Immaginando un’Europa senza Euro

di Giovanni Faleg.

Alle sette, come tutti i mercoledì sera, Diego Valiante, ricercatore ed esperto di capital markets presso il CEPS di Bruxelles, esce dall’ufficio per andare all’allenamento. Questa volta, a differenza degli altri mercoledì, ci sono anch’io. Era tanto che non tiravo due calci al pallone. Il campo dista almeno quaranta minuti, il tempo di un’intervista. Saliamo sul tram armati di molta pazienza. In tasca ho un taccuino, nel quale ho riportato l’appello del Direttore de iMille: “Invito la redazione a scrivere un articolo apocalittico sul futuro dell’Europa senza Euro”. Vai, si parte. Colgo Diego di sorpresa con una domanda secca, senza dargli il tempo di mandarmi a quel paese dopo una lunga giornata di lavoro.

Diego, domattina ci svegliamo e non c’è più l’Euro. Che succede?

Giova’, l’Euro non si abbandona dall’oggi al domani…

Lo so. Ma se venisse presa la decisione di farla finita con la moneta unica? C’è chi dice che l’Euro non è più essenziale, anzi può essere controproducente.  

Effettivamente, c’è un problema di “capacità previsionale”. E’ difficile stabilire con esattezza i costi della fine dell’Eurozona. L’Euro, ovvero un’unione monetaria basata su istituzioni deputate al controllo della moneta unica, è un esempio unico al mondo, senza precedenti storici. Senza un modello di riferimento è pertanto estremamente difficile costruire scenari e capire dove si andrebbe senza l’Euro. Questo riguarda anche i singoli paesi membri. Il destino della Grecia, per esempio, potrebbe essere molto simile a quello dell’Argentina. Ma la membership dell’Eurozona rende il quadro molto diverso, e certamente più complesso.

Ho capito. Pero’ proviamo a fare fantapolitica, o fantaeconomia. Come sarebbe il futuro dell’Europa senza Euro?

Partiamo dalle conseguenze pratiche e legali, di breve periodo. Il processo di uscita dall’unione monetaria comporterebbe la ridenominazione di tutti i contratti in essere in valuta nazionale, con costi enormi e, presumibilmente, un regime di dual currency in vigore per sei mesi o un anno. Dal punto di vista economico e finanziario, senza il sostegno dell’Europa, il default per paesi come l’Italia sarebbe inevitabile, con annessi tutti i problemi di accesso al mercato, fuga dei capitali e collasso del sistema bancario. A fronte di questa situazione, la conseguenza piu importante dell’abbandono dell’Euro sarebbe l’immediata svalutazione della nuova moneta nazionale per creare liquidità volta a coprire il rischio di insolvenza e per coprire la spesa pubblica corrente. Nel frattempo, la stretta creditizia, per la paura che imprese e famiglie siano insolventi, spingerebbe il paese in una spirale deflazionistica. Immettendo poi moneta nel sistema, stati come Italia e Spagna potrebbero tornare a generare cash flow, cosa che ora non sono in grado di fare tramite la crescita. Ciò tuttavia porterebbe a una svalutazione del cambio e a pressioni inflazionistiche, con una forte svalutazione di risparmi e investimenti del sistema economico e delle famiglie. I tassi d’interesse andrebbero alle stelle e la seconda stretta creditizia avrebbe conseguenze molto negative, spingendo ulteriormente il paese nella crisi economica e nell’impoverimento generale.

Non essendo un esperto, padroneggio male questi meccanismi. Ma mi sembra di capire che l’impatto sarebbe tremendo…peggio di ora?    

