Chi rappresentano i sindacati? Lavoro e Costituzione

di Tommaso Caldarelli.

Foto: quicksilv3r

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C’è un video che riporta il discorso che Massimo D’Alema, allora segretario del Partito, fece al congresso dei Partito Democratico della Sinistra: un amico de iMille come Francesco Costa suole linkarlo e commentarlo spesso. Allora, come oggi, il confronto era fra due visioni del mondo, del lavoro e della sinistra. Molto poco è cambiato da allora, di sicuro non i termini della questione.

Si rischia di cadere in stereotipi, volendo generalizzare, ma allora Sergio Cofferati, leader della Cgil e dirigente del PdS, proponeva per la sinistra italiana un approccio molto tradizionale per le politiche del lavoro: difesa del modello della contrattazione collettiva, del volto del sindacato per come siamo abituato a conoscerlo e soprattutto per come se stesso è abituato a conoscersi; per contro, Massimo d’Alema, commentando la piaga del “lavoro nero sommerso e precario”, sosteneva che non si trattasse di un problema di ispettorati del lavoro, ovvero che il problema non si risolvesse costringendo situazioni nuove in schemi vecchi, ma che bisognava escogitare “nuove forme di tutela” e, principalmente, stare “con quei lavoratori, in quei posti di lavoro, a negoziare” salari e condizioni migliori.

Il nodo che D’Alema affrontava, in questi giorni in cui il governo Monti per bocca del ministro Fornero tentenna e fa avanti e indietro sui temi del diritto del lavoro, del precariato e dell’occupazione, è di primaria rilevanza e centrale importanza: è il tema della rappresentanza ed efficacia dell’azione sindacale nei confronti delle nuove forme di occupazione. Perché il famoso dualismo del mercato del lavoro, quello in cui ci sono solo alcuni stra-tutelati dallo Statuto, dalle norme pensionistiche, dal contratto a tempo indeterminato e dall’accesso al giudizio del lavoro, non è solo un dualismo contrattuale ma anche e soprattutto un dualismo sindacale: perché il contratto, la forma giuridica dell’impiego, è una cristallizzazione di un rapporto che deve essere prima di tutto di fiducia, di stima e di professionalità. Ridurre le questioni del lavoro a questioni contrattuali, “stare fuori dalle fabbriche a sventolare il CCNL” per dirla con D’Alema, vuol dire non aver capito assolutamente un cavolo del mercato del lavoro italiano, soprattutto dei giovani che ad esso si interfacciano. L’accesso al mercato del lavoro non è una questione di diritto, di contratto, di tutela immediata, di forme giuridiche a priori: quelle devono entrare nella prassi comune, diventare un modus operandi della società. Ai ragazzi di oggi non serve un estensione ex lege, un meccanismo freddo e giuridico che proclami che essi possono essere solo assunti a tempo indeterminato e con tutte le tutele che i loro genitori hanno avuto negli anni ’70: o meglio, non sto dicendo che voterei contro una tale riforma. Sinceramente però ho molta paura che, agendo in questo modo, ovvero alzando per legge il livello di tutela minimo, nessuno assumerebbe più nessuno, perché il costo del lavoro della manodopera che si affaccia al mercato volerebbe a livelli insostenibili per qualsiasi piccola realtà produttiva, finendo per essere scaricato sul contribuente (un potenziamento del welfare che sarebbe da sogno: ma ho la sensazione che non possiamo permettercelo, al momento) o non so dove altrove.

Al ragazzo che si affaccia al mondo del lavoro, oggi, servirebbe innanzitutto aiuto, sostegno prima di tutto personale e morale, un’organizzazione che gli offra gli strumenti di tutela che da soli non sono in grado di procurarsi, supporto legale in caso serva e forza contrattuale: i giovani sono soli, con la loro professionalità sottobraccio, davanti ad un datore di lavoro. O, come diceva d’Alema, sono abbastanza bravi per contrattare “da soli” le loro condizioni contrattuali perché sono talmente professionalizzati che sono irrinunciabili, e vanno tenuti dentro il sistema produttivo, oppure non lo sono, e sprofonderanno nel precariato: perché sono soli. Soli e senza un sindacato a difenderli, ad aiutarli e a promuoverne difesa e tutela.

