Giustizia irresponsabile: chi giudica non può essere giudicato

di Diego Sabatinelli.

Foto: olghita67

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Molto si può rimproverare a Berlusconi nei due decenni passati dalla famosa discesa in campo, ma l’omissione che più di ogni altra configura un vero e proprio attentato ai diritti civili ed umani degli italiani è l’aver trasformato il confronto tra potere politico e potere giudiziario in una guerra personale per evitare ogni possibile riforma della giustizia. Col degenerare dello scontro tra pro e contro Berlusconi, è stata commessa la più grande delle ingiustizie, ed ora il danno incalcolabile è sotto gli occhi di tutti. Veniamo ai fatti.

Il 24 novembre 2011 la Corte di Giustizia Europea, Terza Sezione, nella causa C-379/10 afferma:

“La Repubblica italiana, escludendo qualsiasi responsabilità dello Stato italiano per i danni arrecati ai singoli a seguito di una violazione del diritto dell’Unione imputabile a un organo giurisdizionale nazionale di ultimo grado, qualora tale violazione risulti da interpretazione di norme di diritto o da valutazione di fatti e prove effettuate dall’organo giurisdizionale medesimo, e limitando tale responsabilità ai soli casi di dolo o colpa grave, ai sensi dell’art. 2, commi 1 e 2, della legge 13 aprile 1988, n. 117, sul risarcimento dei danni cagionati nell’esercizio delle funzioni giudiziarie e sulla responsabilità civile dei magistrati, è venuta meno agli obblighi ad essa incombenti in forza del principio generale di responsabilità degli Stati membri per violazione del diritto dell’Unione da parte di uno dei propri organi giurisdizionali di ultimo grado. La Repubblica italiana è condannata alle spese”.

La Commissione europea, ricorrente contro la Repubblica Italiana, aveva dedotto che le disposizioni della legge italiana n. 117/88 sono incompatibili con la giurisprudenza della Corte relativa alla responsabilità degli Stati membri per violazione del diritto dell’Unione da parte di un proprio organo giurisdizionale di ultimo grado. A sostegno del ricorso la Commissione ha dedotto, sostanzialmente, due addebiti. Da un lato, contesta alla Repubblica italiana di avere escluso, ai sensi dell’art. 2, secondo comma, della legge n. 117/88, qualsiasi responsabilità dello Stato italiano per i danni causati a singoli dalla violazione del diritto dell’Unione da parte di un proprio organo giurisdizionale di ultimo grado, qualora tale violazione derivi da un’interpretazione di norme di diritto o dalla valutazione di fatti e prove effettuate dall’organo giurisdizionale medesimo. Dall’altro, la Commissione ha contestato alla Repubblica italiana di aver limitato, in casi diversi dall’interpretazione di norme di diritto o dalla valutazione di fatti e prove, la possibilità di invocare tale responsabilità ai soli casi di dolo o colpa grave. La Commissione deduce che la giurisprudenza della suprema Corte di Cassazione, fermo restando che essa non riguarda disposizioni connesse all’interpretazione del diritto dell’Unione, ha interpretato la nozione di «colpa grave» in termini estremamente restrittivi, il che, in contrasto con i principi elaborati dalla giurisprudenza della Corte, determina una limitazione della responsabilità dello Stato italiano, anche in casi diversi dall’interpretazione di norme di diritto o dalla valutazione di fatti e prove. Ma come si è arrivati a sentenze di questo tipo in cui il nostro Paese viene regolarmente bacchettato o per i tempi lunghi della nostra giustizia o per la sostanziale irresponsabilità dei nostri magistrati?

Veniamo alla storia degli ultimi decenni. Tutti ricorderanno il caso Tortora, sintomatico della malagiustizia italiana. Vale la pena farne solo un breve riassunto. La carriera del noto conduttore televisivo Enzo Tortora viene bruscamente interrotta il 17 giugno 1983, quando viene arrestato con l’accusa di associazione per delinquere di stampo camorristico dalla Procura di Napoli. Le accuse si basano sulle dichiarazioni dei pregiudicati Giovanni Pandico, Giovanni Melluso e Pasquale Barra. L’accusa si fonda unicamente su di un’agendina trovata nell’abitazione di un camorrista, Giuseppe Puca, con su scritto a penna un nome che appare essere, all’inizio, quello di Tortora, con a fianco un numero di telefono; nome che, a una perizia calligrafica, risulterà non essere il suo, bensì quello di tale Tortona. Nemmeno il recapito telefonico risulterà appartenere al presentatore. Si stabilirà, per giunta, che l’unico contatto avuto da Tortora con Giovanni Pandico fu a causa di alcuni centrini provenienti dal carcere in cui era detenuto, e che erano stati indirizzati al presentatore perché venissero venduti all’asta del programma Portobello. Il presentatore sconta sette mesi di carcere, ottenendo solo tre colloqui con i magistrati inquirenti Lucio Di Pietro e Felice Di Persia, e continua la sua detenzione agli arresti domiciliari per motivi di salute. Nel giugno del 1984 Enzo Tortora viene eletto deputato al Parlamento europeo nelle liste del Partito Radicale, che ne sosterrà le battaglie giudiziarie.