Beh, il beneficio principale dell’Euro è la stabilità finanziaria. Nel caso di uscita, la stabilità è la prima cosa che si perderebbe – a causa appunto dei meccanismi di deflazione ed inflazione. Con il tempo, poi, l’instabilità finanziaria si trasformerebbe in instabilità economica. Certo, con la nuova moneta si potrebbe esportare di più. Ma il sistema economico negli ultimi dieci anni ha costruito degli assets che senza l’Euro perderebbero valore e l’inflazione eroderebbe il valore reale degli investimenti, senza riuscire ad attrarre capitali esteri. A lungo termine, le perdite sarebbero molto significative. L’Argentina può servire da esempio. Il ritorno ai cambi variabili dopo il default è risultato in un successivo periodo di crescita che tuttora è in atto, ma il sistema economico è rimasto molto povero in assenza di investimenti nel lungo termine (quali capitali esteri e capitale umano). Inoltre, a oltre dieci anni dal default (su debito che valeva “solo” il 40% del PIL), l’Argentina non ha ancora accesso al mercato per rifinanziarsi e finanziare investimenti a lungo termine. In Europa, la mancanza di stabilità finanziaria causata dall’assenza dell’Euro impedirebbe a molti capitali di entrare e ridurrebbe sensibilmente la circolazione dei beni e servizi.

Ci sarebbero anche conseguenze politiche…

Sarebbe una situazione perfetta per l’emergenza di partiti estremisti. Si pensi a quanto accaduto in Germania dopo la Prima Guerra Mondiale. Tassi di cambio ed inflazione possono creare un mix esplosivo…

Anche in Italia?

Il principio è lo stesso che si applica agli altri paesi europei. Ma va detto che la crisi in Italia presenta delle particolarità di cui generalmente i media non tengono conto. L’Italia vive una crisi di liquidità che non significa necessariamente insolvenza. Nel nostro sistema economico sono infatti presenti assets abbastanza solidi per ripagare, almeno per un po’ di tempo, il debito. Tuttavia, è vero che la congiuntura attuale fa in modo che problemi di liquidità diventino facilmente, e velocemente, problemi di insolvenza.

Collasso dell’Euro, collasso del processo di integrazione europea. E’ possible un passo indietro di cinquant’anni ed un ritorno all’Europa degli stati nazione?

Non ci credo. Non è nell’interesse di nessuno stato membro. Nemmeno della Grecia, che pur non sta ricevendo grande sostegno dall’unione monetaria. Ma se non si procede ad investimenti da parte dell’Eurozona,  la Grecia sarà obbligata ad uscire dall’Euro, con conseguenze disastrose che nessuno vuole o è in grado di fronteggiare. In realtà, il contagio tra stati membri è già iniziato. Ci vuole una risposta europea, ma sono anche necessari sforzi nazionali. Il principio vale per tutti: se non si è in grado di generare cash flow (come fa la Germania), occorre ridurre la spesa pubblica, salari e pensioni, per fare in modo che il sistema diventi più sostenibile.

Pareggio di bilancio = tagli alla spesa pubblica. Chiaro. Ma in queste condizioni si può generare crescita? In altre parole, quanto sono compatibili gli obiettivi di pareggio del bilancio e crescita, visto che il primo implica la presenza di meno risorse all’interno del sistema economico?

I tagli rendono la crescita più difficile da raggiungere, ma non è necessariamente un trade off. Se ci sono parecchie inefficienze nel modo in cui la spesa pubblica è allocata, si può ridurre quest’ultima mantenendo inalterato il livello degli investimenti. Chiaramente, il pareggio di bilancio deve contemplare investimenti strutturali. Ricerca ed infrastrutture, in particolare, sono settori chiave per far crescere qualitativamente il sistema ed evitare la spirale negativa per cui tagliando non si riesce a generare crescita.

Questo spiega bene gli sforzi da parte degli stati. Ma poi ci vuole la soluzione europea, l’integrazione deve fare un passo avanti…l’unione fiscale è possibile?

