di Riccardo Spezia.
Un’altra volta ancora, come oramai accade con ciclicità, un po’ come i monsoni o le occupazioni studentesche, si infiamma la polemica sui «concorsi truccati» dell’Università. L’ultimo caso riportato è quello dell’Università del Piemonte Orientale, dove su 13 candidati è risultato vincitore quello che, in base ad una classifica stilata utilizzando diversi parametri quantitativi bibliometrici sul lavoro passato dei candidati, è risultato essere l’ultimo. Ma certo, aveva scritto un lavoro con il presidente della commissione. Concorso truccato, si è quindi detto, con tanto di petizione della comunità scientifica in questione, perché questi comportamenti, si dice, minano la «credibilità dell’ateneo e della ricerca in Italia».[1] Ora non vogliamo fare sterile e stupida ironia sulla credibilità dell’ateneo in questione, anche perché è in buona compagnia nel panorama nazionale: nessuna Università italiana figura tra le prime 100 del mondo, come avevo già scritto circa un mese fa, e un perché ci sarà. O meglio un insieme di perché tra cui figura anche il metodo di selezione.
Però parlare di «concorsi truccati» è in un certo senso mistificatorio, e mi spiego. Un concorso è truccato quando non si rispettano le normative vigenti, non quando queste si scrivono « ad hoc» o quando ci si basa sul principio dell’indiscrezionalità o quando si usa l’assurdità delle prove di conoscenza (e non si capisce allora a cosa servono i titoli accademici: la conoscenza della materia si dovrebbe dare per acquisita) al momento del concorso, e non assumere il principio di stilare in modo più dettagliato dal principio il profilo che si cerca. Che poi è semplicemente quello che si fa ovunque, anche nei sistemi come quello francese dove si passa attraverso un «concorso» che però è molto diverso da quello italiano.
E d’altra parte di molti dei i cosiddetti concorsi universitari si potrebbe scrivere prima il nome del vincitore. Di questi giorni è il caso della Cattolica, ma basta conoscere e spulciare i verbali dei concorsi e se ne possono trovare tantissimi. Basta avere un minimo di esperienza e la lista di chi ha vinto perché parente (tra questi particolarmente grotteschi sono i casi di figli di professori morti cui si è data la cattedra come una sorta di eredità), portaborse, amico di qualche potente e tutto ciò che si può immaginare (anche semplice anzianità di attesa) diventa subito molto lunga. Ma chi «sa» fare i concorsi non ha in genere alcun bisogno di stilare graduatorie che stridono, come è stato nel Piemonte Orientale: spesso si «invita» chi ha un CV potenzialmente migliore di chi poi risulterà il vincitore a non presentarsi alle prove successive, avendo così delle prove finali con un solo candidato, cosa che dovrebbe far vergognare in primis il vincitore.
Mancanza di meritocrazia ? Si e no. Quello che manca alla base è soprattutto una «pianificazione scientifica». Ovunque nel mondo i posti di ricercatore o professore non si danno «al più bravo in assoluto» (cosa che è impossibile da quantificare, anche in una data disciplina) ma si danno alla persona che in una data disciplina (che è generica e per la quale si aprono dei posti in genere per motivi didattici o, nel caso di enti di ricerca, per mantenimento dell’equilibrio tra le discipline) è quella che potrà condurre al meglio un determinato tipo di ricerca e che, si presume, meglio potrà crescere e far crescere il dipartimento. Si potrà voler potenziare un asse di ricerca già presente o farne nascere uno nuovo, per esempio.
E qui veniamo al punto centrale: il concetto di concorso come lo conosciamo in Italia è, per la ricerca, privo di significato. Cosa vuol dire cercare il migliore ricercatore o professore in un dato settore scientifico disciplinare? Nulla. Provo a spiegarmi meglio con un esempio nel settore che conosco direttamente. Se un dipartimento deve assumere un ricercatore o un professore in Chimica-Fisica mentre per l’insegnamento questa denominazione è sufficiente per individuare un provilo, la stessa non basta affatto per la ricerca che si vorrà far condurre. Voglio un teorico o uno sperimentale ? uno spettroscopista, un elettrochimico, un chimico quantistico, un biofisico, uno che si occupa di materiali, uno esperto di materia condensata, uno esperto di modelli di reattività, o uno di cinetica super-veloce ? E la lista è solo parziale. Analogamente si può suddividere ogni settore scientifico-disciplinare per quanto riguarda la ricerca come fatto per la Chimica-Fisica.
