di Maurizio Bovi.
La crisi dei debiti sovrani continua ad essere una costante nelle cronache economico-finanziarie di questi mesi. Pochi sembrano però ricordare che il debito pubblico ha caratteristiche che lo rendono un elemento strutturale, per non dire immanente, dei moderni sistemi economici. Qui voglio condividere alcune considerazioni in merito.
Una delle differenze tra una persona fisica e uno Stato è che solo il secondo può vivere per secoli. Parlando di indebitamento, ciò potrebbe giustificare il fatto che il Codice Civile suggerisce al “buon padre di famiglia” la regola di non cedere oltre “il quinto dello stipendio”; mentre uno Stato europeo può mantenere tranquillamente, secondo il “Codice Maastricht”, un rapporto del 60% tra debito e Pil (che è lo “stipendio” dello Stato). D’altronde, sia il numero che la forza dei motivi per i quali il debito pubblico dovrebbe essere ridotto, sono di solito inferiori a quelli dietro la presenza sempre più ingombrante del debito pubblico.
Tra le prime si può ricordare la circostanza che un debito strutturalmente elevato è deleterio per la crescita economica di lungo periodo. Inoltre, un grande debito impedisce di gestire anti ciclicamente il sistema economico: il debito dovrebbe essere fatto durante le recessioni e ripagato durante i boom. Sembra banale, ma quante volte abbiamo sentito frasi del tipo: “ma perché devo fare sacrifici se le cose vanno bene?” Il fatto è che il consolidamento del debito è come la dieta: si rimanda sempre al lunedì successivo. La sbornia di super-consumi sostenuti dalla super-disponibilità di credito è tra i fattori della crisi dei debiti privati culminata con il fallimento della Lehman Brothers.
Se il settore privato non può scagliare la prima pietra, neanche la politica è senza peccato. Ceteris paribus, il debito tipicamente aumenta in prossimità delle elezioni politiche. E ancora, c’è senz’altro una parte di debito generato per acquistare consenso sociale. In effetti, non è un caso che ci si lega le mani con accordi sovranazionali e/o vincolando costituzionalmente il pareggio di bilancio e/o proponendo commissioni bipartisan per la gestione del debito. Una immediata lettura di questi vincoli è che la politica non si fida di se stessa, il che depone molto male sulle possibilità di incidere strutturalmente sul debito.
Ci sono poi cause “economico-matematiche” che fanno crescere il debito:
D(Deb) = Variazione del debito;
SP = Saldo Primario (=Entrate-Uscite al netto degli interessi);
y = Tasso di crescita del Pil reale;
i = Tasso di interesse nominale;
inf = Tasso di inflazione = effetto snowball (= variazione del debito causata da interessi, crescita e prezzi);
SF = Aggiustamento Stock-Flussi
Se il saldo primario è in certa misura stabilito a tavolino dalle manovre finanziarie – e quindi è una responsabilità dei governi – il debito può aumentare “esogenamente” se il tasso di crescita del Pil nominale è inferiore al tasso di interesse. Crisi finanziarie che aumentano i tassi di interesse e/o crisi economiche che generano stagnazione/recessione sono causa di indebitamento crescente (sorvoliamo sul fatto che una buona politica è in grado di contenere gli effetti delle crisi). Il consolidamento fiscale potrebbe poi passare attraverso una forte e sostenuta inflazione (l’inflazione avvantaggia il debitore). Tuttavia, storicamente, le capacità tecnico-politiche delle banche centrali nel mantenere una bassa inflazione sono di solito superiori a quelle, dei ministeri dell’economia, di tenere i conti in ordine. Infine, ma non meno importante, la matematica ci dice che la crescita del debito dipende dallo stock di debito accumulato fino all’anno prima, il che crea una spirale perversa.
Da tutto ciò discende che il debito pubblico è un animale estremamente difficile da domare. La seguente figura (dati FMI) sembra suggerire che il debito pubblico:
1) c’è sempre stato e sempre ci sarà,
2) è più probabile che aumenti che diminuisca,
3) è fenomeno mondiale.
Lo “spostamento verso il rosso” che si osserva nel confronto tra il 1932 e il 2009 fa sorgere, spontanea, una domanda: Esiste un limite massimo di “sostenibilità mondiale” per il rapporto debito/Pil? Ai posteri l’ardua sentenza sul se, ad un certo punto, saremo tutti dei debt men walking.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti








il pil non è lo stipendio dello stato, semmai il gettito fiscale mi pare. il che va cmq a beneficio della tesi qui esposta.
Il Pil rappresenta in qualche misura lo stipendio disponibile: teoricamente (caso puramente teorico) lo stato potrebbe tassare al 100%; inoltre il PIL viene usato come misura della “ricchezza” della nazione. Comunque tempo fa avevo fatto questi calcoli (http://riccardoparis.blogspot.com/2011/11/e-se-non-lo-contiamo-sul-pil.html) utilizzando il gettito fiscale: come vedi la situazione non cambia molto, anche se con piccole interessanti variazioni
@Luca e @Alessandro
Quando ho scritto che “il Pil è lo stipendio dello Stato” avevo in mente il concetto della contabilità nazionale per cui il Pil è la somma dei redditi percepiti dai cittadini di quello Stato. Rileggendo, ammetto che avrei dovuto usare una frase meno fuorviante. Chiedo venia. Grazie.