Le velocità delle tante “piccole Europe”

di Francesco Molica.

"Wanderlust" di Ko:(char*)hook

Super-patto di stabilità sottoscritto da una ristretta congrega di stati membri al di fuori dalla cornice comunitaria. Scissione dell’Eurozona in un’aristocrazia di paesi fiscalmente virtuosi (il centro) e una serie b di economie dai fondamentali malfermi (la periferia). Rimpatrio di una fetta più o meno significativa di competenze da Bruxelles al Regno Unito. Queste e altre indiscrezioni circolate copiosamente nelle ultime settimane ratificano l’impressione che l’Europa a geometrie variabili sia in procinto di prendere congedo dalle ipotesi d’accademia e farsi carne. La crisi comanda agli stati membri di ridisegnare l’impalcatura dell’Ue, per certi versi rafforzando l’integrazione comunitaria, ma per altri disarticolandola.

Eppure, a ben vedere, se l’Europa a cerchi concentrici ufficialmente deve ancora vedere la luce,  opera già in maniera dispiegata attraverso un caleidoscopio di consessi più ristretti e club esclusivi. Una moltitudine di faglie taglia longitudinalmente il Vecchio Continente. Alleanze strategiche, circoli di potere, e accordi cooperativi di varia natura tra gli stati membri, edificati ora su vincoli geografici o storici, ora in ragione di interessi comuni, si consolidano sempre di più dentro e fuori i confini del mandato comunitario e certo a suo discapito, in alcuni casi a livello puramente informale, in altri potendo avvalersi di strutture rodate.  Tanto che prima di paventare l’Europa delle tante velocità, occorrerebbe prestare attenzione al fenomeno delle “tante piccole Europe” che, pur preesistenti alla crisi, da essa traggono nuova linfa.

E che, in fondo, prefigurano quali potrebbero essere gli assetti di un futuro post-comunitario, uno scenario da apocalisse che per quanto ci ostiniamo ripudiare ha smarrito i tratti della fantapolitica pura.

Una breve e lacunosa cartografia di queste nuove e antiche assi aiuta a comprendere:

 

Dentro il direttorio franco-tedesco

Il G2 Francia-Germania, ultimamente si’ inviso agli europeisti, è ben più solido e intrecciato di quanto rivelino le cronache del litigarello matrimonio diplomatico tra Angela Merkel e Nicolas Sarkozy. La cooperazione tra le due locomotive dell’integrazione europea si articola da tempo a 360 gradi, a livello politico con “incursioni” incrociate dei ministri alle sedute dei rispettivi governi, senza contare l’annuale consiglio dei franco-tedesco; a quello più tecnico con assidue “frequentazioni” tra le alte sfere amministrative dei due paesi. Che, in effetti, seguitano a perseguire l’allineamento di una frazione non irrilevante delle proprie legislazioni nazionali (ambiente, energia, immigrazione, affari sociali), sino a spingersi sull’uscio simbolico dell’armonizzazione fiscale, invocata dall’esecutivo transalpino nel corso dell’estate scorsa. La crisi  sta facendo da ulteriore propellente a questo processo, specialmente su impulso francese. E, addirittura, si vocifera che, nell’ipotesi di un’implosione dell’Europa, si stia segretamente preparando un piano B che prevede la nascita di una sorta di unione federale franco-tedesca.

L’utopia pan-scandinava

Sin dallo sgretolamento dell’Unione di Kalmar, che attraverso il XIV e il XV secolo per quasi centocinquant’anni tenne annodati Danimarca, Svezia e Norvegia in un’unica entità, il mito di un superstato scandinavo torna a fasi alterne a bussare alle porte del dibattito pubblico di quei paesi. Dalla crisi finanziaria del 2008, raffigurata con plastica enfasi dal tracollo  dell’economia islandese, l’antico proposito federale ha recuperato una volta di più momento. E le odierne contingenze sembrano più che mai propiziarlo. Come argomenta l’economista e storico svedese Gunnar Wetterberg “per la prima volta in 600 anni i paesi nordici hanno l’opportunità di discutere del loro futuro collettivo in pace e tranquillità”, “senza l’interferenza di potenze straniere”, e seppellite una volta per tutte le rivalità regionali. I potenziali benefici di una federazione a nord di Berlino sarebbero numerosi e considerevoli: con appena 25 milioni di abitanti, l’Unione nordica planerebbe nel novero delle prime 12 economie del mondo, a parità di PIL, tanto per intenderci, del Canada. Wetterberg ha consegnato il suo progetto ad un particolareggiato saggio illustrato, non più tardi di un anno e mezzo fa, agli stessi primi ministri dei paesi scandinavi nel corso di un summit a Rejkiavik. All’epoca l’opzione federale era già sostenuta da circa il 42% della popolazione scandinava. Tasso che sarebbe in lievitazione per l’esacerbarsi della malattia politica ed economica europea da un lato, ma anche grazie agli sproloqui euroscettici dei partiti populisti (parecchio forti da quelle parti) il cui acceso sovranismo, per una curiosa eterogenesi dei fini, porterebbe acqua anche al mulino dello scandinavismo. Del resto una solida e ben congegnata piattaforma a carattere regionale sulla quale erigere l’Unione le tigri del nord se la sono foggiata sin dalla fine della Seconda guerra mondiale: è il Consiglio nordico, il forum di cooperazione tra gli stati dell’area – dotato di un’assemblea interparlamentare e un consiglio dei ministri –  che negli anni ha tenuto a battesimo un’ampia gamma di accordi (dalla libera circolazione alle politiche sociali).

