di Marco Campione.
Apparentemente la vicenda Boeri-Pisapia che ha fatto temere il peggio per alcune ore è finita con un nulla di fatto, o quasi: il Sindaco ha restituito quasi tutte le deleghe al suo assessore (fatta salva quella su Expo: ma il casus belli non è stato – ufficialmente – un Museo?), permettendo così al recordman di preferenze (secondo solo a Berlusconi) di rimanere a far parte della sua giunta. Possono pensarla così quelli che di fronte al divorzio della scorsa settimana hanno derubricato il tutto ad un problema caratteriale, alla rottura di un rapporto di fiducia tra due prime donne.
Fosse stato solo questo alla base del conflitto, avrebbero avuto senso tutti quegli appelli all’unità, al volersi bene, al non litigare di cui la rete si è subito riempita. E bene avrebbe fatto il Sindaco a tenere duro perché se un rapporto di fiducia si rompe non può bastare tutta la cenere di cui Stefano Boeri si è cosparso il capo in una intervista a Repubblica. E se si rompe il rapporto di fiducia tra un sindaco e un suo assessore, va da sé che a prevalere debba essere la volontà del sindaco. Apprezzo l’elezione diretta anche per questo: non ci sono dubbi su a chi spetti l’ultima parola.
Ma siamo sicuri che ci sia solo questo? Certamente due cavalli di razza come Boeri e Pisapia qualche problema di convivenza lo devono anche al loro carattere, ma a mio avviso sbaglieremmo a leggere così la crisi che si è consumata. Ci sono almeno altre due ragioni connesse tra loro:
- opinioni differenti sia nel merito che nel metodo delle scelte di governo;
- un rapporto tra la giunta e il principale partito della coalizione che fatica a trovare un suo equilibrio.
Sul primo punto, per quel che concerne il merito, molto si è letto e non ci tornerò: su Expo, sul Museo di Libeskind a CityLife e sulle vendite di quote SEA e Serravalle (per limitarci ai temi più caldi) i due sono stati portatori di visioni spesso opposte. E Boeri non ne ha fatto mistero, non risparmiando critiche anche pesanti al Sindaco o all’assessore al bilancio.
Ed è qui che si inserisce la differenza di visione sul metodo, nascosta dietro al tema della “collegialità”. Boeri da un lato vuole interpretare pienamente la sua idea di politica, quella che non è riuscito a far prevalere durante le primarie: una politica fatta di condivisione continua con il proprio elettorato (e i cittadini tutti, potenzialmente), una politica trasparente; al limite una visione – se portata alle estreme conseguenze – anche ingenua. Dall’altro non ha ancora smaltito del tutto non la sconfitta alle primarie come spesso lo si accusa, ma il fatto che sia arrivata per lo più a causa di un pregiudizio infondato contro di lui: lui che voleva meno cemento per Expo è stato accusato di essere l’amico degli immobiliaristi, lui che non ha voluto rapporti con la grande finanza è stato accusato di conflitti di interessi vari ecc.
La voglia di liberarsi di un’immagine che gli hanno appiccicato addosso e che non sente appartenergli lo ha portato forse ad esasperare le sue posizioni e proprio sui temi che più avevano a che fare con quei pregiudizi (Expo o Libeskind e SEA-Seravalle, appunto). Se Boeri qui ha una responsabilità è quella di aver dato l’impressione di non accettare né valorizzare le mediazioni raggiunte (perché anche grazie a lui le delibere sui temi controversi sono migliorate molto), ma continuato in sostanza a difendere pubblicamente le proprie posizioni di partenza. E questo non si fa. Non perché leda il principio della collegialità, ma perché ti rende più debole nel momento in cui dovrai trovare la mediazione successiva.
Come anticipato c’è poi un altro punto più politico, che stava sotto traccia e che la vicenda Boeri ha portato violentemente allo scoperto e riguarda il rapporto tra PD e giunta. Chi scrive non ha nostalgia del passato in cui i partiti dettavano l’agenda dei sindaci (come detto sopra, a me l’elezione diretta piace e una conseguenza è un certo “presidenzialismo” di fatto). Nessuna nostalgia del passato, quindi, ma noto una certa difficoltà a definire un proprio ruolo quando si passa forse inaspettatamente dall’opposizione al governo di una grande metropoli. Boeri è (non si sa se lo resterà, ma fino ad ora lo è) il capodelegazione del PD in giunta, ma la vicenda anche dal PD è stata gestita come se fosse un problema personale, rimuovendo le questioni più prettamente politiche, di merito. Io vedo due motivazioni complementari in questo comportamento, che trovo pericoloso se non suicida.