Un recente post di Leonardo Tondelli, pubblicato sull’Unità, ha fatto arrabbiare moltissimi: in un passaggio, il blogger sosteneva che il sindacato, essendo un’associazione di diritto privato, tutela solo i suoi scritti. Noi, che vogliamo bene al sindacato, dovremmo riflettere sul punto: certo non è vero che un sindacato rifiuta l’iscrizione al giovane precario, o non vuole tutelarlo, o non è lì per lui quando serve; è vero invece che un precario sindacalizzato è il primo a venir sbattuto fuori dal mondo del lavoro, perché in fila c’è tanta gente che di sicuro romperà le scatole molto meno di lui, disposta ad accettare molte più ingiustizie di un lavoratore attivo, informato e militante. Pensare che questa situazione venga risolta con il semplice ricorso al giudice del lavoro è una chimera folle a cui non possiamo affidarci. La soluzione deve essere l’inversione di questo meccanismo demente: è il sindacato che deve alzarsi e andare a cercare i lavoratori precari, subordinati, sfruttati e maltrattati dal sistema produttivo di quest’era folle e veloce. E’ suo dovere, sua missione e suo compito, perché se il sindacato tutela i lavoratori, e questi ultimi hanno paura e non hanno modo di avvicinarsi a lui senza esserne danneggiati, deve essere quest’ultimo a fare il primo passo. Con la forza di un sindacato onesto, potente e al servizio di tutti i lavoratori, qualsiasi riforma dei dispositivi giuridici passerà in secondo piano, potrebbe essere addirittura inutile ed in ogni caso sarà più facile, perché parte di questa straziante situazione di disuguaglianza si sarà ridotta. Se sarà il sindacato a cercare i lavoratori, se il sindacalismo tornerà ad essere una prassi (veramente) diffusa, nessun datore di lavoro, grande o piccolo, giudicherà più conveniente discriminare con tanta facilità il nostro giovane precario.

Sto parlando di scavalcare il livello legale, formale delle tutele e agire (anche) sul piano sostanziale dei rapporti umani. Come si può provocare questo effetto? Come si può far ripartire il meccanismo virtuoso della rappresentanza sindacale? E’ facile, basta essere molto, molto coraggiosi e tornare alla Costituzione, per mettere in campo finalmente dopo quasi 100 anni (gulp!) una norma che attui l’articolo 39 della Carta, quello che dice che i Contratti Nazionali di Lavoro possono essere firmati solo dai sindacati maggiormente rappresentativi in base al numero degli iscritti e regolarmente registrati presso la Pubblica Amministrazione. Una norma a cui i sindacati si sono sempre opposti perché continuano a proclamarsi alternativi allo Stato e in posizione dialettica rispetto a questo; un’opposizione che ha avuto come effetto collaterale, voluto o non voluto, il fatto che attualmente i tre grandi sindacati confederali rappresentano gli impiegati delle grandi aziende, i pensionati (per quasi metà degli iscritti!) e gli impiegati del pubblico impiego, ovvero le categorie protette in ogni caso dall’articolo 18 (norma che, andrebbe spiegato, è sostanzialmente inoperativa, perché si vocifera che i ricorsi per il reintegro sono pochissimi visto che sono costosi e poco convenienti: ma non ho dati a suffragio di questa affermazione e quindi, non vale). Vivere così non è possibile per il giovane precario, non è giusto, ed è il rovescio della medaglia del famoso “dualismo del mercato del lavoro”: ci sono i protetti e i sommersi, e quelli protetti sono protetti anche dal sindacato, oltre che dalla legge. Quelli sommersi sono soli, senza contratto e senza sindacato: diavolo, è un po’ troppo.

Perciò, accanto ad una revisione degli strumenti legislativi e contrattuali, che apra le maglie del mercato del lavoro, non può non trovare spazio anche una normativa finalmente attuativa dell’obbligo costituzionale (obbligo – costituzionale) per i sindacati di registrarsi e di essere sostanzialmente e veramente rappresentativi delle masse lavoratrici. Gli organismi di tutela dei lavoratori, nel nostro paese, non sono e non possono essere associazioni non riconosciute, ma organismi potenzialmente di diritto pubblico, o comunque soggetti a regolamentazioni e iscrizioni che ne tutelano l’efficacia. In Italia, i costituenti antifascisti e sindacalisti, gente che voleva bene al movimento del lavoro hanno preteso che il sindacato funzionasse, per tutti e sempre, e l’hanno scritto in Costituzione. Poi, per comodità dei sindacati che hanno voluto le mani libere, non se n’è fatto più niente. Insomma, datori di lavoro con le mani libere, sindacati con le mani libere, gli unici ad avere le mani legate dai loro sogni sarebbero i precari. E questo, non può essere: ministro Fornero, avanti con l’articolo 39. Non è una scelta, è un obbligo.

