di Martina Avanza.
La Lega Nord – specialmente se paragonata a gruppi o partiti neofascisti – è spesso dipinta come una forza democratica e popolare, un fenomeno inoffensivo e perlopiù “folcloristico”. La nostra tesi è che la Lega abbia abilmente creato una xenofobia apparentemente inoffensiva, che in realtà è la vera forza della sua strategia di legittimazione.
Emblema di questa ambiguità sono i Volontari Verdi: responsabili delle ronde notturne organizzate dal partito nei “quartieri infestati dall’immigrazione extra-comunitaria” (come si esprimerebbero loro). Questi militanti leghisti sembrano tutti perfettamente inoffensivi: alcuni sono donne (due donne erano responsabili delle ronde a Milano e Bergamo), alcuni sono obesi (come Mario Borghezio, il fondatore dei Volontari Verdi), altri insignificanti giovani magrolini, o anziani signori in pensione. Ho persino visto una signora disabile che partecipava a una ronda in sedia a rotelle. Che quest’apparenza, innocua, sia costruita intenzionalmente o si tratti di un caso fortuito sarebbe difficile da dimostrare. Quel che è certo è che i Volontari Verdi offrono un’immagine molto distante da quella del militante tipo dell’estrema destra, tutto muscoli e testa rasata. Le ronde leghiste offrono, quindi, all’osservatore esterno uno spettacolo piuttosto inverosimile; come se gli individui non fossero adatti al tipo di azione che stanno compiendo. I Volontari Verdi impersonano l’improbabile, quasi una fastidiosa figura di attivisti organizzati e apertamente xenofobi ma (apparente- mente) innocui, o persino bonari. Degli attivisti che ci lasciano perplessi perché si inspirano alla “resistenza passiva di Gandhi” e non alle gesta mussoliniane.
L’aspetto innocuo degli attivisti della Lega non è dovuto solamente alla loro apparenza e alla loro estraneità rispetto all’eredità fascista, ma è anche legato al loro sentimento di non essere xenofobi. Questa convinzione dona loro una coscienza talmente buona da essere quasi visibile. Persino mentre partecipano alle ronde, urlano “fermate l’invasione”, “nessuno zingaro ladro nei nostri quartieri”, “costruite le vostre moschee terroriste altrove” e distribuiscono volantini che sostengono “non vogliamo il Corano a Milano” o “Allah è grande e il Kalashnikov è il suo Profeta”, i militanti leghisti non si considerano xenofobi, come questo militante (e membro dei Volontari Verdi):
“Quelli di sinistra dicono che siamo razzisti. Ma cosa significa far venire gli immigrati e poi farli dormire sotto un ponte? Non sono animali, o no? E cosa dire delle donne che finiscono a fare le prostitute, vittime della criminalità organizzata, è da considerare generosità di sinistra quella? No, mi dispiace dirlo, ma io sono d’accordo con Mao: è meglio dar loro una canna da pesca e che imparino a pescare. Secondo me se permettiamo loro di entrare, dobbiamo provvedere perché abbiano condizioni di vita decenti, dignitose, perché sono esseri umani. Ma se diciamo questo, siamo razzisti! Mentre quello di sinistra che la notte dorme tranquillamente a casa e lascia che tutto questo avvenga, lui non è razzista!” (intervista).
Nelle parole di questo militante si ritrova quindi il famoso slogan leghista “aiutiamoli a casa loro”, che trasforma la xenofobia del partito in un progetto di sviluppo.
Se il partito ammette apertamente di volere combattere l’immigrazione clandestina (con il reato di clandestinità per esempio), la Lega sostiene invece che le sue iniziative di governo- come il permesso di soggiorno a punti- sono improntate a facilitare l’integrazione dei migranti regolari. Nel registro di legittimazione abilmente usato dal partito, persino il “censimento” dei Rom voluto dal ministro Maroni avrebbe avuto come scopo non le espulsioni dei Rom sprovvisti di permesso e la demolizione dei campi nomadi (conseguenze reali del “censimento”), ma la protezione dei bambini sfruttati dalle loro famiglie…
Questa è una delle forze maggiori della Lega: una xenofobia (fisicamente) non violenta, virulenta ma che non può essere assimilata alle solite manifestazioni (nazi, fascista e antisemita), militante ma (apparentemente) “innocua” e in “buona fede”. L’analisi della Lega offre allora una possibilità di considerare quali nuove forme i partiti xenofobi possono prendere e quali siano le strategie di legittimazione che possono usare. Strategie vincenti, in questo caso, se la Lega può ancora, in Italia, fingere di essere qualcosa di diverso da ciò che è veramente: un partito portavoce di una politica xenofoba contro i migranti e razzista contro alcune minoranze, come i rom.
iMille.org – Direttore Raoul MinettiiMille.org – Direttore Raoul Minetti






é uno sguardo molto interessante, secondo me calza a pennello per il periodo di governo della lega. adesso che torna a fare l’opposizione potrebbe anche rivedere il buonismo e tornare ad essere più aggressiva, in modo da arrivare lanciata ed “incazzata” alle elezioni. sono degli strateghi niente male…
Un capitolo sulla Lega di Martina si trova nel libro ‘Un Paese Normale? Saggi sull’Italia Contemporanea’.
La forza della Lega e ciò che le permette tale (auto)legittimazione sta nella liquidità del proprio razzismo: ha sempre avuto come nemico un Altro astratto, riempito ogni volta con il diverso “di moda” (il terrone, l’albanese, ora il rom)… Anche il razzismo può essere postideologico e postmoderno, diverso quindi da quello “classico” e “caldo” dei fascisiti, più adattabile in quanto tale al presente al momento più “sentito”.
Tocqueville scrisse lucidamente: “Che garantisca l’ordine anzitutto! Una nazione che chieda al suo governo il solo mantenimento dell’ordine è già schiava in fondo al cuore, schiava del suo benessere e da un momento all’altro può presentarsi l’uomo destinato ad asservirla. Quando la gran massa dei cittadini vuole occuparsi solo dei propri affari privati i più piccoli partiti possono impadronirsi del potere”.
Il ritorno all’etologia ed all’immediatezza istintuale che questo partito sostiene impone un tagliar corto con i problemi e con la complessità delle questioni pubbliche, una riduzione alle soluzioni nette e rapide, anche sintetizzabili con slogan da stadio o battute da bar: fuori dalle palle, accoglienza col mitra, meglio i miei cani dei rom. Questa rozzezza è una calamita di voti. La doppiezza salva, la finzione lotta/ governo (imitazione della strategia del Pci) paga. A Roma si è educati e tranquilli, a casa razzisti e ribelli.