di Massimo Matteoli.
Gli articoli del Prof. Daveri pubblicati su “La Voce” sulle ragioni di un prudente ottimismo per il 2012 mi hanno colpito.
E’ molto più importante di quanto sembri che in un quadro sempre più a tinte fosche si esca dagli stereotipi e dal “pessimismo un tanto al chilo” sulla capacità dell’Italia di superare la crisi. In particolare esiste all’estero l’idea diffusa che il popolo italiano sia costituito solo da cicale sconsiderate che cercano di approfittarsi delle serie e responsabili formiche del nord Europa. L’immagine è così radicata che Giuliano Amato, come lui stesso ha riferito, ha ricevuto i complimenti di un “collega tedesco” solo per aver usato in un intervento la parola “disciplina”. Ma anche molti italiani, giustamente scontenti dei tanti “vizi” pubblici e privati del paese, sono pervasi da un radicato scetticismo sul prossimo futuro.
La realtà del paese profondo, per fortuna, è molto diversa, ci sono ancora spazi per un’inversione di tendenza, ma dobbiamo esserne consapevoli noi per primi. Vorrei partire proprio dai dati dell’export per segnalare un’ulteriore ragione di “ottimismo”.
Praticamente tutti hanno capito che il commercio estero è una delle grandi (ed al momento una delle poche) risorse del paese. Non so, però, quanti tra i non specialisti sappiano che l’Italia non solo è uno dei più grandi paesi esportatori del mondo, ma che il settore più importante del nostro export è rappresentato da macchinari ed apparecchi e non, come si potrebbe credere, dalla moda. Anche nello scorso 2011, pur con i problemi che si sono avvertiti sui mercati asiatici, le statistiche segnalano non solo il persistere del trend di sviluppo del nostro commercio estero, ma performance migliori nei mercati extra europei sia rispetto alla Germania che alla Francia. Ciò significa che nonostante la crisi, il peso delle tasse, le rigidità del mercato del lavoro. etc.. (per pudore da un po’ di tempo, sono, almeno, praticamente svanite le litanie sul costo del lavoro) le imprese italiane che si sono cimentate sui mercati mondiali hanno saputo affrontare e vincere la concorrenza anche dei paesi più agguerriti e “ blasonati”.
Non mi sembra cosa da poco che la punta di lancia del nostro export siano i “torni a controllo numerico” più che i vestiti del “made in Italy”, a riprova di una solidità strutturale del sistema produttivo probabilmente maggiore di quella che ritengono i suoi stessi protagonisti. Non sarebbe male se questo diventasse, senza nessuna alterigia, un valore comune e condiviso. Ma un po’ di “prudente ottimismo” possiamo averlo anche se guardiamo ai nostri disgraziati conti pubblici. Non esiste praticamente nessuno che non sia fermamente convinto che la spesa pubblica nel nostro paese sia eccessiva e debba essere tagliata in maniera decisa. In realtà siamo sostanzialmente (al netto degli interessi sul debito, sia chiaro) già in linea con gli standard europei.Secondo i calcoli della Ragioneria Generale dello Stato nel 2008 (l’ultimo anno di finanza pubblica “quasi normale”) la situazione era la seguente:
| Francia | Germania | Spagna | Regno Unito | Italia | Media europea | |
| Incidenza totale spesa pubblica sul PIL | 52,8 | 43,7 | 41,1 | 47,4 | 48.8 | 45,5 |
Mentre se guardiamo nel dettaglio i singoli settori i dati erano questi:
| Francia | Germania | Spagna | Regno Unito | Italia | Media europea | |
| Incidenza spesa pubblica sul PIL: | ||||||
| Produzione servizi | 23,5 | 18,6 | 18,9 | 23,3 | 19,0 | 20,9 |
| Difesa | 1.8 | 1,0 | 1,0 | 2,5 | 1,4 | 1,3 |
| Ordine pubblico e sicurezza | 1,2 | 1,6 | 2,0 | 2,6 | 1,8 | 1,7 |
| Sanità | 7,8 | 6,6 | 6,1 | 7,4 | 7,1 | 7,1 |
| Educazione | 5,8 | 3,9 | 4,6 | 6,3 | 4,6 | 5,4 |
| Protezione sociale | 21,8 | 19,7 | 13,9 | 15,9 | 18,8 | 17,7 |
| Amministrazione Generale (comprensiva della spesa per interessi) | 7,1 | 5,5 | 4,7 | 4,5 | 9,0 | 6,2 |
| Interessi sul debito | 2,9 | 2,7 | 1,6 | 2,2 | 5,1 | 2,4 |
I numeri sono chiarissimi. La spesa pubblica italiana è in linea con quella media sia su scala europea che riguardo ai maggiori paesi nostri vicini. Lo scostamento maggiore si verifica per le spese di “amministrazione generale”, ma esclusivamente per l’elevata incidenza degli interessi sul debito. Abbiamo, perciò, la necessità vitale di uscire dalla “demagogia” dei tagli indiscriminati alla spesa per concentrarsi sulla lotta alle inefficienze ed agli sprechi, ma a quelli veri. In alcuni settori (cito per tutti ricerca, scuola, investimenti infrastrutturali) si è già superata la soglia di rischio, creando inefficienze e difficoltà che costano ben più degli illusori risparmi di cassa del momento.
