Più peso al voto dei giovani? No, più giovani

di Lorenzo Tondi.

Foto: artofdreaming

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In questi giorni si sta svolgendo un dibattito sull’opportunità di modificare il valore del voto, tramite una ponderazione basata sull’età dell’elettore: più peso ai giovani, meno agli anziani. Se ne è parlato recentemente in termini entusiastici sul Corriere della Sera- La Lettura e Lavoce.info  : basterebbe aumentare il potere elettorale dei giovani per trasformare la politica e permettere ai nostri amministratori di attuare politiche di lungo periodo e di ampio respiro.

In effetti il nostro paese presenta un quadro demografico preoccupante: l’invecchiamento della popolazione sembra un fenomeno inarrestabile, i giovani sono sempre di meno e hanno sempre meno spazio per farsi sentire. Quel che si è scritto è vero: i politici rispondono all’elettorato, e se l’elettorato è vecchio bisogna rispondere con politiche rassicuranti e rivolte al passato. Il tutto chiaramente va a detrimento delle prospettive future de giovani.

Ma siamo sicuri che ponderare il voto possa risolvere il problema? Se diamo un’occhiata alla storia della nostra Repubblica, ci rendiamo conto che questo discorso non regge. La miopia della nostra classe dirigente non è certo un fatto recente: in Italia c’è sempre stata la convinzione che la politica consistesse esclusivamente nella ricerca di un compromesso tra interessi differenti e non anche e soprattutto nel tentativo di mettere a punto un progetto di sviluppo comune.
Le cause di questa conflittualità sono ben note: un contesto sociale fortemente polarizzato, un’opinione pubblica poco colta e molto ideologizzata, una povertà diffusa che facilitava il clientelismo. Un incentivo alla frammentazione politica come il sistema elettorale proporzionale certo non aiutava. In realtà la visione di breve periodo della politica è sempre stato un punto dolente dei sistemi democratici: si sa, i politici puntano a farsi rieleggere, e questo può portarli ad adottare provvedimenti che portano consenso elettorale ma peggiorano le cose nel lungo periodo.

Il voto ponderato è una cattiva idea anche perché, se portato alle estreme conseguenze, rischia di distruggere il principio democratico. Chi ci assicura che dopo il 2050 la popolazione si sarà stabilizzata? Quanto sono affidabili previsioni così a lungo termine? Cosa succederà se la popolazione continuerà ad invecchiare? Daremo al 15-20% della popolazione il 60% del peso elettorale? Questi sono discorsi molto pericolosi. Cercare di dare più rappresentanza ad una minoranza tramite la riduzione al silenzio della maggioranza non elimina il problema della rappresentatività, semplicemente lo sposta.

La scarsa qualità della politica non è determinata dall’anzianità della popolazione, ma da altri fattori: su tutti, una classe dirigente plasmata da un sistema scolastico hegeliano, intrisa di greco e latino ma priva della capacità di analizzare i problemi concreti e di distinguerne le variabili fondamentali. Ponderare il voto non ci darà una politica migliore: certo, i giovani avrebbero più importanza, ma chi ci garantisce che chiederanno provvedimenti per il paese e non esclusivamente per sé stessi?

L’errore che commette chi propone questa riforma è cercare di trattare un fenomeno per via legislativa, senza andare a toccare le sue variabili fondamentali. Nel nostro caso, se il problema è l’invecchiamento della popolazione, la soluzione sarebbe penalizzare il voto dei vecchi? No, non può funzionare.

Nell’articolo de “La lettura” si propone in alternativa un sistema che assegna ai genitori un voto per ogni figlio minorenne. Cose da pazzi. Il voto è personale, non può essere delegato in alcun modo. Questo principio trova applicazione pratica, in questo caso, nell’impossibilità di accertare che il padre voti non soltanto in nome ma anche per conto del figlio. In altre parole, che protegga i suoi interessi e non i propri. Anzi, essendo di un’altra generazione, è probabile che il padre abbia una visione del mondo diversa da quella che ha suo figlio – e dunque che voti diversamente da come farebbe il figlio.

L’unico modo per ringiovanire l’elettorato è ringiovanire la popolazione, e la strada da percorrere è una sola: aprire le frontiere all’immigrazione e modificare la normativa sulla cittadinanza. Solo con l’afflusso di milioni di giovani possiamo riequilibrare la composizione del corpo elettorale. Inoltre l’aumento dei flussi migratori darebbe una scossa positiva all’economia: garantirebbe la tenuta nel lungo periodo del sistema pensionistico, farebbe aumentare i consumi e quindi la domanda aggregata, creerebbe decine, forse centinaia di migliaia di posti di lavoro.

Bisogna poi garantire che ad una popolazione giovane corrisponda un elettorato consapevole. Un modo per cercare di realizzare questa corrispondenza potrebbe essere l’introduzione delle liste elettorali volontarie: chi vuole votare deve prima iscriversi alle liste – mentre ora si è iscritti automaticamente. In questo modo andrebbero a votare solo le persone veramente interessate, con risvolti positivi sulla competenza degli eletti. Per garantire la qualità è il ricambio generazionale in politica potremmo istituire delle scuole di eccellenza (le grandes écoles francesi che formano la classe dirigente del paese) e dei limiti di età all’elettorato passivo (ad esempio, 65 anni). Volendo potremmo anche introdurre un limite all’elettorato attivo, intorno ai 75 anni.

