Ambiente. Il tramonto della lotta alle emissioni

di Massimiliano Lincetto.

Non c’erano grandi aspettative per la conferenza di Durban sul global warming. Come era facilmente prevedibile, dal punto di vista delle emissioni di gas serra, essa si è conclusa con un sostanziale nulla di fatto. A questo si aggiunge l’uscita dal protocollo di Kyoto del Canada, uno dei paesi più sviluppati al mondo. Delle motivazioni abbiamo già scritto su questo blog: limitare le emissioni costa troppo e lo sforzo dei paesi occidentali viene in parte vanificato dalle economie emergenti che fanno loro concorrenza nel mercato globale. Val la pena anche ricordare che il protocollo non è mai stato sottoscritto dai vicini di casa Stati Uniti.

La cosa curiosa, nel contesto, è che sia la Cina a rimproverare al Canada questa decisione. Se è evidente il tentativo da parte di Pechino di mostrarsi impegnata sul fronte ambientale, la Cina resta il primo Paese al mondo per emissioni di anidride carbonica. Assieme all’India, ha avuto un peso notevole nel determinare l’insoddisfacente esito del vertice. Venendo agli altri due importanti attori, l’Unione Europea si è mostrata propositiva, mentre gli Stati Uniti, pur collaborativi, hanno partecipato con scetticismo.

Insoddisfacente è in realtà un eufemismo. Il tempo utile per intervenire è agli sgoccioli, tanto che faremmo meglio a considerarlo praticamente esaurito, e il global warming è una vera e propria emergenza. Le conseguenze dell’aumento delle temperature sono molto più complesse e drammatiche di quello che siamo abitualmente portati a pensare. È emblematico in tal senso lesempio descritto da Giovanni Spataro su LeScienze. A fronte di questi fatti, non si può parlare di alcun progresso nelle trattative se non si raggiunge un nuovo accordo che sia a tutti gli effetti vincolante per la riduzione delle emissioni. Una conferenza come quella di Durban, partita con lo slogan salvare il domani oggi e conclusasi senza alcun risultato significativo, rappresenta una sola cosa: un fallimento. Perché sì, proprio di fallimento si dovrebbe parlare. E dovrebbero sconcertare le dichiarazioni del direttore dei negoziati, che invece parlano dell’apertura di un’importante nuova fase nella lotta alle emissioni.

In questi giorni hanno trovato spazio molte considerazioni sugli esiti della conferenza, ma l’idea è che siano per lo più superflue. Michael Levi su The Atlantic racconta molto bene quali siano stati i punti più controversi del processo di formulazione dell’accordo di Durban. E basta davvero poco per capire dove sta il problema. Basterebbe notare che Cina e India hanno categoricamente rifiutato ogni scadenza esplicita, laddove la proposta avanzata dai Paesi europei prevedeva che tutti gli stati si impegnassero a siglare entro il 2015 un trattato che ponesse misure vincolanti che sarebbero entrate in forze entro il 2020.

Ma val la pena spendere due parole sulla formulazione definitiva dell’accordo, che parla di avviare “un processo volto a sviluppare un protocollo”, o “un altro strumento legale”, oppure ad ottenere  “un documento che abbia valore legale ai sensi della Convenzione, applicabile a tutte le parti”. Quella terza opzione, il documento con valore legale, non era presente nel testo originario proposto dall’Europa ed è stata introdotta a seguito delle pressioni esercitate da India e Cina. Il dibattito degli ultimi giorni della conferenza si è consumato lì, sulla formulazione di quella terza opzione.

Ricapitoliamo. Si è tenuto un vertice internazionale di tutti i Paesi del mondo. Lo scopo del vertice  era quello di deliberare misure urgenti ed efficaci per contrastare il global warming. Misure efficaci significa niente di meno che accordi strettamente vincolanti alla riduzione delle emissioni. L’interminabile serie di dibattiti si conclude con la discussione su come debba essere formulata quella che è, al meglio, una vaporosa dichiarazione d’intenti. Insomma, ripetiamolo, un fallimento.