Sento a questo punto già montare l’ obiezione: se non risolviamo il peso del debito pubblico sono solo inutili diversivi. Certo l’onere è enorme, abbiamo il terzo debito per quantità al mondo dopo Giappone e Stai Uniti e nella CE siamo secondi solo alla disgraziata Grecia. Non è un mistero che molti dubitino che l’Italia possa sostenere un debito pubblico di tale entità e che sarà costretta, anche a breve, ad uscire dall’Euro per puntare nuovamente sulla “svalutazione monetaria” di una nuova “liretta”.
Paghiamo oggi la colpevole inerzia dei primi anni di vita dell’Euro, quando è stata sprecata l’occasione storica della enorme diminuzione dei tassi di interesse determinata dall’introduzione della nuova moneta. Ciò nonostante, ora la domanda vera è un’altra: l’Italia può farcela? Alla faccia dei profeti di sventura la risposta è Sì.
Sembra quasi che l’immagine stereotipata dell’Italia impedisca anche a seri e compiti commentatori esteri (e non solo) la lettura e la comprensione dei reali dati macroeconomici del nostro paese. Ricordiamo, infatti, che secondo i calcoli della Banca d’Italia , e questo prima ancora della manovra Monti, l’ avanzo primario previsto per il 2012 è pari al 2,4%, con un deficit finale del 2,6 %.
Solo per fare un esempio per la Germania, sia pure con un deficit del solo 1,1 %, si prevede un avanzo primario ridotto allo 0,8%. I confronti con Francia, Inghilterra e Spagna sono addirittura impietosi, ma stavolta a nostro favore.
| Previsioni 2012Rapporto sulla stabilità finanziaria, Banca d’Italia, Nov. 2011 | Francia | Germania | Spagna | Regno Unito | Italia |
| Avanzo primario | - 2,1 | 0,8 | -3,1 | -4,1 | 2,4 |
| Deficit | - 4,6 | -2,6 | -5,2 | -7,0 | -2,6 |
Risparmiando nuovi numeri (chi volesse approfondire l’argomento può leggere qui il rapporto ), basti sapere che, paradossalmente e nonostante l’entità del nostro debito, l’indice di sostenibilità finanziaria dell’Italia nel lungo periodo è addirittura migliore di quello tedesco. Chi l’avrebbe detto? Certo, tutto questo non basta se non riusciamo a far ripartire il paese. E’ la mancanza di crescita che trasforma il debito in un masso legato al collo di tutti noi.
I dati sull’export fanno, però, sorgere spontanea una domanda: perché le imprese che lavorano sul mercato italiano, sulla carta ben più semplice ed accessibile di lontani paesi esteri, “battono in testa” e non riescono ad avere risultati nemmeno lontanamente paragonabili a quelle, magari ubicate nel capannone confinante, che lavorano sull’estero. E’ evidente che la capacità concorrenziale delle imprese italiane è maggiore di quella che pensiamo. Disciplina di bilancio e “liberalizzazioni” più o meno spinte non possono, perciò,rappresentare le sole medicine prescritte al malato.
In questi giorni, mi sembra troppo flebile la voce di chi ricorda altre due fondamentali emergenze.
In primo luogo quella del funzionamento della macchina amministrativa, la cui efficienza rappresenta un valore altrettanto importante dei dati strettamente economici. Si tratta di una “riforma” che produce benefici di gran lunga maggiori dei costi, ma richiede un impegno costante, un lavoro lento e, diciamolo, anche un po’ noioso, attento ai dettagli oltre che agli scenari generali. Proprio per questo se vogliamo una amministrazione efficiente ed amica dei cittadini occorre un attenzione ed una pressione altrettanto costante e puntuale dell’opinione pubblica. E’ poca cosa? Chiunque abbia a che fare con la nostra burocrazia vi dirà sicuramente di no, perché la corretta funzionalità dell’amministrazione pubblica rappresenta la condizione irrinunciabile per ogni effettivo e serio sviluppo.
