcoreani, diretti interessati di un possibile conflitto nell’area, gli interessi militari di Cina e Stati Uniti nella zona convergono, quantomeno nel breve periodo: gli USA, infatti, sembrano più preoccupati dalle minacce iraniane nello stretto di Hormuz, mentre le dotazioni dell’esercito cinese non sarebbero tecnologicamente all’avanguardia per sostenere un conflitto armato contro gli USA. E allora, se né Stati Uniti né Cina (né i potenziali alleati Giappone e Russia) guardano ad un conflitto armato lungo il 38° parallelo, perché il mondo dovrebbe preoccuparsi della Corea?
I timori si riferiscono proprio a quanto asserito da Kaplan, a quel non sapere nulla su quanto succede a Pyongyang. In pratica, una situazione di costante incertezza che non può lasciare tranquilli, in quanto si tratta di un regime dispotico e imprevedibile, provvisto di un esercito numerosissimo (ancorché tecnologicamente debole) e potenzialmente dotato di armi nucleari. Del nuovo leader Kim Jong-un, la cui campagna di idolizzazione nel paese è già stata avviata, non conosciamo neppure l’età anagrafica (fonti sudcoreane stimano che l’8 gennaio abbia compiuto 28 o 29 anni), figurarsi le attitudini diplomatiche e militari. Ciò che è certo, secondo la stampa dei vicini del sud, è che il ruolo primario nel nuovo direttivo del regime nordcoreano sarà inizialmente condiviso tra Jong Song-thaek, cognato di Jong-un e vicepresidente della Commissione di difesa nazionale, considerato il mentore del neo-nominato leader, e Ri Jong-ho, che ricopre un’alta carica nell’esercito. La questione è che però neppure in Corea del Sud si sa quale strategia politico-militare intenda adottare il nuovo direttivo, lasciano molti punti in sospeso. Punti che il presidente del Sud, Myung-bak, sta cercando di comprendere soprattutto grazie alle relazioni diplomatiche con la Cina, unico interlocutore di Pyongyang.
Ritorniamo pertanto al ruolo cinese, ormai anche agli occhi dei sudcoreani principale attore del conflitto, ben oltre i ‘six-party talks’ (Corea del Nord, Corea del Sud, Cina, Giappone, Stati Uniti, Russia) limitati, quasi esclusivamente, alla non-proliferazione nucleare. La Cina, come già detto, non ha interessi ad un conflitto armato ma, al contrario, ad un incremento della propria influenza economica sullo scomodo alleato di Pyongyang, tanto da far pensare ad un’incorporazione della Nord Corea, anche solo a livello economico. E questo è l’aspetto che più preoccupa il Sud, intimorito da un potenziale schiacciamento tra le due superpotenze attive nella zona: da un lato la Cina e dall’altro gli Stati Uniti, nei confronti dei quali i coreani mantengono un alto livello di astio sin dai tempi del conflitto del 1953. Al fine di evitare questa opzione, considerata drammatica per gli interessi politico-economici del Sud, il governo di Myung-bak è pertanto impegnato in un’azione diplomatica un po’ paradossale: rafforzare Kim Jong-un. Evitare infatti che la Cina prenda il totale sopravvento nelle decisioni politiche del Nord sembra infatti la priorità per la Corea del Sud: e l’opzione più semplice per evitare che questa ipotesi diventi realtà è quella di aprirsi il più possibile ai nemici del nord, non rispondendo alle provocazioni verbali (la cosidetta “sunshine policy”) e dando credito a Jong-un, di modo tale da rafforzarne il peso rispetto agli alti dirigenti dell’esercito e da garantirne quasi una ‘copertura diplomatica’ con gli USA e la Cina stessa. Non a caso, Lee Myung-bak ha autorizzato i sudcoreani, un po’ a sorpresa, ad esprimere le proprie condoglianze ai vicini del nord per la perdita di Kim Jong-il: decisione molto criticata dall’esercito sudcoreano, ma che era naturalmente diretta ad aprire un canale di comunicazione diretto con il nuovo leader del paese. Una sorta di ‘esperimento esplorativo’ che però, per ora, non sembra aver prodotto frutti. E, sempre non casualmente, in questi giorni Lee si vedrà con il premier cinese Hu Jintao a Pechino.