E qui il nocciolo del problema: i dipartimenti non hanno, al momento, alcun bonus/malus sulle proprie scelte. Non saranno premiati o puniti se conducono una politica scientifica di buona o cattiva qualità. I concorsi così deresponsabilizzano chi mette a disposizione i fondi: tutto sarà in mano all’insindacabile giudizio della commissione. La politica scientifica avverà solo per caso, se, per esempio come accadeva più in passato che negli ultimi decenni, un qualche «barone illuminato» dovesse porsi questo tipo di problemi.
Perciò i concorsi in cui il vincitore è noto dall’inizio non dovremo chiamarli «truccati» ma al massimo «senza politica» o «senza responsabilità» (o accountability per usare un termine familiare ai lettori de iMille). Non sono scelti in base alla qualità, non solo (e non tanto) del vincitore, ma più in generale sul tipo di ricerca o di persona si voglia assumere per meglio condurre la propria politica scientifica, che oramai esiste sempre più di rado. Senza quest’ultima, con tutte le regole formali che si possono avere, con tutti i tribunali, i ricorsi, le indignazioni e le petizioni, tutto è inutile.
Perché bisogna aver presente che se questo sistema di concorsi è stato bloccato dalla riforma Gelmini eccetto i casi già banditi, anche con la riforma se non cambia la base, ovvero se non si obbligano i dipartimenti ad avere una visione di politica scientifica in base alla quale decidere la «qualità» dei nuovi recrutamenti, neanche il più snello e diretto sistema previsto dalla riforma (quando ci saranno tutti i decreti attuativi) potrà cambiare la sostanza delle cose.
[1] Il concorso è stato annullato dal Rettore proprio pochi giorni fa.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti






Mi sembra interessante la tua tesi. Detto questo, vale la pena sottolineare due cose, e lo dico per esperienza di chi qualche concorso l’ha fatto. Primo: c’è una parte della cooptazione – perchè di cooptazione di tratta in qualche caso – che fa il ragionamento che tu proponi, anche se “all’amatriciana”. Cioè, è vero che in qualche caso si prende il profilo che risulta più utile al dipartimento, o forse sarebbe più giusto dire alla cattedra di chi bandisce. Quindi, se uno dovesse seguire il tuo ragionamento (rispetto al quale ho qualche dubbio, perchè allora si dovrebbe fare prima una mappa seria della ricerca, altrimenti si genera solo una limitazione delle possibilità) forse, il problema è riuscire ad impostare una procedura più trasparente rispetto a ciò che si cerca. Secondo: la riforma Gelmini ha aggravato il problema dei concorsi, perchè la logica è non è cambiata, ed almeno con gli scritti, qualche caso troppo scandaloso si poteva evitare. C’era un pezzo di carta sul quale si poteva far ricorso. Così è semplicemente impossibile. È un meccanismo assolutamente inattaccabile.
Cara Paola, grazie del commento articolato. Provo a rispondere ai punti centrali.
1) Cooptazione “all’amatriciana”, dici “giustamente”: “è vero che in qualche caso si prende il profilo che risulta più utile al dipartimento, o forse sarebbe più giusto dire alla cattedra di chi bandisce.” Ecco con il nuovo modello di università (da 30 anni) non esistono più formalmente le “cattedre” di ordinari che a cascata determinano tutto. Così è purtroppo sulla carta … esistono i settori scientifico-disciplinari a posta. Il punto cruciale è la definizione di “utilità al dipartimento”, come ovviamente fai notare. E veniamo al punto centrale.
