Crisi di Hormuz: cosa c’è dietro la minaccia atomica

di Giulia Serio.

"USS John C. Stennis (CVN 74) steams through the Straits of Hormuz" di Official U.S. Navy Imagery

A pochi giorni dal ritiro delle ultime truppe americane dal suolo iracheno, si riaccendono le tensioni in uno dei punti caldi della rotte mondiali del petrolio [ne avevamo già parlato qui su iMille]. Già durante la scorsa tornata elettorale americana, la chiusura dello lo stretto di Hormuz era stato definita come “uno dei peggiori incubi per la sicurezza internazionale[1]. La mattina del 27 dicembre, l’annuncio del vicepresidente Rahimi di una possibile azione dell’Iran in questa direzione nel caso in cui Stati Uniti ed Unione Europea diano il via a nuove sanzioni economiche fa rapidamente il giro del mondo.

“Non una goccia” - L’Iran minaccia così di bloccare una delle arterie fondamentali del commercio mondiale del petrolio per rivendicare il diritto all’atomica. Barili di greggio e di gas provenienti da cinque dei primi dieci paesi esportatori mondiali, Iraq, Arabia Saudita, Qatar e Bahrain, prendono ogni giorno la via del Mar d’Arabia partendo dal Golfo Persico e passando per lo stretto di Hormuz. Così che ben il 33% del greggio volto all’esportazione mondiale[2] transita per il canale di Hormuz. Destinazione: oriente, i grandi mercati asiatici di India, Cina e Giappone, che pur non potendosi definire un’economia in crescita sta affrontando seri problemi di approvvigionamento energetico dovuti al rapido abbandono del nucleare.

La portata della minaccia - Insieme a Suez, Malacca, Panama ed el-Mandab, lo stretto di Hormuz è un’arteria vitale del commercio mondiale del petrolio, ed uno dei luoghi del pianeta a più alto rischio di crisi. I problemi di disponibilità che verrebbe a colpire i mercati in caso di chiusura del canale, non sarebbero risolvibili in tempi brevi dal momento che il greggio estratto in Iran ed Arabia Saudita è di alta qualità e pertanto difficilmente sostituibile. Le operazioni di riorganizzazione della produzione e delle vie di approvvigionamento prenderebbero tempi lunghi e richiederebbero l’impiego di ingenti capitali. In previsione di un tale scenario il prezzo dell’oro nero potrebbe così rapidamente toccare i 200$ al barile, cifra considerata più che insostenibile e che porterebbe con sé ancor più gravi prospettive di recessione economica mondiale.

Questo lo scenario dunque. Ma qual è la probabilità che alle minacce seguano i fatti? Due osservazioni possono indurre un immediato ridimensionamento della portata delle affermazioni Iraniane. La prima di carattere tecnico, riguarda la capacità della flotta iraniana di chiudere un canale che misura oltre 50 chilometri nel suo punto più stretto, considerata da molti un’operazione quasi impossibile. La seconda riguarda invece l’opportunità strategica di una tale mossa. Anche se la Repubblica Islamica dovesse possedere la capacità militare richiesta, questa avrebbe comunque poca speranza di riuscita di fronte alle alleanze Americane schiarate. Alle forze del patto nord-atlantico (NATO) si aggiungerebbero infatti gli eserciti del Consiglio della Cooperazione del golfo, cioè quella sorta di “Nato del Golfo” che unisce gli Usa ad Arabia Saudita, Kuwait, Qatar, Emirati Arabi, Oman e Bahrein.

In caso di conflitto poi, l’Iran vedrebbe a rischio più del 50% (alcune fonti parlano dell’80%) della ricchezza del paese attualmente proveniente dalle esportazioni di combustibili fossili e dovrebbe inoltre fare fronte ad una rapida crisi energetica. Nonostante sia il secondo esportatore mondiale di greggio, l’Iran è infatti quasi completamente dipendente dalle importazioni per l’approvvigionamento di petrolio a causa dell’insufficienza degli impianti di raffinazione presenti nel paese.

Dietro le quinte del potere - Qual è allora il vero valore di queste minacce? Sono la risposta di un leader autoritario che difende il proprio regime dall’embargo? L’ennesima rivendicazione della legittimità di un programma nucleare contrario alla più recente prassi internazionale? Dimenticando per un momento le ragioni presentate da entrambe le parti come la vera causa delle tensioni tra Iran e la restante gran parte della comunità internazionale, un’altra analisi si può affiancare alle ipotesi già avanzate in passato. Collocando queste affermazioni all’interno di una dimensione nazionale di crisi di regime e di un quadro regionale che vede un temporaneo vuoto di potere, la rivendicazione del programma nucleare diventa un’ottima ragione strumentale. Sul fronte interno vediamo un paese che non è rimasto indifferente alla primavera araba. I giovani iraniani continuano, seppur in sordina, le attività di resistenza al regime, e il presidente fatica sempre più a mantenere l’ordine nella repubblica islamica dove e nuove tecnologie ed il boom demografico costituiscono una sfida costante.  Così, come nelle migliori scuole Nasseriane, Ahmadinejad affianca ad una nuova dose di nazionalismo una strategia regionale di provocazione. Ora che la Siria vive minacce più serie sul fronte interno, l’Iran rischia di perdere il suo unico alleato, ed il vuoto di potere che si apre in Iraq a seguito del ritiro americano costituisce una imperdibile occasione per rivendicare un nuovo ruolo e stimolare quel gioco di equilibri regionali che finora ha giocato a suo sfavore.

