L’avversione al carbone nasce da cattiva informazione

di Rinaldo Sorgenti. (*)

Di cypheroz

Talvolta si scrive su argomenti di particolare interesse senza conoscerne a fondo i presupposti di merito e questo, invece di contribuire ad una migliore e più approfondita conoscenza dei temi, porta ad ulteriore confusione se non addirittura ad alimentare il pregiudizio.

Colgo quindi l’occasione per tentare di fare chiarezza su diversi “falsi miti e luoghi comuni” che da sempre condizionano il confronto tra l’utilizzo del Gas o del Carbone per la generazione elettrica nel nostro Paese, con alcune riflessioni anche alle fonti cosiddette rinnovabili (FER). Senza un’oggettiva e corretta analisi degli elementi di merito, infatti, si rischia di rimanere ancorati a slogan vecchi e superati, che ancora confondono l’opinione pubblica.

E’ sorprendente notare che quasi tutti parlino delle emissioni di CO2, magari demonizzando la Centrale di Cerano (BR) perché, essendo l’impianto più grande nel nostro Paese alimentato con questo prezioso combustibile, inevitabilmente emette un maggior quantitativo di anidride carbonica, mentre spesso si discute dell’apparente ritardo dell’Italia rispetto ai vincoli impostici dalla Ue, associando queste emissioni al concetto dell’asserita salvaguardia dell’ambiente.

Innanzi tutto bisognerebbe sapere e dire a chiare lettere che la CO2 non è di fatto un “inquinante” e non produce alcun effetto nocivo a livello locale. Infatti, le vere emissioni inquinanti riguardano gli ossidi di zolfo e di azoto, le polveri ed i metalli pesanti il cui impatto, comunque e grazie alle moderne tecnologie (CCT), è sostanzialmente e drasticamente ridotto. Infatti, una moderna centrale a Carbone ha sostanzialmente lo stesso impatto ambientale di una moderna centrale a Gas, a parità di elettricità prodotta e tenuto ovviamente conto delle reali condizioni di esercizio di questi impianti nel nostro Paese.

Peraltro, quando per esempio si lascia intendere che sarebbe opportuno dismettere impianti fondamentali per il sistema elettrico nazionale per sostituirli con produzione elettrica da FER (Fonti Energetiche Rinnovabili) o “provvisoriamente” a Gas metano, evidentemente non si conoscono bene i concetti fondamentali che governano la produzione di elettricità nel Mondo, sia dal punto di vista tecnico che economico, nonché occupazionale, vista l’importanza che ha il poter disporre di abbondante energia a prezzi ragionevoli per poter sostenere la competitività del nostro sistema Paese, sia in ambito locale che internazionale. Nel caso specifico, non riconoscere l’importanza che ha per l’occupazione e l’economia locale la presenza sul territorio di un moderno impianto di generazione elettrica (come appunto la Centrale di Vado Ligure), magari asserendo che la Liguria produce più energia di quanta ne consumi (come se ogni Regione dovesse, autarchicamente, produrre in loco solo quello di cui ha normalmente bisogno e nulla più), vuol dire non contestualizzare le situazioni e far finta di non conoscere la realtà e le caratteristiche del territorio e le necessarie integrazioni che da sempre hanno caratterizzato lo sviluppo delle diverse infrastrutture produttive nei diversi Paesi. Sarebbe chiaramente assurdo – se non impossibile – che ciascun Comune o Provincia producesse in loco SOLO quello di cui necessita (acciaio, vetro carta, metalli, cemento, elettricità, combustibili vari, ecc. ecc.. Tutti immaginiamo l’incredibile sperpero di risorse che questo richiederebbe, con svantaggi a tutti i livelli e per tutta la collettività. Infatti, questo è un concetto solo “ideologico” che nessun saggio governante di un paese sviluppato del Mondo ha mai pensato (neppure nel corso di un sogno/incubo notturno) di attuare.

