Spagna, il dopo elezioni e il futuro

di Filippo De Agostini e Federico Martire.

Foto: Tomas Fano

Foto: Tomas Fano

Quali cambiamenti hanno prodotti le elezioni in Spagna? E cosa attende la Spagna nel prossimo futuro? Ce lo siamo chiesto in questo breve vademecum.

Il Partido Popular ha vinto le elezioni?
Sí ha vinto, superando di parecchio i socialisti del PSOE anche in vecchi bastioni “rossi” come l’Andalusia e l’Estremadura, nonché avvicinandosi molto anche in Catalogna, dove hanno comunque vinto i conservatori nazionalisti di CiU.

Questa mappa del voto a livello municipale dimostra visivamente come la Spagna si sia tinta del blu dei popolari, ad esclusione della provincia di Siviglia, rimasta in mano al PSOE, e delle comunità più tradizionalmente indipendentiste, come la Catalogna ed i Paesi Baschi, dimostrando una volta di più il carattere plurinazionale dello Stato spagnolo.

Che c’è da dire sui risultati, oltre a quanto fatto registrare da Popolari e Socialisti?
Oltre al PP gli altri partiti che hanno visto salire i loro consensi sono UPyD-Union Progreso y Democracia (830.000 voti in più), IU-Izquierda Unida (710.000 voti in più), gli independentisti baschi di sinistra di Amaiur (300.000 voti), i nazionalisti catalani conservatori di Convergencia i Uniò (230.00) e gli ecologisti di EQUO (200.000). L’astenzione è salita di circa del 2% (circa 600.000 votanti), poco rispetto a quanto si poteva immaginare in maggio quando scoppiò il fenomeno degli indignados guidati dal motto “No les votes” (no votarli).

In funzione del sistema elettorale in vigore in Spagna, in termini di seggi le urne hanno premiato in maniera più che proporzionale il PP (+32 seggi rispetto al 2008) e poi Izquierda Unida (+9), CiU (+6) e Amaiur (+7), mentre risultano più penalizzati EQUO ed i nazionalisti conservatori baschi del PNV che perdono un seggio nonostante una sensibile crescita dei voti.

Si è trattato di un vero tsunami elettorale conservatore?
Se è vero che il PP ha vinto a mani basse queste elezioni, non appare però opportuno parlare di tsunami elettorale popolare. Se infatti raffrontiamo i dati dei voti con quelli delle scorse elezioni del 2008, possiamo constatare che il PP ha ottenuto 0,5 milioni di voti in più, mentre il PSOE ne ha persi 4,5 milioni.

In sintesi, se il PSOE crolla drammtaticamente, il PP non fa che confortare le sua posizione rispetto alle scorse elezioni che aveva perso. E con mezzo milione di voti in più ottiene 32 seggi.

In sostanza, queste elezioni più che vincerle il PP, le ha perse, almeno da due anni, il PSOE.

E quindi, che analisi politica se ne può trarre?
In funzione di quanto detto sopra, si può dire che lo spagnolo medio, deluso da Zapatero che prima votava, ora si sia vendicato votando Rajoy? In realtà sembra di no.

La gente che ha perso la fiducia nei socialisti non sembra infatti dimostrarla nemmeno nei confronti dei popolari, i cui consensi non crescono in modo proporzionale alla caduta di quelli sei socialisti. Il travaso di voti non avviene quindi dal PSOE al PP.

La sensazione, al contrario, è che una buona parte degli ex votanti del PSOE si siano semplicemente astenuti o, al massimo, si siano spostati a sinistra verso Izquierda Unida, i cui voti sono aumentati del 3,15%.

Questo desencanto dell’elettore socialista spiega inoltre, in parte, la crescita dell’astensione (+2%, pari a circa 6000.000 voti) ed in parte spiega forse anche il successo di formazioni alternative come UPyD, IU, CiU ed EQUO (che però non ha ottenuto nessun seggio, se non ché uno in ‘coabitazione’ con i valencianisti di Coaliciò Compromis).

