di Lorenzo Gasparrini.
Nella mailing list de iMille si chiacchierava, giorni fa, del “gusto conservatore” degli italiani. Ma esiste davvero? E cos’è, come lo si può caratterizzare?
Leggo sulla Treccani che «i conservatori avversano i progetti utopistici di società perfette e i mutamenti troppo radicali, credono nella libertà individuale e nel mercato, sono severi in tema di ordine e legalità e nutrono un particolare rispetto per la tradizione, la famiglia e la religione». Una definizione come un’altra, abbastanza generica e tutto sommato poco impegnativa. Mettiamo le mani in questo luogo comune e vediamo cosa ne esce, per capire se gli italiani sono veramente così e in che modo.
Il primo passo è stata l’esplorazione del mondo delle statistiche e dei sondaggi. Ammetto che per uno che viene da studi umanistici non è stata proprio la cosa più divertente del mondo. I più accessibili sono i dati raccolti dall’Istat, nella sezione Archivio del sito, divisi a seconda degli argomenti, e dalla SWG usando il motore di ricerca del sito e il Walden. Dove possibile, ho specificato un link di riferimento; ho scelto di non usare nessuna fonte più vecchia di dieci anni, tanto per darmi un limite di attualità dei dati.
Libertà individuale
E’ un valore importante ma declinato in maniera molto particolare dagli italiani. C’è una diffusa richiesta di maggiori libertà – anche se non sempre perfettamente definite – unita ad un generico scetticismo verso l’imprenditoria privata (Walden). Quindi c’è una netta differenza, che polarizza le opinioni, tra l’intendere la libertà in senso “civico” e in senso “imprenditoriale” – con aggiunta la diffidenza reciproca tra i sostenitori delle due concezioni. Questa differenza si riscontra anche nelle opinioni sul libero mercato, complicata da una diffusa antipatia verso i “potentati” economici – banche, multinazionali – che invece non esiste verso il mondo delle cooperative (Walden). Si potrebbe riassumere la situazione come uno stallo, dato che comunemente – a prescindere dall’appartenenza politica – la libertà individuale è sentita come frenata dalle misure di uguaglianza sociale, senza riuscire a decidere a cosa rinunciare.
Ordine e legalità
Non c’è dubbio che in questo senso gli italiani sono profondamente divisi sia nelle opinioni che nel modo di vedersi come paese. Il bisogno di legalità è molto sentito e diffuso ma è unito alla sfiducia nelle istituzioni politiche che dovrebbero garantirli. Nell’immagine che hanno di sé, gli italiani si vedono divisi tra loro proprio tra chi rispetta le leggi e chi no, collocandosi diversamente – tra rispettosi e non – per aree geografiche, politiche e per classe di età.
Tradizione, famiglia, religione
Anche qui ho potuto constatare un’interessante divisione e polarizzazione tra opinioni comuni e pratiche diffuse. Tutti gli italiani si riconoscono senza problemi nella loro tradizione: il problema è che essa è profondamente diversa per tutti, perché per l’italiano medio la tradizione è quella culturale, enogastronomica e storica del luogo nel quale è nato e/o vissuto per più tempo: la città natale, il territorio circostante. Raramente alla tradizione è associato un ambiente geografico più esteso e quasi mai un “ente”, diciamo così, immateriale. Gli italiani non si riconoscono cioè in tradizioni civiche o politiche. Infatti sono fortemente divisi su due temi importanti e fondativi della storia unitaria: la Costituzione – modificarla o no? – e il fascismo (Walden).
Lo stesso tipo di divisione riguarda la famiglia: è un valore importante e fondativo per la maggioranza, ma non appena si prova a declinare questa parola per definizioni diverse da “coppia eterosessuale sposata legalmente” la polarizzazione è immediata tra chi ammette una definizione di famiglia diversa da questa e chi no.
La religione – intesa italianamente come chiesa cattolica – sembra essere l’unico dei capisaldi conservatori in piena crisi. Tra i giovani la sfiducia nei confronti della chiesa è alta, e la religione vuole essere sempre più intesa come una questione privata da tenere lontana da figure “istituzionali”. E’ interessante notare che sul tema della divisione tra scienza e fede gli italiani siano nettamente schierati per una non ingerenza della chiesa col lavoro degli scienziati; però contro questo segno di una possibile apertura non conservatrice va detto che lo scetticismo e la diffidenza verso le altre religioni sono ancora alte, soprattutto verso l’Islam (Walden).
A questi dati raccolti intorno a una definizione mediamente accettabile, aggiungo altre informazioni interessanti al già di per sé complicato quadro del “conservatorismo all’italiana” che si va tratteggiando. In paese in cui i giovani sono quantitativamente sempre meno e hanno sempre meno la fiducia delle restanti fasce di età, essi dipingono così il loro governo ideale: “decisionista, riformatore, federalista, laico, ambientalista, liberalista, meritocratico e pacifista”. Nessuna delle attuali forze politiche presenti in Italia ha tutte queste caratteristiche.
In un confronto con gli inglesi relativo all’immagine della propria identità nazionale, gli italiani la trovano espressa da un passato condiviso e dalla produzione artistica e culturale anche locale, come la già citata enogastronomia. Questi però sono i fattori meno citati dagli inglesi, che invece privilegiano la lingua comune e i valori civici – i due meno sentiti dagli italiani. Quindi gli italiani si sentono definiti da ciò che gli altri vedono immediatamente come le loro peculiarità; gli inglesi invece da ciò che ne rende “comuni” il vivere nello stesso paese.
Aggiungiamo a tutto questo anche l’allarme lanciato recentemente da Tullio De Mauro: solo un italiano su tre è in grado di usare la propria lingua per comprendere un testo di media difficoltà – è il caso di mettere tra questi, per fare due esempi piuttosto attuali, un programma elettorale o di governo e un articolo di giornale su temi economici. Quindi – statistiche e sondaggi rilevano anche questo – gli italiani si informano principalmente attraverso mezzi più divulgativi, più banalizzanti, più generalisti.
Diciamocelo, c’è poco da stare allegri. Gli italiani appaiono senz’altro conservatori, ma in una maniera del tutto particolare, e se vogliamo questa maniera è il loro gusto conservatore. Quei valori tradizionali, anche se saldi, sono fortemente localizzati e quindi non condivisibili a livello nazionale o comunque indistintamente per tutti gli italiani. C’è passione politica e desiderio di riforme decise e radicali, ma non è chiaro né chi le dovrebbe fare, data la diffidenza verso partiti e sindacati, né come farle praticamente, data la difficoltà a comprendere e a informarsi approfonditamente. La propria appartenenza territoriale e nazionale è saldamente ancorata a caratteristiche esterne a quella coscienza che, nel rapporto tra privato e pubblico, appare insicura e sfiduciata.
Se esiste qualcosa come un “gusto conservatore” gli italiani indubbiamente lo hanno e se ne fanno anche vanto, malgrado le evidenti contraddizioni. Il problema – messo bene in evidenza dall’attuale situazione di crisi politica ed economica – è che anche là dove mostra evidenti “difetti”, essi non sembrano intenzionati a lasciarselo alle spalle per provare qualcosa di socialmente e politicamente diverso, e neanche appaiono dotati dei mezzi necessari per, eventualmente, fare quel cambiamento.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti
iMille.org – Direttore Raoul Minetti