2) La mappa della ricerca. Per questo ci sono due “filosofie” possibili secondo me: istituire un “piano nazionale” in cui si decidono le “direttive”, oppure responsabilizzare i dipartimenti e metterli in concorrenza sui fondi. Ovviamente i due non sono mutuamente esclusivi: in Francia (dove lavoro e dove c’è sempre un background pianificatore) si fanno entrambe le cose. Se un dipartimento ingaggia una persona che sarà poco attiva questa le porterà pochi fondi. Ovviamente il punto centrale è sul controllo dei fondi, ma questo vale ovunque perché la “discrezionalità umana” è qualcosa da cui non si può prescindere.
E così passo al terzo punto (che però come si capirà per me discende poi dal “senso” dei concorsi):
3) la questione della trasparenza e gli scritti. La trasparenza si ha nel momento in cui si responsabilizza chi assume. Se X assume Y e questo fa male X avrà meno fondi al suo dip, meno possibilità di assumere in futuro etc … ma i “concorsi” deresponsabilizzano. Se hai fatto concorsi sai meglio di me (che ne ho fatti in sistemi pubblici ma impostati diversamente) che non è certo lo spauracchio dei ricorsi sugli scritti a rendere virtuoso il sistema. Se voglio far passare una persona posso i) fare uno scritto specifico al tema della persona; ii) fare un tema molto vago così che poi sarà l’orale. Tutto ciò quindi de-responsabilizza (come ho provato a spiegare).
E poi: ma che senso ha un concorso di conoscenze? Allora tutti i titoli, dottorati, esperienze lavorativi, articoli etc … a che servono? Per tornare alla Francia, i concorsi sono oltre che sulla valutazione del proprio CV sul progetto di ricerca (che non si fa sul momento ma si prepara seriamente insieme al laboratorio in cui si vuole andare nel caso del CNRS), su come lo si sa esporre oralmente e su come si controbatte (sempre oralmente) alle critiche.
Un concorso è truccato se vi è già un accordo “sostanziale” preordinato alla vittoria di un certo candidato, precedente alle eventuali prove di esame e al lavoro di valutazione della Commissione Giudicatrice.
Altra cosa è la raccolta di prove sufficiente per dimostrarlo, ma questo non annulla il profilo di illecito.
Il concorso è, insomma, quel bello e insuperabile metodo per attribuire posti di lavoro, appalti, ecc. sulla base del merito, dell’equità di giudizio e della pubblicità delle procedure.
Se parlare di “concorso truccato” è “mistificatorio”, di cosa si lamentano i promotori e i firmatari della “petizione”? Perchè il Rettore ha rimandato indietro gli atti alla Commissione Giudicatrice? Cos’è tutto questo can-can?
Renzo, a parte la “forma”, il senso è che non ha senso parlare di trucchi perché non ha senso parlare di “concorsi astratti”. Non significa nulla prendere “il migliore”, ma il centro del problema è prendere il più adatto a quello che si vuole fare.
La domanda è quindi: che si vuole fare? E come stabilire cosa si vuole fare? (vedi il punto 2 della risposta che ho dato a Paola). E come premiare chi lo fa e colpire chi non lo fa?
Ho tentato di spiegare in tutto il post cosa intendo per “mistificatorio”, mi spiace non ci sia completamente riuscito.
Il caso specifico evidentemente è stato fatto da persone che non erano neanche capaci a pilotare un concorso (che è la cosa più facile della terra, visto che si fa da sempre), ma non mi interessa particolarmente. Era uno spunto di riflessione …
Riccardo, molte delle cose che dici sono state il manifesto dell’APRI (associazione precari della ricerca italiani, http://www.ricercatoriprecari.it) fin dalla sua nascita.