Ma differenziare l’importanza del voto è inefficace e pericoloso: viola il principio di uguaglianza, sposta e non elimina il problema di rappresentatività che si vuole risolvere, non garantisce politiche lungimiranti. Per avere una politica più giovane e dalla visione più ampia, ci vogliono più formazione e più immigrati, non l’apartheid elettorale degli anziani.

 

 

 iMille.org – Direttore Raoul Minetti

4 Commenti

  1. “L’unico modo per ringiovanire l’elettorato è ringiovanire la popolazione, e la strada da percorrere è una sola: aprire le frontiere all’immigrazione e modificare la
    normativa sulla cittadinanza. Solo con l’afflusso di milioni di giovani”

    Premesso che non ho un problema con una maggiore apertura della frontiere (che peraltro già sono un colabrodo; sono le leggi che son rigide, non le frontiere). Trovo la ricetta un po’ semplicistica.

    Primo perchè non ci si pone minimamemente il problema dell’integrazione. Che non è una barzelletta. Giacché l’arrivo di stranieri pone un problema serio in termini di integrazione. Basterebbe farsi un giro nelle periferie di Parigi, Lione, Marsiglia, Londra, Bruxelles per rendersi conto che le cose non sempre tornano per il verso giusto e che i ghetti ancora esistono, e non sono esattamente un luogo carino e gradevole.

    Secondo perchè si propone l’apertura delle frontiere come soluzione miracolo proprio quando l’Europa inizia ad essere in chiara fase di declino. Nei prossimi anni i nostri paesi (europei) chiameranno meno talenti rispetto al passato. E sarano ogni volta meno interessanti rispetto ad altre potenze (vedi Brasile x es.)

    Certo qualcosa possiamo fare, e qualcuno faremo venire, ma dobbiamo mettercelo in testa non siamo più al centro del mondo. Non c’è pìù solo l’Europa. Ora siamo una delle tante squadre che partecipano al campionato della globalizzazione, e non siamo nemmemo fra i più forti (pare che i compagni di squadra infatti si picchiano fra di loro).

    Infine riguardo alla questione giovanile penso che ci sia un problema di mentalità e di cultura, che non si risolve solo con l’arrivo massiccio di stranieri: è necessaria più che altro una battaglia culturale e molto, ma proprio molto, impegno civile.

  2. Gianni

    Io penso che un giorno, nemmeno troppo lontano, tra una ventina d’anni diciamo, scriveranno uno studio sulle boiate che sono saltate fuori in un periodo di grande incertezze e confusioni, come quello che stiamo vivendo. Come quell’ articolo su come chi viveva negli anni cinquanta si immaginava il Duemila: che ci si nutrira’ solo di pillole, si colonizzera’ Marte, l’ Unione Sovietica includera’ il Giappone,,,.
    In quello studio penso comparira’ anche quest’ articolo. Io me lo metto da parte.

  3. @gianni: sarei io quello che scrive boiate? vale a dire?

    @stradedifrancia. L’idea che gli stranieri debbano per forza integrarsi mi risulta piuttosto ingiusta. Cosa intendi, per la precisione, con “integrazione”? Gli Stati Uniti sono nati e cresciuti sull’immigrazione. Certamente hanno avuto molti problemi, ma possiamo dire che il loro bilancio sia più che positivo.

    “Secondo perchè si propone l’apertura delle frontiere come soluzione miracolo proprio quando l’Europa inizia ad essere in chiara fase di declino. Nei prossimi anni i nostri paesi (europei) chiameranno meno talenti rispetto al passato. E sarano ogni volta meno interessanti rispetto ad altre potenze (vedi Brasile x es.)

    Certo qualcosa possiamo fare, e qualcuno faremo venire, ma dobbiamo mettercelo in testa non siamo più al centro del mondo. Non c’è pìù solo l’Europa. Ora siamo una delle tante squadre che partecipano al campionato della globalizzazione, e non siamo nemmemo fra i più forti (pare che i compagni di squadra infatti si picchiano fra di loro).”

    non ho detto che l’immigrazione risolverà tutti i problemi che abbiamo. Ho semplicemente detto che se vogliamo evitare gli effetti nocivi derivanti dall’avere una popolazione anziana, bisogna aprire all’immigrazione. Ovvio che l’Europa e l’Occidente non avranno più il ruolo che hanno avuto in passato (e mi verrebbe da dire: per fortuna!): ma questo non vuol dire che smetteremo di crescere. Il mondo cresce in media intorno al 4%, ci sono paesi enormi che crescono a tassi molto maggiori: Cina, India, Brasile. Il commercio internazionale ci dà la possibilità di crescere “per traino”, esportando i nostri beni nei paesi in cui questi beni sono richiesti. Chiaramente, per fare questo e per farlo bene, dobbiamo essere competitivi. E noi italiani, al momento, non lo siamo.

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