Ancora una volta, allora, guardiamo senza pregiudizi fuori dalla nostra finestra e osserviamo cosa avviene nella verde Danimarca a Noordjylland, o in Germania a Niederaussem (Paesi dove le Fonti Rinnovabili hanno avuto un particolare sviluppo, soprattutto per le condizioni di naturale ventosità dei rispettivi territori), dove è in progetto la realizzazione di nuove e moderne centrali alimentate a Carbone; in Germania, peraltro, in un sito che già ospita storici impianti di produzione a Carbone per una potenza 4 volte superiore a quella della Centrale di Brindisi Sud (e 9 volte la potenza complessiva a Carbone della Centrale di Vado dopo la realizzazione del nuovo modernissimo gruppo da 460 MW) e dove il turismo e l’agricoltura di qualità convivono egregiamente intorno a questi moderni impianti.

Poi, noi tutti dovremmo domandarci qual è il contributo alla generazione elettrica in Germania, assicurato dagli ingenti investimenti eseguiti nel Solare Fotovoltaico (primi assoluti al Mondo), per scoprire che questo assicura loro solo il 2% dell’elettricità che consumano, mentre il Carbone copre il 43,5% dell’elettricità di cui hanno bisogno! In Danimarca poi (il Paese più ventoso d’Europa), dove troviamo pale eoliche ovunque, anche di fronte alle fredde e desolate spiagge, dove l’Eolico contribuisce per il 13% mentre il Carbone (tutto d’importazione) copre circa il 50% dell’elettricità prodotta in loco. E quando nelle “ore di punta” (cioè di maggior richiesta elettrica) il vento NON spira, sono costretti, per non rischiare il “black-out”, ad importare l’elettricità dalla vicina Svezia, prodotta dal Nucleare!

Invece, a causa della fuorviante enfasi che è stata posta sulla questione del “Protocollo di Kyoto” e dei conseguenti eccessivi ed ingiustificati oneri di riduzione delle emissioni di CO2 imposti all’Italia nell’ambito Ue, nonchè della visione parziale sulle sole emissioni “post combustione” di Gas e Carbone, anziché sul loro “ciclo di vita” globale, si arriva a stravolgere i concetti fondamentali e le ragioni vere e sostanziali che sono a favore dell’uso del Carbone per la produzione elettrica ovunque nel Mondo, nonché nei Paesi più ricchi e sviluppati del Pianeta.

Infatti, quando si parla di GHG “Green House Gas” (gas ad effetto serra), si dovrebbe considerare l’insieme delle relative emissioni nell’intero “ciclo di vita” dei diversi combustibili: dal punto di estrazione dai giacimenti – dove avviene la riduzione dagli elementi indesiderati (CO2=anidride carbonica, H2S=idrogeno solforato e N20=protossido di azoto) -, alle emissioni durante il trasferimento ai luoghi di destino, ed infine le emissioni in fase di combustione per produrre l’elettricità. Ciò, purtroppo, non avviene e le stesse Direttive IPPC (Prevenzione e riduzione integrate dell’inquinamento) ed ETS (Emissions Trading Scheme) dimenticano totalmente questi elementi fondamentali, concentrandosi solo sulle emissioni a destino, cioè “post-combustione“. Da qui nasce l’errata convinzione  che utilizzando il Gas Metano si emetta circa la metà di CO2 rispetto all’impiego del Carbone, quando invece le relative emissioni sarebbero sostanzialmente analoghe qualora – come dovrebbe essere – si conteggiassero quelle complessive.