L’altra emergenza è quella dei livelli di reddito da lavoro. Sono passati più di quattro anni da quando l’allora Governatore della Banca D’Italia Mario Draghi, superando la tradizionale e prevalente attenzione dell’ ex istituto di emissione al costo unitario per unità di prodotto (CLUP), lanciò pubblicamente l’allarme sull’insostenibile leggerezza dei salari italiani. Mi pare che da allora si sia fatto praticamente ben poco. La strada maestra da percorrere è, ovviamente, quella di una maggiore redistribuzione del ricavato degli aumenti di produttività, ma molte altre possono essere le possibili soluzioni per dare più forza e sicurezza ai redditi di lavoro.
Un esempio concreto ci viene dalla detraibilità IRAP del costo del lavoro, introdotta dalla recente manovra “salva Italia”. Lo sgravio fiscale è stato in questo modo legato al lavoro, con un ovvio ed evidente incentivo alla stabilizzazione dei rapporti di impiego. Sembra l’uovo di colombo, ma ci sono voluti quasi 15 anni per superare l’indetraibilità decisa nel 1997, anno di istituzione dell’IRAP, dall’allora governo di centrosinistra. E’ chiedere troppo a Governo e Parlamento che questo non rimanga un caso isolato ma sia l’inizio di una nuova politica di tutela e difesa del lavoro?
Si badi bene che non è solo un problema di equità sociale, che già sarebbe importante. La questione va oltre perché la difficoltà di reddito non può che produrre difficoltà di mercato.
Concludendo, è evidente che la situazione sia estremamente grave ed i rischi di una implosione del sistema “Euro” fin troppo reali. I dati economici di fondo sono, però, migliori di quello che comunemente pensiamo. Noi per primi dobbiamo essere consapevoli dei problemi ma anche dei nostri punti di forza. I risultati raggiunti sui mercati esteri dalle imprese italiane rappresentano la prova migliore che abbiamo ancora capacità ed inventiva da vendere. La nostra vera palla al piede è rappresentata dalla debolezza del “mercato interno”.
Per superarla è necessario che le manovre di bilancio non si traducano in “tagli indiscriminati alla spesa” e siano accompagnate da misure a sostegno dei redditi di lavoro. Nessun sviluppo potrà avere basi solide se i “percettori di reddito da lavoro”, che ancora oggi rappresentano circa il 60% del PIL dell’Italia, non avranno sufficiente certezza del valore e della sicurezza del proprio stipendio. Né si può pensare di risolvere i problemi con una diminuzione radicale e generalizzata della spesa pubblica. La lotta va fatta agli “sprechi” non ai servizi, perché i primi a pagare per servizi pubblici inefficienti sono proprio i cittadini e le imprese. Servono, perciò, interventi mirati e, se del caso, ancora più decisi ma per qualificare la nostra struttura amministrativa non per “azzopparla” definitivamente.
Come si vede c’è molto da fare per la politica con la “P” maiuscola. Già in passato abbiamo stupito l’Europa con la nostra risposta nei momenti di crisi. Un “ottimismo” ragionato e prudente, deve servirci da stimolo per fare, anche stavolta, quello che è necessario.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti






Articolo molto parziale. Il trenta x cento dei cointainer che partono dall’italia sono stivati con rifiuti, non con merci ad alto valore aggiunto. L’industria ancora nel 2010 ha aumentato il consumo energetico del 3 x cento, segno che i processi produttivi non sono efficienti. La vera palla al piede sono gli sprechi energetici, che si traducono in costi fissi e perdita competitiva.
Non voglio fare l’avvocato difensore dell’autore ma non capisco il commento, Fabio. L’autore propone una review ovviamente parziale e non tecnica di alcuni aspetti che potrebbero infondere un po’ di ottimismo. Non si propone di scrivere un trattato sull’economia italiana. Il tuo commento e’ d’altro canto altrettanto parziale, con la citazione di due aspetti specifici e di due dati di cui tra l’altro non fornisci ne’ descrizione accuarata ne’ fonti
Davvero i miei complimenti per questo interessante, lucido e documentato articolo.
Bisognerebbe impegnarsi per risvegliare la passione e l’orgoglio nazionale che aiuti a valorizzare i nostri tanti pregi e capacità d’iniziativa, anzichè sempre e solo “piangerci addosso” e demonizzare questo o quello.
Al riguardo vorrei fare qualche considerazione e fornire qualche elemento di valutazione che possa aiutare a superare tanti “luoghi comuni” ed aprire uno spiraglio all’ottimismo e ad un processo di recupero di iniziativa e produttività di cui indubbiamente il Paese ha bisogno.
Dovremmo tutti sapere (e l’articolo qui sopra chiaramente mette in evidenza questo elemento) che l’Italia è il 2° (secondo) Paese manifatturiero d’Europa, secondo solo alla Germania. Questo è indubitabilmente il segno delle capacità del ns. sistema manifatturiero e della qualità dei ns. prodotti.