Con questa maggioranza almeno siamo sicuri che Catalani e Baschi staranno buoni e smorzeranno le proprie richieste autonomiste/indipendentiste?
L’affermazione in base a cui quando a Madrid governa la destra dura “spagnolista” a Bilbao e Barcellona fanno i buoni appare quantomeno discutibile, nella misura in cui, molto spesso, i due nazionalismi, quello spagnolo e quello locale, si sono alimentati vicevendolmente, in una spirale senza fine. Il duro discorso nazionalista, in chiave spagnolista, di Madrid finirebbe in sintesi per ottenere l’effetto contrario a quello desiderato: ovvero ricompattare e rinforzare i nazionalismi locali.

Basta ricordare il percorso di formazioni come Esquerra Republicana de Catalunya, cresciuta improvvisamente all’epoca di Aznar, per poi ricadere proprio negli anni di Zapatero. Davanti il soft power zapateriano non funzionava più il discorso duro e massimalista di Esquerra che con i socialisti arrivò persino ad allearsi per il governo della Catalogna.

Stesso discorso per i baschi del PNV ed il loro leader di allora Juan José Ibarretxe, che in quegli anni conobbe un picco di voti.

Al dlà della questione basco-catalana, il problema, in realtà, è molto più esteso e potrebbe riguardare anche altre comunità autonome. Il PP di Rajoy, con il supporto deciso di molti governatori regionali dello stesso partito, ha promesso di mettere in atto una politica di progressiva ri-centralizzazione delle funzioni pubbliche, smantellando mattone dopo mattone quello Stato delle autonomie faticosamente costruito dopo l’epoca franchista e che è diventato un caso di studio per i politologi di tutto il mondo. Certo, se la cosa potrebbe essere anche accettabile per i cittadini-elettori di Madrid e delle due Castiglie, meno lo sarà in Catalogna (già duramente toccata dalla parziale bocciatura dello Statuto di autonomia) e nei Paesi Baschi.

Ma se Zapatero con il suo soft-power smorzava i nazionalismi locali, perché Amaiur conosce tanto successo nei Paesi Baschi? E CiU in Catalogna allora? Non sono anche loro nazionalisti?
Riguardo a CiU, sì sono nazionalisti ma visti da vicino più che indipendisti massimalisti ed incendiairi appaiono dei democristiani di stampo liberal-conservatore ispirati alla cultura nazinonale catalana. Il loro successo e la loro crescita si spiega soprattutto in base a ragioni storiche ed a logiche locali in cui il governo di Madrid a poco a che vedere (se non nella misura in cui i toni moderati di Zapatero non mobilitavano più l’elettorato di Esquerra, come invece succedeva all’epoca di Aznar).

Riguardo ad Amaiur, erede dell’illegalizzata Batasuna (braccio politico dell’ETA), bisogna ricordare che questi sono stati esclusi dalle elezioni a partire dal 2002, quando Aznar decise di proibirne tout-court la formazione e che hanno potuto fare ufficialmente ritorno alle urne solo alle ultime elezioni municipali di maggio.
La differenza principale con Batasuna, è che quest’ultima giustificava l’uso della violenza per il raggiungimento dell’indipendenza, mentre Amaiur no, sebbene rimangano alcuni chiaroscuri.

Tutto dipende quindi dai punti di vista e dalle proporzioni: se le posizioni indipendentiste di Amaiur vengono confrontate con quelle del centralista PP madrileno certo che appariranno estreme, invece non appaiono così se contestualizzate rispetto alla recente evoluzione storica basca.

Il recente successo di Amaiur – che fa il paro con l’ottimo risultato alle municipali di maggio di Bildu, confluita in Amaiur per le generali – appare inanzitutto come il trionfo della politica sulla lotta armata, della forza idee sul sangue della pistola. Non è un caso infatti, se il grande risultato elettorale della sinistra indipendentista basca arriva quasi in concomitanza della dichiarazione di fine definitivo della lotta armata da parte di ETA.