V di Visegrad

Anche al di là dell’ex cortina di ferro, opera un piccolo e affiatato consorzio di stati membri da circa un ventennio impegnati nello sperimentare solidi profili di collaborazione e dialogo. Quasi sempre votano compatti in seno al Consiglio Ue e, non è un mistero, tengono sovente sinedri riservati a margine degli stessi summit europei. Alla stessa stregua del progetto  panscandinavo, il gruppo Visegrad (o V4), del quale fanno parte Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia, affonda le proprie radici in un passato lontano: nel XIVesimo secolo per la precisione, proprio il castello di Visegrad fu teatro di due incontri tra gli allora principi e signori dell’regione. Costituito nel 1991, sulle macerie del Comecon, come associazione di cooperazione regionale, il V4 prevede forme di cooperazione transnazionale dal campo dell’energia e dell’ambiente a quello dell’educazione. Il salto di qualità lo ha tuttavia compiuto solo l’anno passato con la nascita di un primo battaglione congiunto. Una novità dal forte valore simbolico. A partire dalla Polonia, il quartetto di ex satelliti sovietici ha continuato nel tempo a nutrire una specchiata fede europeista. Ma comincia a guardare con crescente allarme l’avvitarsi del dibattito politico sul futuro dell’euro, come il conclamato crepuscolo della NATO, da un lato ridimensionando l’entusiasmo per un imminente ingresso nella moneta unica (solo la Slovacchia ne fa già parte), dall’altro temendo la marginalizzazione dei nuovi stati membri ora che la Vecchia Europa naviga in acque burrascose.

La solitudine del Regno Unito

Il Regno Unito intrattiene sin da sempre un rapporto ambiguo e avvelenato dal sospetto con l’Unione europea. Specialmente durante il lungo regno conservatore degli anni 80-90 ha tentato in più occasioni di boicottare il processo di integrazione, ingollando a fatica le conquiste comunitarie compiute tra l’Atto unico europeo e il Trattato di Nizza. Oggi più che mai, con il governo Tory dominato dall’ala euroscettica, le sofferenze dell’Europa continentale hanno aperto un ampio varco per rivisitare la posizione della Corona in seno al cantiere comunitario. L’obiettivo della triade Cameron-Osbourne-Hague (rispettivamente primo ministro, cancelliere dello scacchiere e segretario agli affari esteri) è cristallino: affievolire il legame politico con Bruxelles, senza toccare i benefici derivanti dal mercato unico. Una fetta consistente dell’opinione pubblica propende addirittura per un disimpegno totale del Regno Unito dal progetto europeo. E se la situazione precipita, c’è da scommettere che i sudditi della Regina saranno i primi a chiedere lo scioglimento d’ogni vincolo con Bruxelles.

Ognuno per se e dio per tutti

Il nazionalismo sta riguadagnando terreno in molti paesi europei, sostenuto dal successo elettorale dei cosiddetti nuovi populismi, dall’Olanda all’Austria e Finlandia passando per la Francia. Ed è evidente che il riaccedersi di antiche tentazioni sovraniste non giova alla tenuta della solidarietà europea. Al contempo, sulla piazza è possibile reperire altre strutture, che se fino ad oggi sono rimaste pressoché dormienti, potrebbero essere rilanciate nel solco della crisi: una di queste è il cosiddetto triangolo di Weimar, che vede insieme Francia, Germania e Polonia. Mentre, ad esempio, la Russia non ha mai rinunciato a riacquisire influenza sulle frontiere occidentali dell’ex impero sovietico.

Insomma le piccole patrie, o meglio le piccole Europe, sono più che mai attive.

iMille.org – Direttore Raoul Minetti

 

 iMille.org – Direttore Raoul Minetti

1 Commento

  1. Gi.

    E’ chiaro che la disintegrazione dell’Europa sarebbe una catastrofe mondiale, ma un poco di autocritica su quel che l’europa ha fatto negli ultimi 15 anni sarebbe utile, a cominciare dalle modalità e tempi dell’Unione Monetaria e dell’assetto istituzionale.

    Adesso i cittadini dei paesi periferici stanno pagando un prezzo altissimo (in termini di serie difficoltá ad arrivare a fine mese, o di vera e propria miseria), per le micidiali cazzate fatte dai loro dirigenti nazionali ed europei. Non so se a Bruxelles si rendono conto di quanto fragile sia il castello, e di chi sta pagando per tenerlo su.

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