L’incontro tra i due leader dell’estremo oriente asiatico, che segue di pochi giorni la visita a Pechino dell’assistente secretario di Stato americano Kurt Campbell, segna un nuovo inizio nel processo di pace nella penisola. Sebbene ufficialmente incentrato sulle relazioni economiche tra Cina e Sud Corea, è evidente che il vertice verte anche (se non soprattutto) sull’evoluzione del regime nordcoreano: e il fatto che Myung-bak ne discuta con Hu Jintao prima che con Obama o con la Clinton la dice lunga su quale lato della bilancia abbia più peso per il governo sudcoreano. In altre parole, la Cina si è ormai convertito nel principale interlocutore della Corea del Sud, davanti a Stati Uniti, Russia e Giappone, senza neanche menzionare l’Europa e i suoi Stati membri, apparentemente disinteressati a quanto accade lungo il 38° parallelo.
Se la nuova strategia diplomatica della Corea del Sud avrà successo sarà il tempo a dirlo. Ciò che però si può già affermare è che nei vasti e delicati giochi di potere geopolitici nel continente asiatico il principale attore è, quantomento in estremo oriente, la Cina, che sembra aver ormai superato gli USA sia come interlocutore sia come negoziatore tra opponenti. Che gli Stati Uniti non si rassegnino ad un ruolo di secondo piano nell’Asia-Pacifico è però evidente: e se le relazioni diplomatiche nella regione appaiono al momento tranquille e cortesi, non è assolutamente da escludere che la situazione si surriscaldi nell’arco di un lustro. Non a caso, la presenza militare americana non si è consolidata solo intorno alla penisola coreana, ma finanche in Australia, rafforzando le teorie che sostengono l’area dell’Asia-Pacifico come principale fonte di instabilità per gli equilibri militari globali.
(*): L’autore ringrazia Seohoon Jeon del Korean Institute of Technology per l’amichevole collaborazione all’articolo.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti






In realtà alla Cina interessa solo mantenere divisa la penisola Koreana, il regime ha sempre dato problemi anche a loro. Una delle possibilità è l’incorporazione della Korea del Nord come provincia cinese. Anche se per ora Jong-un regge bene, con tanto di servizio fotografico a bordo di un carro armato, infatti sarà il “genio militare” per i suoi sudditi.
@Alan
Grazie del commento.
Non credo che l’incorporazione della Corea del Nord da parte della Cina sia un’opzione percorribile, al momento. Parlando con sudcoreani, sarebbe un elemento terribilimente destabilizzante e pericoloso, e nessuna parte in gioco nei six-party talks ne ha interesse (USA e Cina in testa). L’ipotesi di una incorporazione economica, invece, è più plausibile, e fa riferimento proprio all’interesse cinese a mantenere forte il suo controllo sulla Corea del Nord, magari liberandosi di un alleato scomodo e dispotico come quello rappresentato dal regime nordcoreano. E a questo, come dicevo nel pezzo, si legano i timori della Corea del Sud, impaurita dallo schiacciamento (economico e politico) tra due superpotenze.
E non credo che alla Cina interessi ‘solo’ mantenere la penisola divisa. Sicuramente a Pechino non hanno interesse alla riunificazione, ma la pacificazione della zona è un elemento importante per gli obiettivi cinesi, visto che in questo momento non sarebbero in grado di sostenere un conflitto armato e, al contrario, mirano ad una costante espansione economica e commerciale. Pertanto, porsi come interlocutore privilegiato tra Seoul e Pyeongyang è negli interessi cinesi.