L’unica nota positiva è l’ammirevole opera svolta dai rappresentanti dell’Europa, che, a fronte di una crisi economica che sta coinvolgendo l’intero continente, si sono rivelati comunque propositivi, conducendo le trattative con India e Cina di fronte ad una poco decisa presa di posizione degli Stati Uniti. Purtroppo però è evidente come il potere contrattuale dell’Unione Europea non sia sufficiente a determinare scelte incisive su scala globale.

L’impressione complessiva, purtroppo, è che queste conferenze stiano diventando più una formalità che delle occasioni in cui si producono risultati concreti. Alla fine, sembra che nessuno creda più nell’importanza della lotta alle emissioni, che passa sistematicamente in secondo piano rispetto alle considerazioni di tipo economico. E questo potrebbe essere ricordato come uno dei più grandi errori di questo secolo.

 

 

 iMille.org – Direttore Raoul Minetti

5 Commenti

  1. Rinaldo

    L’esperienza vissuta in tutti questi anni (dalla costituzione 1997 del Protocollo di Kyoto ad oggi) ha dimostrato l’inutilità di questo strumento che ha invece generato un’enormità di costi e sperpero di risorse che sarebbero invece state molto meglio impiegate per affrontare i veri e concreti problemi dell’umanità, tra questi la fame nel mondo.

    Bisogna infatti prima di tutto considerare che i “Cambiamenti Climatici” ci sono sempre stati e continueranno ad esserci anche in futuro, perchè questa è una delle evidenze e realtà che hanno sempre caratterizzato la storia del nostro pianeta.

    Pensare e dire che l’attività umana possa significativamente interferire e modificare tale situazione è illusorio oltre che blasfemo.

    E’ quindi davvero biasimevole sperperare così tante risorse per affrontare un argomento che è del tutto fuori della portata umana.

    Altra questione è invece quella che riguarda l’inquinamento che invece è una questione di educazione e messa in pratica di buone tecniche e prassi che riguardano i vari processi produttivi e civili dell’umanità.

    Se poi si vuole affrontare l’argomento in maniera pragmatica e funzionale, allora sarebbe molto meglio esaminare quanto prevede la Partnership che è stata varata ancora nel 2005 e che ha preso il nome di:

    “Asia-Pacific Partnership on Clean Development and Climate”

    sottoscritta da 7 importanti Paesi del Mondo: USA – Cina – India – Giappone – Sud Korea – Australia – Canada e che, sostanzialmente, consiste nel “TRASFERIMENTO TECNOLOGICO” dai Paesi ricchi e sviluppati a quelli in Via di Sviluppo o Sottosviluppati.

    Sarebbe quindi ora che la si smettesse di straparlare di “Cambiamenti Climatici” antropogenici e che si evitasse lo sperpero di enormi risorse economiche che, di fatto, vanno poi ad alimentare particolari e specifiche lobby ed interessi ben definiti.

    Chi volesse saperne di più sul tema, suggerisco di consultare qualche sito che affronta i vari argomenti con un approccio molto più oggettivo e scientifico senza indulgere al “catastrofismo” tipico delle abituali lobby “ambientaliste”.
    Tra i vari siti suggerisco di consultare: http://www.sepp.org

    Buon approfondimento.

  2. Ma si, lasciamo perdere. Tanto noi italiani abbiamo già cominciato a ridurre le emissioni. Non per scelta però: piuttosto perché non riusciamo più a pagare i fornitori!

  3. Massimiliano Lincetto

    Rinaldo, vero che i cambiamenti climatici sono prodotto di una combinazione di fattori (variazioni periodiche orbitali etc.) che non sono sotto il nostro controllo, ma è anche vero che c’è ampio consenso scientifico sul fatto che l’attività umana stia incidendo in maniera non trascurabile. Stiamo incidendo sul clima e lo stiamo facendo su tempi che sono brevi rispetto ai cicli climatici “naturali”, questo non si può trascurare.

    Riguardo ai costi, non sono d’accordo siano inutili. Prima cosa: la riduzione di emissioni di gas serra va spesso di pari passo con la riduzione di emissioni inquinanti e nocive. Seconda cosa: tendo a rifiutare per principio l’obiezione “benaltrista”, non è che la fame del mondo non si combatte a sufficienza a causa della lotta alle emissioni. È questione di volontà politica.