Una partita aperta - Il Golfo Persico si riconferma un teatro attivo della politica internazionale. Molte le questioni irrisolte che vanno al di là del pericolo che la Repubblica Islamica si doti o meno dell’arma atomica. Molte le decisioni che dovranno essere prese in Europa nella riunione dei ministri degli esteri di fine gennaio. Riunione nella quale l’Italia dovrà difendere i propri interessi nella regione, per assicurarsi, in primo luogo, che le sanzioni economiche non mettano in pericolo la fornitura di greggio. L’Italia importa infatti 13% del consumo totale di petrolio dalla Repubblica Islamica e costituisce la prima destinazione europea per il greggio Iraniano.

L’embargo potrebbe portare con sé conseguenze inattese. Raramente le sanzioni economiche hanno ottenuto un risultato diverso dall’impoverimento della popolazione. Sicuramente, una diminuzione della capacità produttiva Iraniana (che si prevede scenderà sotto i 3 milioni di barili a giorno dagli attuali 4) porterà ad un cambiamento dei flussi di investimento nella regione, dirottandoli innanzitutto verso l’Arabia Saudita, il cui light crude è il più simile al greggio Iraniano. Le carte in gioco sono molte, e la posta rimane alta, almeno finché i combustibili fossili continueranno a rappresentare l’80% del consumo mondiale di energia.


[1] Talmadge, C. (2008), “Closing Time: Assessing the Iranian Threat to the Strait of Hormuz”, International Security, Vol. 33 No.1 (Summer 2008), pp. 82–117.

[2] http://www.eia.gov/countries/cab.cfm?fips=IR

iMille.org – Direttore Raoul Minetti

8 Commenti

  1. @Giulia: Vogliamo dirci le cose chiaramente? Oltre che agli aspetti geopolitici a me appare evidente che questa storia di Hormuz è chiaramente strumentale alla politica interna iraniana giacchè ad un regime autoritario in agonia, oltre alla repressione più sanguinosa alla Assad-Pol Pot, non resta che un altro mezzo per cercare di resistere : qualche bella vampata nazionalista-bellicosa.

    Pum Pum! Cacciamo lo straniero! Sventoliamo la banidera!

    C’hai presente i generali argentini e la loro guerra nelle Malvine/Falklands? Ecco.

    Perché altrimenti che pretende ottenere il regime iraniano in questi modi?

    Poi magari mi sbaglio ma l’impressione è che l’attuale classe dirigente iraliana (Khamenei ed il suo burrattino Ahmadinejad) sono oramai solissimi. Non gli resta che fare i “matti” alla Kim Jong Il. Quanto al dialogo lo accettano solo con Castro e con Chavez. Mah….

    Di nucleare magari parliamo un’altra volta….

  2. Giulia Serio Giulia

    Sono d’accordo con te, ma mi piace vedere questi come i motivi di politica interna e accostarli la visione geopolitica. Quale pesi di più poi è un’altra storia.

  3. Ogni decisione di politica estera ha sempre ripercussioni e motivazioni interne. E’ veramente molto triste vedere gli stessi ragazzi dell’Onda Verde che leggendo delle possibilità di attacco subiscono uno spin nazionalista.
    Comunque a dirla tutta la vera domanda è: per quanto tempo l’Iran può chiudere lo stretto, e non se. E mi pare possa farlo per abbastanza tempo da mandare in recessione mezzo mondo, basterebbero poche settimane.
    Per quanto riguarda il nucleare qualcosa mi puzza, se veramente l’Iran avesse la possibilità di arrivare all’atomica in pochi mesi, le sue centrali sarebbero già state rase al suolo da tempo dagli israeliani. Il Mossad deve sapere qualcosa che non sappiamo, oppure hanno qualcosa in serbo nei prossimi mesi, ma non un attacco a viso aperto.
    A proposito dell’importanza geopolitica, bhe, Obama si è appena voltato verso il Pacifico, e quindi il Medio Oriente sta diventando sempre più marginale, non credo che agli Usa interessi più di tanto se arrivano all’atomica, dovrebbe interessare molto di più a noi, ma ancora una volta devo sottolineare il fatto che l’Ue è inconsistente militarmente e in politica estera.
    In sostanza Ahmadinejad continuerà a sbraitare contro Israele e l’Occidente, l’Onda Verde è stata repressa e vinta totalmente, costruiranno l’atomica nei tempi a loro necessari e Iraq, Kuwait, AfPak & co. diventeranno estremamente instabili. Possiamo salutare il Nabucco e la Russia diventerà il nostro maggiore partner nell’era post-atlantica.

  4. Federico Martire Federico Martire

    Che si tratti di una manovra di politica interna è lampante, è tipico di questi regimi. Tuttavia le ripercussioni geopolitiche e militari sulla zona sono inevitabili.