Su questo importantissimo aspetto, che poi è una delle condizioni che alimenta il nostro “export”, vi è però un elemento strutturale fondamentale che condiziona la continuità e la difesa di tale importantissima condizione e riguarda il costo dell’energia elettrica nel nostro Paese rispetto a quello presente negli altri Paesi della Ue nostro concorrenti diretti sui mercati internazionali.
Questo elemento di sofferenza e debolezza del ns. sistema produttivo è chiaramente dovuto al “Mix delle Fonti” utilizzate nel ns. Paese per la produzione elettrica, totalmente sbilanciato ed asimmetrico rispetto a quello di tutti i Paesi più sviluppati del mondo, che poi sono i ns. concorrenti nel commercio mondiale.
Infatti, tutti i Paesi del G8 (escluso appunto l’Italia) hanno come componenti fondamentali per tenere il costo di quel fattore fondamentale del benessere che è appunto l’elettricità, il Carbone ed il Nucleare, dai quali ricavano almeno il 50% dell’elettricità che producono e consumano a casa loro. L’Italia invece, che peraltro è anche il Paese che non dispone di risorse naturali significative sul proprio territorio, ha deciso di non produrre elettricità dal Nucleare (che però NON ha mai smesso di utilizzare questa fonte, importando una quota media del 14-15% di elettricità d’Oltralpe (da Francia-Svizzera-Slovenia) indubitabilmente e sostanzialmente prodotta dal Nucleare, e dal Carbone (prima fonte di produzione in USA, Germania, UK, Giappone, ecc.), mentre in Italia è l’ultima, con un controbuto solo del 13% sul consumo totale di elettricità.
Inoltre, l’Italia è il Paese che ha la migliore efficienza energetica e che consuma il minor quantitativo di elettricità tra i Paesi del G8 e quindi ha l’assoluto bisogno di EQUILIBRARE il proprio “Mix delle Fonti” se vuole difendere la propria competitività in Europa e nel Mondo e migliorare il proprio notevole rischio strategico per gli approvvigionamenti energetici.
Per rendersene conto basta esaminare e mettere a confronto questi dati rispetto a quelli del ns. Paese, senza indulgere in demagogia, catastrofismo e copiosi 2luoghi comuni” spesso alimentati dal “catastrofismo” verbale di certe lobby!
Un’altro fattore fondamentale che deve essere indubitabilmente affrontato è quello della “SPESA PUBBLICA” ed in particolare dell’elevato costo delle retribuzioni dei funzionari di alto livello e dei vertici delle tante Amministrazioni Pubbliche!
Abbiamo letto nelle scorse settimana cifre esorbitanti che riguardano i compensi riconosciuti a tali funzionari che davvero NON hanno giustificazione e che non ci possiamo davvero più permettere.
In alcuni articoli si arrivava addirittura a considerare come “ragionevoli” (e di esempio) casi dove la retribuzione di questi alti funzionari arrivava a cifre dell’ordine di 270.000 Euro/annui ! (Provate a fare 270.000 : 12 e rendetevi conto di costa stiamo parlando e poi confrontate l’importo con le retribuzioni di Dirigenti di grandi società per rendervi conto delle sproporzione e dello sperpero immotivato di risorse, che poi mette in seria difficoltà il Paese.
Infine, l’argomento IRAP e la sua detraibilità per le miriadi di piccole imprese che rappresenta il ns. tessuto produttivo nazionale. E’ una vergogna che queste aziende siano penalizzate e debbano subire anche questo onere in funzione del costo del lavoro per il proprio personale dipendente. Questa è una stortura che va eliminata totalmente e subito, altro che rincorrere i tassisti e le farmacie con iniziative del tutto fuorvianti, demagogiche ed addirittura irragionevoli.
Ultimissimo punto è l’incredibile difficoltà di erogazione del credito alle ns. PMI da parte del sistema bancario. Peraltro, lo scandalo è quanto è successo nei giorni scorsi dove, a fronte di una messa a disposizione di una cifra enorme (116 miliardi di Euro) da parte della BCE al sistema bancario ad un tasso di interessi simbolico (1%!!!), tali istituti hanno incassato e trasferito questi stessi soldi alla BCE a garanzia delle loro posizioni,l invece di trasferire questa liquidità al settore produttivo nazionale, con l’applicazione di interessi commisurati a tale livello ricevuto dalla BCE (cioè dalle ns. stesse tasche. Su questo Monti non può far finta di non vedere, sapere e deve AGIRE se vuole davvero affrontare il problema del rilancio produttivo dell’Italia.
Come si vede, quindi, non è proprio il caso di indulgere al pessimismo ed al disfattismo, ma al contrario dobbiamo agire perchè la locomotiva Italia riprenda con rinnovato slancio e convinzione nelle proprie forze e caratteristiche positive.
Facciamo tutti qualcosa in più ed impegnamoci perchè questo avvenga.