di Michele Mezza.
Se davvero democrazia è quando ogni cuoca può essere in condizione di amministrare lo stato, come diceva Lenin, uno che la democrazia la proclamava ma non la praticava, allora dobbiamo dare una forma civile a questa scomposta e non genuina orda populista contro i costi della politica.
La dico in soldoni, tanto per stare nel tema: penso che la campagna per limitare remunerazione, e soprattutto vitalizi, dei parlamentari, sia la degna figlia di un processo che sta rendendo la democrazia rappresentativa un costo insopportabile. Proviamo a discutere civilmente. Escludendo i rispettivi estremi. Prescindiamo dalle forme ottomane di privilegio (Buvette , barbiere, e dintorni) da una parte, così come evitiamo il pietismo del deputato proletario. Il punto è: chi si trova ad imboccare un percorso istituzionale che per alcuni anni lo “deve” tenere fuori dai circuiti professionali deve o meno avere la piena garanzia di un presente ed un futuro non esposto a ricatti economici?
Questa garanzia dovrebbe valere per tutte le cuoche, anche quando cucinano e basta. Ma a maggior ragione deve valere per chi decide dei destini comuni.
Con lo stesso criterio di non ricattabilità si sono giustificati in passato i trattamenti economici-previdenziali di categorie sensibili, come i magistrati e i giornalisti. E’ interesse comune che la soglia di corruzione sia almeno alta, per non esporre ogni componente di queste categorie ad una continua tentazione? Il che, come abbiamo visto, non assicura l’azzeramento della minaccia di corruzione, ma almeno ne limita la quantità, e permette una condanna sociale, quando non giuridica, senz’appello. Con lo stesso criterio, qualche anno fa si criticava, giustamente, che sindaci di città come Napoli o Milano guadagnassero meno di un funzionario di medio livello statale.
Nei giorni scorsi ha fatto scalpore la dichiarazione del presidente del consiglio Monti che ha rinunciato allo stipendio da premier. Io credo che sia stato un errore: lo stipendio per guidare il governo è l’unico che Monti deve avere pienamente, anzi magari rinforzato. Mentre deve trasparentemente rinunciare ad ogni altra entrata, per garantire la massima trasparenza della sua azione. Con lo stesso criterio dobbiamo rivendicare che i parlamentari si limitino, per legge e senza procedure anodine che assicurano perpetue scappatoie, al solo stipendio pubblico, mentre ogni altra attività deve diventare “incompatibile”. Ovviamente per pretendere questo, e sperare di avere i migliori alla guida della cosa pubblica, dobbiamo assicurare un trattamento che per il presente e il futuro non sia penalizzante, anzi sia premiante e induca a prolungare l’impegno per la collettività.
Il riferimento alle situazione di altri paesi è ovviamente indicativo. Ma fa capire anche come la politica in certi paesi sia da intendersi come attività riservata a “certe” categorie. In concreto provate ad immaginare come voi, qualsiasi attività state facendo, rispondereste ad una richiesta di impegno per cinque anni in un’istituzione senza coperture previdenziali. Mi rassicurerebbe molto se in questo clima, con un trasferimento di ricchezze in corso dalla sfera pubblica a quella privata, e azioni di conquista da parte di lobby internazionali di poteri e risorse senza limiti, si potesse sancire un nuovo patto fra governanti e governati, non sulla base di una penosa indignazione anti-parlamentare, ma con l’obbiettivo di avere una spietata produttività e trasparenza nell’azione delle istituzioni politiche, a cui dedicare le migliori energie nazionali.
Un patto basato su riconoscimento del valore pubblico dell’indipendenza economica e normativa dei parlamentari, in cambio di una feroce repressione di ogni devianza. Al di sotto di questo patto vedo solo una regressione notabilare al vecchio circolo Pickwik, dove farmacisti, notai e avvocati del paese si alternavano al governo del comune. Senza nemmeno l’ilare sagacia di Charles Dickens.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti








Non si dimentichi che siamo in un paese dove, un fantomatico ‘Senatore’, si diverte a pubblicare in rete le recensioni dei suoi incontri ‘amorevoli’, alternandoli a commenti politici sulla attivita’ parlamentare o sui consigli ‘per gli acquisti’ ricevuti da altri colleghi. Tutti favorevoli alla abolizione della legge Merlin. I soldi sono un falso problema, la vergogna sono i partiti che selezionano figure senza etica, incapaci (tranne che a dire sempre si al capobastone) e profondamente ignoranti. Lo specchio dell’Italia migliore!
Concordo con lo spirito di questo articolo; detto ciò, vedo con favore un ravvicinamento di _tutta_ la struttura organizzativa e remunerativa della Pubblica Amministrazione a quella media Europea (il che, nel complesso, non implica per forza dei risparmi).
Che i parlamentari debbano essere resistenti ai tentativi di corruzione è un fatto icontrovertibile.La maniera con cui arrivarci credo passi per due strade la prima è quella delle garanzie di tipo economico, la seconda e più importante è quella della selezione delle persone capaci e moralmente ed eticamente sufficienti. Questo non toglie nulla alla questione moralizzatrice della classe politica: non è possibile continuare ad accettare che i politici si autogestiscano dal punto di vista remunerativo e qualitativo dei privilegi. Il politico, in una democrazia rappresentativa, dovrebbe solo ricoprire un ruolo come tanti altri nella società. L’aver costituito una vera e propria casta staccata dal resto della società, è come aver cambiato il nome ai vecchi duchi e baroni del tanto bistrattato feudalesimo. Bene le garanzie economiche, che siano però all’interno dei sistemi e delle regole a cui sono sottoposti tutti gli altri cittadini. Trovare la soluzione facendo paragoni con gli altri può solo generare incomprensioni di tipo punitivo che non risolverebbero il problema.
Antonio Corbo