Per queste ragioni, il Protocollo di Kyoto si è rivelato chiaramente uno strumento inadeguato ad affrontare il concetto della riduzione delle emissioni globali dei gas ad effetto serra, tanto più che la sua applicazione continua ad essere marginale e limitata ad una parte dei Paesi (solo Ue!), dove peraltro le tecnologie di impiego dei combustibili sono tra le più avanzate ed efficienti nel mondo. Senza peraltro dimenticare che, per ridurre le emissioni di CO2, non basta agire solo sul settore “produzione energia elettrica”, ma bisognerebbe considerare tutte le altre fonti di rilascio, tra le quali e con contributi rilevanti ci sono certamente anche il riscaldamento degli edifici, i trasporti, le diverse altre attività industriali ed il settore delle costruzioni, nonché l’agricoltura.

Per concludere, allora, mi soffermo sul doppio concreto vantaggio del Carbone rispetto al Gas: grazie all’abbondanza di riserve distribuite in Paesi geo-politicamente diversificati e grazie alla relativa economicità del prezzo, il Carbone da un contributo fondamentale a tenere bassi i prezzi di generazione elettrica (elemento determinante per molte industrie manifatturiere energivore, quali acciaio, cemento, carta, vetro, metalli vari, ecc.), oltre a liberare ingenti risorse, utili anche alla ricerca sulle Fonti Rinnovabili. Gli esempio sopracitati di Germania e Danimarca ne sono una concreta evidenza, sotto gli occhi di tutti coloro che vogliono approfondire l’argomento senza pregiudizi inutili, dannosi ed altresì costosi.

Un ultimo accenno anche all’aspetto dei costi di Kyoto, che diversi giornali riportano come gravoso onere che l’Italia dovrà pagare per l’apparente mancato rispetto dei limiti di emissione di CO2. Al riguardo è importante considerare (e sapere) che ai tedeschi hanno riconosciuto emissioni pro-capite di 14,92 tonn./anno di CO2 contro solo 8,7 tonn./anno a noi italiani! Ma che bravi (a Bruxelles) e di grazia: perché questa discriminazione, se la CO2 NON è dannosa alla salute, tantomeno in ambito locale? La risposta è purtroppo semplice e …sconcertante: “Purtroppo, chi ha negoziato per noi a Bruxelles nel 1998 e successivamente con gli ultimi P.N.A. (Piano Nazionale di Allocazione) si è fatto platealmente gabbare e sulla scia di un “falso ambientalismo” si è fatto concedere un volume di emissioni assolutamente penalizzante per l’Italia e per la competitività del nostro sistema Paese, nonostante noi avessimo la più bassa “intensità energetica”, vale a dire produciamo lo stesso bene consumando meno energia dei nostri concorrenti Ue” e le più basse emissioni pro-capite di CO2, secondi solo alla Francia, perché produce il 78% dell’elettricità con il Nucleare!

Quindi la Germania (con circa 81 milioni di abitanti), che emette ogni anno 1.230 milioni di tonnellate di CO2 ed ha il 43,5% di Carbone nel “Mix delle Fonti”, appare già sotto, dopo il primo anno di vigenza del P.Kyoto, del 2,8% rispetto al “tetto” di emissioni di CO2 loro assegnato (con un’eccedenza di quote per oltre 40 milioni di tonn./anno!), mentre l’Italia (con circa 58 milioni di abitanti), con i propri 520 milioni di tonnellate/anno di CO2 ed il 59% di Gas nel “Mix Energetico” nazionale, appare in ritardo per circa il 13% rispetto al “tetto” di emissioni di CO2 assegnatoci. Vi sembra che Italia e Germania siano state trattate nello stesso modo? Per non parlare poi della Francia e della Gran Bretagna.

Nella speranza di aver contribuito a fare un po’ di chiarezza, invito tutti a documentarsi meglio su tutti questi argomenti ed a pretendere maggiore informazione tecnica per poter meglio valutare tutti questi argomenti, così importanti per noi tutti.

 

 

(*) riceviamo, e volentieri pubblichiamo, l’articolo da Rinaldo Sorgenti, Vicepresidente di ASSOCARBONI e già Vicepresidente della Stazione Sperimentale per i Combustibili.iMille.org – Direttore Raoul Minetti