iMille.org – Direttore Raoul Minetti

6 Commenti

  1. Che tristezza. Mai visti tanti attacchi ai lavoratori da parte del “centro-sinistra” come in questi tempi. Una marea insopportabile di pensiero unico vetero-liberista ammantata di modernità. Un reaganismo-tatcherismo con vent’anni di ritardo. E questo mantra che sia l’articolo 18 ad impedire i diritti della massa di precariato.
    Quando le argomentazioni di D’Alema a sostegno dell’introduzione della “flessibilità” del lavoro, poi ottenuta per i neo-assunti, si è visto cosa hanno procurato. Ma la demonizzazione non è contro queste forme di precariato ma contro i lavoratori a tempo indeterminato.
    Caldarelli, mi spieghi questa cosa. Prenda una persona che ha iniziato a lavorare a 25 anni e che dopo 35 anni di contributi versati venga licenziato perchè la normativa lo consente a costo zero. Quali possibilità di reimpiego avrebbe a 60 anni? E con 7 anni che lo separano dalla possibilità di andare in pensione. Consiglio la visione di questo vecchio film.

  2. Gianni

    Che il sindacato non si occupi dei lavoratori atipici e’ una leggenda che puo’ essere sfatata semplicemente entrando in una qualsiasi sede sindacale. E’ invece vero che un lavoratore atipico e’ piu’ fragile ed esposto a rappresaglie entisindacali di uno assunto a tempo indeterminato: ricordo pero’ che fino agli anni 70 (prima dell’ introduzione dello Statuto dei Lavoratori) questa era la condizione di tutti i lavoratori, Il che non ha impedito loro di organizzarsi e promuovere i loro diritti, a prezzo certamente di sacrifici e di impegno.
    Una strada che non e’ preclusa ai lavoratori precari di oggi, i quali, faccio notare, non hanno nulla da guadagnare da un sindacato indebolito anche da polemiche interne.

  3. Raoul

    Nel ricordare che gli articoli su iMille esprimono sempre le opinioni dell’autore e non del resto della redazione, vi invito sempre a firmarvi nei vostri commenti. Non e’ carino mettere un commento anche aspro ad un articolo e’ firmarsi con il link ad un blog.

  4. @Raoul: prego? Cioè, lei invita a non firmarsi con un link ad un blog, mentre lei si firma con Raoul? Cioè, come identità ha più valore un nome di battesimo di un nicknmae associato ad un blog con migliaia di post e che include anche un indirizzo email?
    Davvero siamo in un mondo capovolto.
    Michele Daniele

  5. Tommaso Caldarelli

    @Gianni, certo, trovo solo che sia molto difficile per i giovani precari, già troppo impegnati a mantenersi un posto di lavoro che gli consenta di avere una famiglia o magari una casa, organizzarsi in un sindacalismo “autonomo” che faccia massa e forza di pressione sufficiente. I sindacati ci sono già, potrebbero, magari, andare a trovare i giovani, senza che loro debbano avvicinarsi alle sedi; se i sindacati fossero registrati secondo la loro rappresentatività, sarebbe loro interesse comportarsi così, ed era questo che volevano i costituenti (non a caso: gente dalla vista lunga).
    Il problema è che ai sindacati non conviene: ma non è che la convenienza è l’unico criterio: la Costituzione, ai sindacati, impone dei doveri che è dello stato far rispettare.

    Punto, credo.

    Tc

  6. Gianni

    Non ho parlato di un sindacato autonomo, mi pare. C’e’ spazio anche nei sindacati confederati. Sia chiaro, non voglio fare quello che la fa facile da dietro una tastiera: rischiare di perdere il posto per avere organizzato uno sciopero o una manifestazione e’ una possibilita’ drammatica, e’ ovvio. Dico solo che e’ una strada che e’ stata percorsa in passato, che puo’ essere affrontata anche ora, e che se non si lotta per i propri diritti non ci si puo’ aspettare siano gli altri a farlo, sindacalisti o altro.

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