E’ piu’che evidente che se non si introduce un criterio di responsabilita’ nel reclutamento, ci possiamo inventare le regole migliori ma verranno sempre aggirate. D’altra parte, come ebbi a scrivere qualche tempo fa, e’ pure inutile stabilire regole quando non si e’in grado di formularle in maniera chiara e non si ha l’autorita’ oer farle rispettare. Come dice Renzo, pur nella situazione grottesca in cui ci troviamo, ogni tanto il sistema “salta”, come nel caso indicato. E salta perche’ e’ possibile farlo saltare, certo occorre una infinita pazienza, ma il “contesto normativo” permette, se si vuole, di far rispettare le regole. Prima di ogni riforma bisognerebbe sempre pensare alla capacita’ di renderla realmente operativa, cosa che invece fino ad oggi, nel reclutamento dei ricercatori, e’stata totalmetne trascurata. E il motivo e’banale: al MIUR, sia sulle poltrone politiche che su quelle dei dirigenti, siedono da anni dei cialtroni incapaci. E’ ovvio che se si affida qualsiasi riforma a questa dirigenza, sara’ un totale fallimento. La rimozione della Gelmini e’ stato un passo importante, e Profumo al suo posto e’ gia’ una gran conquista, ma sotto c’e’ un tale casino che se non ci si passa col machete e’ anche inutile cominciare a discutere di riforme…
La prima riga del post è ineccepibile, così come concordo con l’intonazione — davvero sembra stucchevole fare tutte queste discussioni sui concorsi “truccati”, perché la stessa idea di trucco ha dietro un automatismo (si può truccare una roulette manomettendone l’altrimenti perfetto meccanismo),oppure di un antagonismo (si può truccare una partita tirando nella propria rete, apparentemente contro i propri interessi per qualche ricompensa losca), ma non un “concorso” che non è néautomatico né giocato fra due squadre. Un liberale puro potrebbe arrivare a dire che se un dipartimento nomina una commissione compiacente per far vincere qualcuno evidentemente sta seguendo una sua logica di massimo profitto e fa bene ad agire così. Oppure (altro paradosso) se i raccomandati non si estinguono un evoluzionista puro direbbe che evidentemente i raccomandati sono meglio adattti all’ambiente universitario e meritano di proliferare (scherzo, ma non troppo, quante volte avete sentito dire: “di bravi e basta senza capacità manovriera non sappiamo che farcene, sono gente astratta che in Italia non sa far progredire il dipartimento”?). Così nella stessa logica dell’”accountability” bisogna onestamente ammettere che “i trucchi” visti dall’altra parte sono una buona capacità di gestire i concorsi dandone conto alla larga maggioranza dei propri colleghi. Eppure manca qualcosa (nell’intonazione,non nelle osservazioni che sono tecnicamente inecceppibili). Manca la comprensione per gli esclusi, per i bravi e capaci estromessi, maànche per quelli senza talento cui non ci si cura neanche di spiegare perché vengono estromessi e si dà loro l’alibi del “gioco truccato”. Insomma,ci sarà una ragione se ‘sta discussione torna a galla di continuo, peggio dei monsoni?
Giovanni, grazie per il commento. Per l’intonazione sugli esclusi provo a rimediare qui. Era qualcosa di forse “sottinteso” e chiaramente in un post non si possono trattare tutti gli aspetti.
Per i secondi esclusi, ovvero i non meritevoli che hanno l’alibi del gioco truccato: ovvio che è un alibi e levare il sistema ipocritamente automatico dei concorsi lo rimuoverebbe. Ed è forse un motivo per cui poi tanto tanto sta bene a tanti. Paravento per chi istituisce il concorso come per chi non lo vince. E in Italia non è certo l’unica cosa che finisce così. In genere questi esclusi si mettono in coda, in attesa di qualcosa (universitaria o para-universitaria).
