Paola Severino al lavoro. Riformare la giustizia salva l’Italia

di Tommaso Caldarelli.

Foto: *FataNera*

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Mentre il Parlamento vota la fiducia al decreto-legge Salva l’Italia, così ribattezzato dal primo ministro Mario Monti; mentre le camere sono impegnate nell’affrontare le questioni inerenti al finanziamento dello Stato, alla spesa pubblica e ai guai economici del paese, non deve passare sotto silenzio, né essere sottovalutata, l’azione che da Via Arenula il ministro della giustizia Paola Severino sta mettendo in cantiere con l’emanazione dei decreti per il riordino dell’edilizia carceraria e le proposte organiche di – ennesima – riforma della giustizia civile e penale. Si tratta di norme che, finalmente, vanno nella direzione giusta, e che visti i precedenti meritano l’attributo di “rivoluzionarie” nonostante la loro relativa timidezza (e che potranno aiutare, peraltro, anche sul piano della spesa pubblica).

Il ministro sta prendendo importanti decisioni in materia di sovraffollamento delle carceri, affrontando l’assurdo meccanismo delle “porte girevoli”. Siccome dal giudice normalmente c’è la coda, tipo al Conad, i detenuti colti in flagrante e in attesa della convalida dell’arresto da parte dell’autorità giudiziaria (arresto che, siccome non è convalidato, è provvisorio e dunque giuridicamente precario e illegittimo) vengono momentaneamente incarcerati, una restrizione della loro libertà personale assolutamente incostituzionale nonostante la flagranza di reato, che certo non sopprime i diritti civili. La modifica al 558 di procedura penale porrà il divieto assoluto di questa pratica, ripristinando la legalità; ciò che manca, però, è una misura organica che affronti il perché così di norma accade, ovvero la radicale mancanza di fondi e mezzi del nostro sistema di giustizia; il che provoca, si sa, lungaggini e fenomeni del genere, di certo non piacevoli.

Ancor più interessanti sono le ipotesi formulate in materia di depenalizzazione e pene alternative, ovvero la cosiddetta “messa alla prova”: si tratta di un positivo recepimento di una normativa allora proposta dal Guardasigilli Alfano, e d’altronde ben vista anche e soprattutto dalle associazioni che lottano per i diritti dei detenuti (si veda in proposito Ristretti.org). Per quanto riguarda il primo dei due temi, vengono depenalizzate e trasformate in illecito amministrativo (ovvero, come una multa per divieto di sosta) “tutti i reati puniti con la sola pena pecuniaria”, il che comprende in effetti un vasto parco di fattispecie; ancora una volta, un’ottima intenzione, che però muove solo il suo primo passo. I dati dell’amministrazione penitenziaria italiana mostrano ad esempio che nelle nostre carceri (dati di giugno 2011, gli ultimi a disposizione) il secondo raggruppamento per numero di detenuti sono i 28.092 reclusi in applicazione della legge Fini/Giovanardi sugli stupefacenti. Si tratta di un numero assolutamente sproporzionato: parliamo della metà della capacità ufficiale del nostro sistema carcerario (dati del 2003).

In qualsiasi progetto razionale di depenalizzazione di fattispecie deliranti non può non trovare spazio una modifica legale del nostro apparato repressivo in quest’ambito: è assolutamente necessario cavare d’impaccio la Corte di Cassazione che in materia di coltivazione di piante di marijuana (sul balcone di casa, per evidente e modico uso personale) ha cambiato giurisprudenza almeno 4 volte negli ultimi anni, nonostante un intervento in materia delle Sezioni Unite che, in teoria, avrebbe dovuto mettere una parola definitiva. Per non parlare dei detenuti che derivano dall’applicazione della legge Bossi/Fini sull’immigrazione; i dati del 2008 parlavano di 12mila nuovi ingressi ogni anno in carcere in applicazione della normativa, che, quando è scattata, ha determinato un vero e proprio boom degli ingressi. Si tratta di pene inferiori ai 12 mesi; secondo la normativa, una volta che la pena è scontata, il migrante va espulso, così può fare posto ad un altro che entra: comodo.

Insomma, sul fronte della depenalizzazione c’è ancora moltissimo da fare per riportare la situazione delle nostre carceri ad un livello sostenibile. Buono in questo senso il pesante stanziamento di fondi per l’edilizia carceraria, che però a parità di reati puniti significa più possibilità di condanne detentive e quindi un approccio più libero e sereno dei giudici nel disporre il carcere: il che, come si nota intuitivamente, ha le sue criticità. Proprio per questo è da salutare come importante la notizia di una prima reale applicazione dell’articolo 27 della Costituzione (“Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”) mediante l’introduzione della “sospensione del procedimento con messa alla prova”. Secondo la scheda illustrativa predisposta dal ministero della giustizia si tratta di “una richiesta dell’imputato, da formularsi sino alla dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado” che consisterebbe in “una serie di prestazioni, tra le quali un’attività lavorativa di pubblica utilità (presso lo Stato, le regioni, le province, i comuni o presso enti o organizzazioni di assistenza sociale e di volontariato), il cui esito positivo determina l’estinzione del reato. Potrà essere concessa soltanto una volta (o due, purché non si tratti di reati della medesima indole) a condizione che il giudice ritenga che l’imputato si asterrà dal commettere ulteriori reati”. Viene in questo modo potenziata l’offerta di pene alternative alla detenzione, finora limitate principalmente agli affidamenti in prova ai servizi sociali; consentendo così al reo di promettere allo Stato, in cambio di una prestazione concreta, che di lì in poi farà il bravo. Si tratta di una potenziale vera rivoluzione per il sistema che conosciamo: la messa alla prova consente di far decadere immediatamente il processo penale, liberando le aule di tribunale; sperimenta forme già antiche di punizione (ma per la nostra Italia veramente medievale, per quanto riguarda giustizia e carceri, sono all’avanguardia) alternativa alla galera; fa un deciso passo avanti nell’applicazione del dettato e dello spirito della Costituzione repubblicana.

L’idea che un imputato (si noti: non un condannato. Il che è doppiamente interessante, visto che un non condannato non ha alcun interesse a fuggire da un’attività che annulla ogni processo a suo carico, come invece un galeotto potrebbe voler fare) possa chiedere – ammettendo così, implicitamente, di aver sbagliato: in sostanza, una confessione – di essere affidato ad un’attività di pubblica utilità per riparare al suo errore è un’idea semplice e straordinaria. Bisognerà tenere sotto controllo l’evoluzione del testo di legge, per precisare innanzitutto a quali attività possano essere affidati i richiedenti: personalmente non vedrei nulla di male se queste persone aiutassero la collettività a costruire ponti e strade.

Il ministro Severino, in nome della razionalizzazione della giustizia – e anche e soprattutto dei suoi costi – sta facendo ciò che è necessario (iniziare a) fare, ovvero invece che procedere per slogan, agire e sulla normativa incriminatrice e sull’assetto dei tribunali (ottima la pronta attuazione della delega sui giudici di pace). Il passo è timido e certamente iniziale; ma nel nulla cosmico da cui veniamo, squilla come una tromba.

 

 iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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