Da un lato il sospetto, in questa vicenda, è che per alcuni nel PD essa abbia rappresentato un modo per far pagare a Stefano un eccesso di protagonismo (un po’ lo si teme, un po’ lo si considera pericoloso per gli equilibri con la giunta, un po’ non si è mai digerito il fatto che abbia provato ad imporsi come leader politico e non solo amministrativo). Per questi, difendere le opzioni politiche di cui Boeri è stato portatore avrebbe significato consacrarlo come leader e quindi si è preferito rischiare di “perderlo” e comunque ridimensionarlo.
Per un altro verso, invece, ci si sente troppo deboli per comportarsi diversamente. La sensazione, guardando alla cosa con un certo distacco, è che alcuni dirigenti locali si percepiscano ancora come “figli di un dio minore”, che la vittoria di Pisapia per come è maturata per molti di loro abbia rappresentato una sconfitta e oggi rappresenti una sorta di peccato originale da scontare. Non credo sia così. Ma anche fosse, il PD è oggi un partito importante, rinfrancato da un successo elettorale importantissimo (20 consiglieri di maggioranza su 29 sono del PD!); deve quindi trovare la forza di reagire. E chi lo guida deve spronarlo a farlo, non assecondarne le debolezze.
L’errore di Boeri è stato probabilmente quello di non andare fino in fondo: sia nella vicenda interna, non insistendo per un congresso del PD di Milano, sia in quest’ultima, consentendo che tutto venisse derubricato a un problema di incompatibilità caratteriale e alla colpa di “lesa collegialità”.
C’è un filo comune che unisce le questioni che ho sottolineato: il modo in cui il PD ha gestito prima i rapporti di forza con il gruppo più vicino a Pisapia (il suo “cerchio magico”, come si dice in giro), poi il rapporto con il proprio capodelegazione. E non è un problema di rapporti con le altre forze politiche in Consiglio, quelli sono gestiti egregiamente dalla Capogruppo, ma proprio di peso nel governo della città, pur nel rispetto del ruolo del Sindaco.
C’è un altro punto che li accomuna: cinque anni così e il PD uscirà con le ossa rotte dall’esperienza amministrativa. E sarebbe veramente un peccato.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti
iMille.org – Direttore Raoul Minetti






Apprezzo l’approfondimento, con acuta interpretazione della posizione di Boeri. Nel campo più politico, rilevo che abbiamo posizioni radicalmente e coerentemente opposte: considero il presidenzialismo dei sindaci un cascame del peggior berlusconismo, che ha largamente infettato anche la sinistra. Boeri capodelegazione in giunta (e anche capolista): ricordo che queste decisioni non sono MAI state sottoposte alla Direzione del PD. Non ho così avuto la possibilità di votare contro, come avrei fatto. Congresso PD Milano chiesto da Boeri: anch’io ritengo sia stato un errore non accettare la proposta. Boeri ne sarebbe uscito con le ossa rotte, e avremmo avuto un po’ più di chiarezza su quale vogliamo che sia la nostra politica. Rapporto del PD milanese con Pisapia: sospetto che a dar via libera al Sindaco non sia stato il partito milanese, ma quello romano.
A me sembra che ad uscirne con le ossa rotte sia il metodo delle primarie, e la conseguente parossistica ossessione sugli individui a scapito delle idee e del progetto, che e’ una Idea di politica squisitamente berlusconiana, come anche l’intervento prima del mio ricordava.
Io sogno invece un Italia in cui chi si deve occupare di fogne e asili, ossia un sindaco, non debba proprio essere una rockstar, ma possa essere un anonimo, nosioso, competente, onesto, instancabile funzionario di partito che ha imparato ad amministrare bene partendo dalle circoscrizioni di quartiere. Un paese normale, insomma, anziche’ l’ eterno melodramma latino.