Sui primi il discorso è anch’esso conseguente: ovviamente se c’è un posto ci saranno, si spera, più persone valide e se ne sceglierà una sola tra queste. In Francia, per fare un esempio che conosco, si incoraggiano le persone valide a concorrere anche quando già il profilo è “molto ben definito”, e non si “affossano” per far vincere qualcuno, perché vincere un concorso senza altri concorrenti viene visto come un minus, una macchia che ci si porta addosso. Il contrario dell’Italia. Si può non vincere facendo una buona figura e “facendosi conoscere” (positivamente) e non vincere perché non ritenuti all’altezza cui si deve avere il coraggio di dire “fai qualche altra cosa” (ovviamente questo si deve fare il prima possibile, ma il generare inutili aspettative è un altro atteggiamento tipico dell’italia dove non si può mai dire di no …)
Riccardo, figurati, non volevo fare nessun rimprovero di incompletezza anche se ti ringrazio per i chiarimenti. Comunque ribadisco che in generale io sono d’accordo che si debba agire più amonte dei concorsi, come dicevo più di 3 anni fa in una discussione sul blog cugino “PD Obama”, (http://pdobama.ning.com/forum/topics/2003916:Topic:81429?commentId=2003916%3AComment%3A93114) “credo che il meccanismo concorsuale sia un dato accessorio, una specie di propaggine del sistema, l’atto finale in cui si coagula il peggio del peggio, ma in fondo incolpevole in se stesso. Ogni cura sui concorsi è sintomatica, non rimuove nessuna causa”. Tuttavia in questi tre anni in cui ho partecipato a tanti dibattiti che riassumo in due posizioni estreme:
a) La ricerca è fatta da persone, serve un meccanismo rigoroso per selezionare bene chi fa ricerca perché così si avrà di conseguenza buona ricerca
b) La buona ricerca seleziona naturalmente buoni ricercatori, bisogna avere dei meccanismi premianti per labuona ricarca e così si avrà di conseguenza un buon meccanismo di selezione
epur essendo convinto della posizione b), vedi lamia posizione di 3 anni fa, nel frattempo qualche dubbio mi è venut (se non si vambia idea a che scopo partecipare ai dibattiti?). E le due obiezioni che io ho trovato più serie sono:
1) I concorsi, come la moglie di Cesare, non devono solo essere onesti ma anche apparire onesti.Non basta che ci sia un meccanismo premiante a posteriori, se a decidere sembra che sia nell’immediato l’arbitrio di chi detiene “il potere” molti giovani si sentiranno svantaggiati, altri cercheranno istintivamente protezioni, molti non tireranno fuori il coraggio dell’indipendenza intellettuale per paura che non sia apprezzata
2) I meccanismi premianti possono a volte agire su tempi troppo lunghi. Se si premia la produzione scientifica, negli anni immediatamente successivi all’assunzione quanti giovani di valore riusciranno a ripagare immediatamente? detto volgarmente, se misuriamo il valore dalle pubblicazioni nel triennio successivo,vuoi vedere che i portaborse risultano i più funzionali? e se valutassimo l’efficacia didattica, quanti anni ci vogliono perché emergano le statistiche di impatto occupazionale ? Vuoi vedere che finiamo per assumere solo gente che accontenta gli studenti nei questionari di fine anno? ( spesso gli “interni” per non dire i portaborse sono bravi in questo mestiere)
Ripeto, non ho cambiato idea, voto per b) ed anche oggi come tre anni fa ripeto che sarebbe meglio occuparsi meno di concorsi e più di valutazione, solo sono diventato più cauto, e qualche attenzione al meccanismo concorsuale per se bisogna darla, e non liquidarli come sovrastruttura.
Caro Giovanni, grazie ancora per aver sollevato altri aspetti invece. Il senso dei post con commenti è proprio quello di discutere “costruttivamente” come si dice
Quando dici: “a) La ricerca è fatta da persone, serve un meccanismo rigoroso per selezionare bene chi fa ricerca perché così si avrà di conseguenza buona ricerca” è sacrosanto e non necessariamente si “scontra” con il tuo punto b) (pensare che la buona ricerca nasce da sola).
Per questo in molti stati esistono dei “criteri minimi”. Il paradosso delle leggi italiane è che, per esempio, si stabilisce un numero massimo di pubblicazioni da presentare (penso unico luogo su terra) e non un numero minimo!
Le commissioni che dovrebbero dare le abilitazioni con il nuovo sistema dovrebbero essere un filtro proprio a questo. Poi ovviamente tutto dipende dalle “persone” che stanno in queste commissioni e qui rientra il punto b: ovvero se si prendono solo chi ha l’abilitazione nella parte inferiore della coda magari la produttività scenderà e con essa anche i fondi.
Sui criteri poi di valutazione della ricerca c’è un dibattito immenso che non è poi possibile fare a prescindere dalla disciplina, ognuna ha un modo diverso, per questo i criteri non possono essere unici per tutti. E’ così in (quasi) tutto il mondo infatti …
Non parliamo poi della valutazione della didattica …