Il 17 settembre 1985 Tortora viene condannato a dieci anni di carcere, principalmente per le accuse di altri pentiti che seguiranno a quelle iniziali; queste dichiarazioni arrivarono in maniera un po’ sospetta, dirà successivamente il giudice di appello, come se i pentiti si fossero messi d’accordo, avendo avuto la possibilità d’incontrarsi prima delle deposizioni.

Il 31 dicembre 1985 Enzo Tortora si dimette da europarlamentare e, rinunciando all’immunità parlamentare, resta agli arresti domiciliari. Il 15 settembre 1986 viene assolto con formula piena dalla Corte d’Appello di Napoli e i giudici smontano le accuse rivolte dai camorristi, per i quali inizia un processo per calunnia: secondo i giudici, infatti, gli accusatori del presentatore hanno dichiarato il falso allo scopo di ottenere una riduzione della loro pena. Tortora sarà assolto definitivamente dalla Corte di Cassazione il 17 giugno 1987, a quattro anni esatti dal suo arresto; nessuna azione penale o indagine di approfondimento verrà mai avviata, né alcun procedimento disciplinare sarà mai promosso davanti al Consiglio Superiore della Magistratura a carico dei pubblici ministeri napoletani, che proseguiranno le proprie carriere, senza ricevere censure per il loro operato.

A seguito del caso Tortora viene promosso il referendum sulla responsabilità civile dei magistrati: i votanti furono il 65% degli aventi diritto e l’80% si espresse per l’estensione della responsabilità civile anche ai giudici. Nel 1988 vi fu lo scippo della volontà popolare in Parlamento con l’approvazione della “legge Vassalli”, la n. 117/’88, voluta sia da destra che da sinistra, e che di fatto rese intoccabile la magistratura. Successivamente, sia nel 1995 che nel 1999 la Consulta non permise che analoghe richieste referendarie radicali fossero nuovamente votate e approvate. Ricorda Marco Pannella:

“sei anni di lotta, giorno e notte, con scioperi della fame e della sete, autodenunce, insieme al nostro Leonardo Sciascia, contro l’impresa partitocratica di una banda onnipotente di magistrati, giornalisti, politici che massacravano Enzo Tortora, benché assolutamente innocente. Con questo infame “affare” coprirono ben altri scandali”.

I referendum radicali sulla Giustizia promossi negli anni sono stati: responsabilità civile dei magistrati; contro l’automatismo della progressione delle carriere; contro gli incarichi extra-giudiziari; per la modifica del sistema elettorale del CSM; per la separazione delle carriere in requirente e giudicante; limiti per la carcerazione preventiva; eliminazione dei termini ordinatori.

Quali danni ha prodotto l’entrata in vigore della c.d. Legge Vassalli? Quello che più salta agli occhi è il numero dei detenuti in attesa di primo giudizio: al 5 dicembre 2011 erano 15.549, ossia il 22,9% del totale dei detenuti. Per quanti c’è reale necessità della custodia cautelare in carcere? Quanti casi Tortora si sono susseguiti dal 1988 ad oggi? Gli stessi americani hanno avuto un assaggio del modo di fare della giustizia in Italia attraverso il caso della ormai famosissima Amanda Knox, e, indipendentemente dalla personalità della studentessa, abbiamo assistito a come viene amministrata la nostra giustizia dalle prime indagini di Polizia Giudiziaria all’impianto accusatorio dei pubblici ministeri, fino alla sentenza.

Veniamo però a questioni meno clamorose ma altrettanto dolorose. Parliamo di giustizia familiare, dove provvedimenti presi alla leggera da giudici ordinari o dal tribunale per i minorenni hanno distrutto la vita delle persone e di intere famiglie colpendo gli affetti più cari: anni di galera possono piegare una persona fino alla morte; affetti e sentimenti colpevolmente distrutti spezzano una persona per sempre, fino alla morte! Oggi l’amnistia può e deve essere lo strumento per riformare la giustizia italiana: attraverso l’amnistia si verrebbe a ridurre in modo decisivo il carico di lavoro che grava sul nostro sistema, consentendo a noi tutti un dibattito reale e sincero sul disastro in cui versa la nostra giustizia, senza l’ombra e l’alibi dei fatti personali e personalissimi dell’ex premier. Intanto terminerebbe lo scandalo costituito dalla prescrizione ottenuta da chi ha i soldi per “comprarsela”.iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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