    Oltretutto, facendo riferimento a quanto dice SdF, non mi sembra che il regime iraniano sia agonizzante o paragonabile al tragicomico gruppetto di pazzi nordcoreani. Ahmadinejad gode di appoggio popolare nella zona mediorientale (fuori Iran, intendo), soprattutto tra gli sciiti. Pensate al Bahrein: è una zona di ‘guerra fredda’ tra, da un lato, USA e Arabia Saudita e, dall’altro, Iran (http://www.coldwarstudies.com/2011/02/17/cold-war-legacy-bahrain-from-pearls-to-petrol/). Lì il governo locale appoggia la prima fazione e ospita basi USA, ma la popolazione (al 70% sciita) vede in Ahmadinejad un leader cui fare riferimento contro ‘l’imperialismo’ USA/Saudita. Ne parlavo qualche giorno fa con un mio ex coinquilino, proprio del Bahrein, e mi diceva che questa impressione è diffusa in diversi altri paesi dell’area del golfo. Ora, si tratta di un’opinione del tutto personale e non suffragata da dati concreti, ma comunque rilevante. A me non sembra che il regime iraniano sia così moribondo. Al contrario, gode di appoggi diplomatici e popolari validi, da ‘spendere’ anche in politica interna.

  5. @Alan: Il Pakistan è già instabile!. Di fatti un argomento ricorrente nella popolazione iraniana quando si tratta di difendere la scelta nucleare era proprio questo: noi non possiamo avere una centrale, il Pakistan invece ha delle armi nucleari e nessuno sembra preoccuparsene (India a parte of course).

    @Federico: “la popolazione (al 70% sciita) vede in Ahmadinejad un leader cui fare riferimento”. Sì Fede ma parli del Bahrein mica dell’India! Rigiro la domanda: il 70% delle pop. iraniana invece che cosa vede nel burrattino di Khamenei?

    Parlando degli altri vicini:

    - La maggiornaza degli irakeni saranno pure sciiti e Khameni sarà pure un santone ma non credo che siano disposti a fare i pagliacci degli iraniani.

    - Quanto all’Afghanistan è più un problema per l’Iran che un opportunità. Gli iraniani hanno molto sofferto dell’esodo di rifugiati afgani accampati alla frontiera.Fino a qualche anno fa ai bambini afghani veninva anche negata l’istruzione. L’Afghanistan è un casino anche per l’lran.

    - Infine veniamo al Golfo, Bahrein a parte, ultimamente si parla pure di Unione di Stati del Golfo, certo è una cosa complicata ma le petromonarchie sono molto preoccupate dal loro destabilizzante vicino.

    Forse mi sbaglio, ma la mia convinzione è che l’unica verà utilità che trae il regime persiano da queste manovre navali è di rafforzarsi all’interno. Altro che Nasser del XXiº secolo… Possono ancora campare per molto tempo e dare moltissimo fastidio ma in questo modo non li vedo diventare i king player regionali.

    Detto questo Israele deve darsi una mossa ed anche i Palestinesi, quella questione lì, che è cruciale, si è prestata a troppe strumentalizzazioni e deve trovare una soluzione al più presto.

  6. Federico Martire Federico Martire

    @SdF
    Trattasi di opinione personale di un mio conoscente, quindi vale poco quanto ho detto sul Bahrain.

    Tuttavia, non sottovaluterei il caso, o meglio, ciò che può rappresentare, per una serie di motivi:
    1. il bahrain è un paese da sempre “conteso” tra sauditi (sunniti) e iraniani (sciiti). Il vero conflitto, nell’area, è tra di loro, naturalmente con gli USA a fare da attori principali. Il governo del Bahrain sta dal lato USA/Saudita e della “NATO del golfo citata da Giulia nel pezzo, mentre la gente no. Mi lego qui al secondo punto:
    2. in Bahrein ci sono già state proteste di piazza più o meno violente nell’ambito della primavera araba. Non è cambiato moltissimo (qui su wikipedia c’è un bell’articolo: http://en.wikipedia.org/wiki/2011_Bahraini_uprising) ma le tensioni rimangono. E non è detto che non riaffiorino in nuove violenze, uprising, etc.. E qui andiamo al terzo punto:
    3. La primavera araba è iniziata nel paese nordafricano più piccolo e più aperto all’occidente, ossia la Tunisia. Il Bahrein è, a suo modo, il corrispettivo della Tunisia in medio oriente (ben diverso dal nordafrica, per vari motivi). Una scintilla lì può, potenzialmente, innescare un effetto domino che l’Iran potrebbe cavalcare.

    Ok, è fantapolitica, sono ragionamenti forzati e probabilmente esagerate, ma non credo che un paese debba essere necessariamente grande e popoloso per rappresentare un elemento destabilizzante.

  7. Sì il Pakistan è già instabile, quello che intendevo è un’ulteriore destabilizzazione di Afghanistan e Pakistan, dove oggi sono ancora in corso due conflitti (sì 2 in Pakistan i droni stanno conducendo una vera e propria guerra).

Trackbacks / Pings

Lascia un commento

Subscribe without commenting