    Che ci siano tantissimi progetti in corso, trasferimento tecnologico, etc. non lo metto in dubbio, quel che è evidente è che nessuno vuole più prendere accordi vincolanti a ridurre le emissioni. Questo significa che certamente non verranno ridotte abbastanza da rimanere nei limiti in precedenza auspicati. Il resto è bene che ci sia, positivo finché vuoi, ma non basta.

  4. R.Sorgenti

    Massimiliano,

    Leggo ora il tuo commento e vorrei ulteriormente commentare come segue:

    - ipotizzare (come fa una ben identificata schiera di scienziati che collaborano con l’IPCC che, guarda caso, sono riusciti anche ad avere roboanti riconoscimenti: es. “Premio nobel per la PACE”, non per la scienza!) che i cambiamenti climatici siano prevalentemente causati dall’attività dell’uomo è un’evidente forzatura che meriterebbe di essere definita “blasfema”, alla luce della storia e dell’essenza degli stessi elementi;

    - la scienza del clima è una materia molto complessa, che l’uomo non è ancora in condizione di comprendere nei suoi fattori fondamentali. La scienza poi non è una questione statistica e quindi ripetere che: ” … c’è un ampio consenso scientifico …” oltre che non essere del tutto vero induce a valutazioni del tutto fuorvianti;

    - evidenze scientifiche infatti dimostrano che le variazioni della concentrazione di CO2 in atmosfera sono conseguenti alla variazione della temperatura e non l’inverso. C’è l’evidenza (anche a breve termine) che le temperature non sono più aumentate dal 1998, ma la litania che continua ad essere alimentata dice l’inverso. Perchè?

    - per quanto riguarda i costi, è evidente che le risorse economiche non siano infinite e quindi se si sperperano nei modi che stiamo osservando negli ultimi anni, un’infinità di risorse per rincorrere delle teorie (che vanno chiaramente a beneficio di interessi ben definiti), è evidente che quelle risorse non potranno essere molto più opportunamente ed efficacemente destinate a risolvere (od attenuare) problemi molto più drammatici e concreti (certi), come appunto la fame nel mondo;

    - la considerazione: ” …la riduzione di emissioni di gas serra va spesso di pari passo con la riduzione di emissioni inquinanti e nocive. “, è talvolta vero, ma è l’impostazione del concetto che può essere fuorviante. L’inverso, invece, è molto più efficace e l’enfasi semmai dovrebbe appunto essere quella di puntare sullo sviluppo tecnologico che consenta prima di tutto di limitare drasticamente le vere emissioni nocive (con le relative tecnologie di abbattimento) e, qualora questo comporti anche l’aumento dell’efficienza energetica, si ottiene anche una significativa riduzione delle emissioni di CO2.
    Infatti, passare da un rendimento dei vecchi impianti di generazione elettrica (per es. in Cina od India) dell’ordine del 25-30% a quelli possibili (ed attuali, nei Paesi sviluppati, Italia compresa) del 45%, comporta una riduzione ben maggiore di quelle ipotizzate da un’inutile (perchè parte da un presupposto sbagliato) e costosissimo Protocollo di Kyoto, oltre che un sensibile minor consumo di risorse energetiche, a parità di kWh prodotti.

    Ecco perchè i presupposti del: “ASIA PACIFIC PARTNERSHIP FOR CLEAN DEVELOPMENT AND CLIMATE” sarebbero molto più opportuni e concreti rispetto invece all’illusorio Protocollo di Kyoto. I costi potrebbero essere inferiori e comunque sicuramente utili ed efficaci, oltre a poter rappresentare un vero “volano” per il rilancio economico mondiale in questo brutto periodo di recessione.

    - P.S.: Una domanda che forse viene spontanea: Ma se fossero le emissioni di “gas ad effetto serra” a dover davvero preoccupare, perchè si demonizza tanto e solo la CO2 (un gas non velenoso, ne esplosivo e fondamentale per la vita sul pianeta) e praticamente nulla si dice del CH4 (Metano) la cui concentrazione in atmosfera è aumentata in maniera molto maggiore, nello stesso arco temporale?

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