In questa chiave non possiamo parlare certo di vittoria degli estremisti, come è stato invece segnalato su altri media con una certa approssimazione, ma di una vera e propria rivoluzione copernicana per Euskadi.

In sintesi, l’osservatore straniero prima di pronunciarsi dovrebbe esplorare più attentamente ciò di cui parla: il delicato caso basco, infatti, è stato trattato con eccessiva superficialità da molte penne non spagnole (ma anche da alcuni media conservatori iberici), lasciando spazio più alla demagogia ed al populismo più che all’analisi politico-storica.

E ora? Questa Spagna in grave crisi si risolleverà con il governo dei popolari?
La prima dichiarazione di Rajoy dopo il successo elettorale è stato: “Non prometto miracoli”. Realpolitik al potere, dunque? Difficile capirlo, anche perché il programma elettorale popolare lasciava molto spazio all’immaginazione in mezzo a molte proposte abbozzate e mere dichiarazioni di intenti. Questo non vuol dire che Rajoy non sappia e/o voglia risolvere i gravi problemi che affliggono la Spagna (disoccupazione, crescita e deficit in primo luogo) o che il candidato socialista Rubalcaba avrebbe saputo fare meglio, ci mancherebbe, ma i punti interrogativi sono molti. E non riguardano solo le misure puntuali e concrete che il governo popolare dovrà intraprendere o i nomi e le facce di cui Rajoy si circonderà, ma afferiscono proprio al polso e al carisma del leader spagnolo.

Rajoy, infatti, era alla sua terza elezione consecutiva da candidato popolare. Dopo due sconfitte, il delfino di José Maria Aznar ce l’ha fatta, ma non ha fugato i dubbi sulla sua poca personalità e sull’incapacità di imporre una linea propria al partito, lasciandosi guidare dal vero oracolo dei popolari, l’ancora ascoltatissimo Aznar.

Secondo molti osservatori, soprattutto stranieri, il vero vincitore di queste elezioni è stata l’apparentemente onnipotente Angela Merkel. La cancelliera tedesca, impegnata in una strenua battaglia in favore dell’austerità alla tedesca, è infatti riuscita a “togliersi dai piedi” un altro leader dei PIIGS, Zapatero (l’ultimo rimasto in piedi), consegnando il paese alla fazione opposta, più vicina alle posizioni dei conservatori teutonici.

Certo, alle urne vi sono andati gli spagnoli, mica i tedeschi, e la Merkel non ha certo fatto campagna elettorale, ma ciò che è anche vero è che Mariano Rajoy è un soggetto più malleabile e influenzabile da parte della leader europea.

Oltretutto, inizialmente Rajoy non potrà fare altro che rispettare gli impegni di bilancio già assunti in sede europea dal precedente governo (deficit 2011 al 6% del PIL, tre punti in meno del 2010 e cinque del 2009; Elena Salgado – ministra dell’economia socialista – ha recentemente confermato che seguendo la linea impostata dall’attuale governo già nel 2012 contano di riassestarsi sul 3%). Con il risultato che non ci si può immaginare un’azione di governo molto incisiva se non che, forse, a partire dal 2013.

iMille.org – Direttore Raoul MinettiiMille.org – Direttore Raoul Minetti

1 Commento

  1. Sono spagnola, socialista e dellusa di Zapatero. Ma non avrei mai votato il PP di Rajoy, creo que il nuovo presidente è una persona con poca forza che farà sempre quello che gli dicono i suoi assessori, molti pesci grossi che nascosti. Non mi fido del PP e sono convinta che Zapatero, nei confronti della crisi, poteva soltanto vederla prima, ma non evitarla. Ora, desde la distanza perchè vivo in Italia, scoprirò cosa farà il PP per aiutare un paese davvero in pericolo.

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