Si. Un deciso passo avanti verso l’unione fiscale è possibile e auspicabile. Ma dubito che questo voglia dire un’unione al 100% delle risorse fiscali. Molto più probabile, a mio avviso, una soluzione simile a quella americana: un budget federale del 20% del PIL europeo attraverso cui colmare gli sbilanciamenti fra i sistemi economici nazionali. Il meccanismo federale potrebbe fondarsi sull’istituzione di nuove tasse (in cambio della rimozione di altre), oppure sul trasferimento di alcune tasse raccolte a livello nazionale (un esempio, potrebbe essere l’IVA). Ci sono mille modi per andare verso una maggiore integrazione fiscale. Il problema, casomai, sorgerà sul criterio di ripartizione a livello nazionale del budget europeo. Occorre creare dei criteri che siano flessibili, basati ad esempio su qualità e grandezza del sistema economico e sul reddito pro capite. Poi ci deve essere un’armonizzazione delle policies, in particolare quelle del lavoro e regolamentari. Stiamo parlando di un processo di lungo termine che avrà bisogno di molti anni prima che si possa attuare.

Con implicazioni molto importanti però. Come si dice, “no taxation without representation”…

Esatto. Alla base del supporto del processo di integrazione fiscale deve esserci una riforma istituzionale, in particolare un rafforzamento del Parlamento europeo e della  Commissione, un maggiore controllo del primo sulla seconda ed un maggiore coinvolgimento democratico nelle decisioni dell’Eurozona.

Non sarà troppa carne al fuoco?

Mi sembra più che altro un percorso obbligato, oltre che uno sbocco naturale del processo di europeizzazione. L’integrazione europea è partita timidamente negli anni ’50 per calmare quelle spinte conflittuali che avevano portato alla guerra. Si è trattato di un processo politico seguito da una forte spinta integrativa finanziaria culminata con l’Euro. Un processo che ora va portato a compimento con una maggiore integrazione economica (leggi politiche fiscali, per ridurre il gap di competitività fra gli stati) e istituzionale. Servono istituzioni più forti che assicurino un migliore coordinamento a livello europeo e raccolgano parte della sovranità statale. I leader europei devono capire che questo è un processo dal quale la politica non può prescindere, se non si vuol tornare ai sistemi nazionali “chiusi”.

Anche se non mi sembra che i leader abbiano afferrato il concetto…

No. Anzi sono proprio le classi politiche a remare contro l’integrazione, visto che questo si tradurrebbe in una perdita di potere. I cittadini sono a favore di un’Europa più integrata ed unita. La crisi ha avuto un impatto, certo, come nel caso degli indignados. Ma l’Eurozona non ha nulla a che fare con la crisi, anzi ha permesso agli stati membri di attraversare la crisi in un contesto di relativa stabilità finanziaria. La crisi non ha inciso sul pensiero delle nuove generazioni, che restano a favore di una maggiore integrazione europea. La classe politica ha una grande responsabilità, quella di prendere decisioni lungimiranti, che facciano il bene della propria gente al di là delle sensazioni del momento. Se questo non dovesse accadere, i cittadini di domani troverebbero un sistema chiuso e ostile alle loro aspettative, il che si tradurrebbere in malessere sociale e, di conseguenza, politico.

Cinquant’anni fa….

Giova’, siamo arrivati…

 

Rimetto in tasca il taccuino pieno di appunti. Al campo ci accoglie Neil, il coach inglese di Liverpool che all’alba dei sessant’anni non sembra dare segni di cedimento fisico. Sono una trentina i presenti all’allenamento. Difficile trovare più di tre persone della stessa nazionalità, e quelli con un solo passaporto si contano sulle dita di una mano. Questa è Bruxelles. E’ Parigi. E’ Berlino. E’ una società europea costruita attorno ad una prospettiva di benessere e integrazione. Scrive giustamente l’Economist: “the threat of a disaster does not always stop it from happening[1]. In assenza di leadership politica, forse tocca ai cittadini europei fare la differenza. Come? Tirando fuori la testa di struzzo da sottoterra, per evitare un’inattesa e spiacevole piega degli eventi.

iMille.org – Raoul Minetti


iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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