Giorgio Napolitano, l’unità dell’Italia e dell’Europa

di Renzo Rubele.

"Giorgio Napolitano a Torino" di Gianfranco Goria

Non si immaginava che sarebbe stato agevole, per Giorgio Napolitano, essere il Presidente della Repubblica nell’anno della celebrazione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Vogliamo dire cioè che il momento storico e il clima politico nazionale promettevano ben poco di piacevole per chi si sarebbe trovato, in virtù del proprio ruolo, a rappresentare e difendere le conquiste e il valore di uno Stato unitario quanto mai vilipeso nella quotidiana lotta politica da più parti e per svariati motivi. Ben diversa situazione, insomma, da quella gaia e portentosa celebrazione del Centenario, che, nel 1961, veniva a cadere in un periodo complessivamente positivo per il Paese e per il mondo intero. In quell’anno sembrava, effettivamente, che la gran parte dei fattori economici, sociali e politici fossero orientati verso il meglio, e nel popolo italiano si percepiva, visibilmente, un gagliardo spirito innovatore con il quale animare nuove intraprese e bruciare altre tappe di un progresso civile senza limiti.

E però, a conti fatti, questo 150° si è chiuso meglio di come si potesse prevedere. Non ci riferiamo, tuttavia, al mero cambio di Governo e al conseguente mutamento di relazioni politiche ed istituzionali, segnato da un abbozzo di Unità Nazionale a sostegno del nuovo Esecutivo. Certamente vi è stato qui un miglioramento complessivo del clima politico, che non può essere disconosciuto nemmeno dalla parte che ha visto perdere le proprie prerogative di maggioranza e di guida del Paese. Però la sostanza delle conseguenze di questo cambio potrà essere valutata appieno solo più avanti, quando le ancora troppe incognite presenti saranno dissipate. Ci basta ora considerare alcuni elementi di spirito civico della nostra comunità nazionale, ai quali alludevamo più sopra.

Vogliamo in pratica dare piena approvazione alle parole con cui Giorgio Napolitano ha aperto il suo messaggio di fine d’anno, con il pubblico riconoscimento e ringraziamento per la partecipazione e l’interesse con quale gli Italiani di ogni quartiere e di ogni estrazione sociale hanno vissuto i momenti celebrativi e il senso complessivo di questo anniversario. Li abbiamo visti anche noi, questi Italiani, all’inizio un po’ spaesati e distaccati dalla propria storia, riappropriarsi mano a mano degli elementi di base del passato che ci ha fatto un popolo unito. Li abbiamo visti esporre qualche bandiera nazionale, fuori dai propri balconi. Sia pure con tutti i limiti del caso, abbiamo percepito la costante crescita “dal basso” di questo sentimento di più forte solidarietà nazionale, frutto certamente di vari fattori – non ultimo, ovviamente, l’ansia di fronte alle difficoltà economiche, che in questo caso ha agito più come elemento di identità ed unità che di rottura. Fino al punto di sentire quanto fosse necessario, e soprattutto politicamente possibile, per il nostro Presidente, rispondere a muso duro a quella Lega Nord tornata ad abbaiare contro lo Stato unitario.

Questa ricomposizione del Paese attorno alla riscoperta di valori civici comunque presenti nella nostra gente, è stata, possiamo dire, personificata dallo stesso Capo dello Stato, il cui gradimento ha continuato ad essere molto elevato fra i cittadini di tutti gli orientamenti politici. La sua intelligente azione di “arbitro e garante sul campo” delle vicende politiche nazionali è risultata efficace e quanto mai opportuna. E’ difficile sottrarsi all’idea che, nelle attuali condizioni politiche, non ci potesse essere un Presidente migliore, e che la conduzione del ruolo sia stata in effetti quella più magistrale e più adatta alla situazione.

E’ possibile ripercorrere alcune fasi di quest’annata presidenziale attraverso i principali discorsi che Giorgio Napolitano ha pronunciato in diverse occasioni pubbliche, e raccolte in un agile volumetto («Una e indivisibile», Riflessioni sui 150 anni della nostra Italia, Rizzoli). Dalla lettura dei vari interventi emerge un Presidente preparato, ma soprattutto pronto ad offrire interpretazioni equilibrate e ben meditate, laddove la riproposizione di fatti, eventi, azioni e situazioni politiche anche controverse continua ad essere oggetto di acute dispute storiche e storiografiche. L’indirizzo che Napolitano ha voluto imprimere alle celebrazioni di questo 150° è stato orientato a comprendere tutte le ricostruzioni complesse e anche problematiche, ma rigettando cliché e stereotipi inadatti ad esprimere e rappresentare quella fase di costruzione dello Stato Italiano e la storia successiva. Egli non ha volutamente scelto di mettere su un piedistallo qualcuno dei principali attori più di altri, ricomprendendo Cavour, Mazzini, Garibaldi, Cattaneo e la stessa monarchia sabauda in un affresco organico dove a ognuno devono essere attribuiti i propri meriti – e non per astratto egualitarismo o desiderio d’incenso collettivo, ma perché, guardando bene i fatti e analizzando ruoli e situazioni, è proprio questo l’approccio più sensato.

Napolitano non dimentica di evidenziare il non affatto trascurabile concorso popolare nella costruzione dell’unità, esaltandone i momenti più significativi. Questo è un breve cenno del suo pensiero, tratto da un discorso del 5 maggio 2010 a Genova:

«Senza l’apporto del volontariato non sarebbe stata concepibile la spedizione dei Mille. Esso rifletteva il diffondersi di quel sentimento di italianità che poi affratellò gli imbarcati sulle due navi dirette in Sicilia […]. Insomma, italiani che si sentivano italiani e che accorrevano là dove altri italiani andavano sorretti nella lotta per liberarsi e ricongiungersi in un’Italia finalmente unificata.»

Napolitano, nel difendere il valore di fondo della nostra unità nazionale, riveduta e corretta con la restituzione di un ruolo adeguato alle autonomie locali in base al nuovo Titolo V della Costituzione (“nuovo” ormai da dieci anni, peraltro), non si dimentica mai di inquadrarla nel contesto di una sempre più attuale azione per l’Unità Europea. Ne ha i titoli culturali e politici, essendo schierato per una più forte integrazione politica del continente da molto tempo. Nel periodo in cui fu Europarlamentare, dal 1999 al 2004, presiedette la Commissione Affari Istituzionali quando sembrava prendere forma concreta la speranza di una Costituzione per l’Europa che assomigliasse, in qualche modo, alle più tradizionali Costituzioni degli Stati moderni.

Questo ruolo di ardente Europeista gli è riconosciuto un po’ da tutti, non solo in Italia e Europa, e contribuisce a connotare il suo profilo politico in maniera alquanto singolare, perché non è banale che una figura politica con così alte responsabilità a livello nazionale (e quindi doveri di rappresentare e tutelare l’interesse del proprio Paese) riesca ad congiungere in modo fecondo uno slancio verso l’Unione Europea parimenti sentito e sostenuto con l’azione quotidiana, pur nei limiti nel proprio ruolo non governativo, ma sempre eccezionalmente rilevante. Le parole pronunciate nel discorso di fine d’anno riconfermano questa direzione di marcia, ora e per il futuro, per il nostro Paese. La presenza e l’opera di Giorgio Napolitano, insomma, ci confortano e ci rassicurano, in questo periodo decisamente periglioso, per l’Italia e per l’Europa.

 iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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