di Manuela Sammarco.
Le recenti dichiarazioni di Napolitano sulla cittadinanza dei figli di immigrati, le proposte legislative che ne sono seguite e, in particolare, la creazione di un ministero ad hoc per l’integrazione sociale costringono a recuperare un’importante pubblicazione passata, come ogni anno, colpevolmente in sordina. Si tratta del Rapporto nazionale sugli alunni con cittadinanza non italiana, Anno scolastico 2010/2011, presentato alla stampa lo scorso ottobre, nato da una collaborazione ormai consolidata, attiva dal 1996, tra MIUR e Fondazione ISMU (Iniziative e studi sulla multietnicità).
Cosa dice il rapporto 2010/11? Nella sostanza, nessuna novità eclatante. Descrive dinamiche ormai assodate più dalla società che dalle istituzioni. Sono 711.046 gli studenti non cittadini italiani nella nostra scuola ovvero il 7,9% del totale degli alunni. Nel 1996 l’incidenza sulla popolazione scolastica era dello 0,8%, un ordine di grandezza in meno. Si tratta di una presenza che, dopo il boom degli scorsi anni, fa registrare oggi un assestamento degli iscritti. La percentuale più consistente di studenti non cittadini italiani è concentrata nelle scuole elementari, che però, in linea con il dato generale delle iscrizioni appena ricordato, cresce più lentamente che in passato: nell’ultimo decennio il peso della scuola primaria è diminuito dal 45% al 35,8%, mentre è cresciuto quello delle scuole secondarie di II grado. 299. 565 su 711.046 alunni senza cittadinanza italiana, poco meno della metà, sono nati in Italia, ovvero il 42,1% di loro va a scuola, parla italiano, è nato nel nostro paese. Una percentuale in crescita.
Anche nel 2011, come accade da 5 anni, la nazionalità più rappresentata tra i banchi delle nostre scuole è quella romena, seguita da quella albanese e marocchina, mentre tra le new entry crescono di numero le presenze di moldavi e indiani.
Dove si iscrivono questi alunni? Prevalentemente, e prevedibilmente, nelle regioni del Nord (Lombardia 24, 3%; Veneto 11,9%; Emilia Romagna 11,6%), con un’incidenza percentuale sulla popolazione scolastica complessiva maggiore in Emilia Romagna e Umbria. Interessante il dato per città: in valore assoluto le città più accoglienti sono Milano, Roma, Torino; ma i centri in cui si percepisce in modo più distinto l’incidenza percentuale sono le province di media e piccola dimensione come Piacenza, Prato, Mantova, Asti.
Quali scuole superiori frequentano gli alunni non italiani? Prevalentemente gli istituti professionali, all’interno dei quali 11,4 alunni su 100 sono stranieri, e tecnici, configurando un fenomeno di spiccata canalizzazione formativa. Viceversa, com’è noto, gli italiani preferiscono i licei. Una ghettizzazione etnico-sociale per entrambi.
Dopo aver visto quanti sono, quali scuole seguono e dove, ci chiediamo come vanno a scuola questi ragazzi, analizzando cioè il loro ritardo e la loro riuscita scolastica. In media sono più grandi dei compagni di classe italiani, cioè il rapporto tra la loro età e la classe di inserimento fa segnare un divario. Esso ha diverse motivazioni: per esempio la decisione sulla classe di inserimento per gli studenti che arrivano in Italia a percorso scolastico avviato, la mobilità territoriale, la riuscita scolastica. Spesso il ritardo si accumula alla partenza, cioè alle elementari. Anche se ancora consistente questo dato è però in lieve flessione. Perché? Prevalentemente a causa dei cittadini non italiani nati in Italia, che iniziano regolarmente il loro percorso di studi e hanno uno svantaggio linguistico meno gravoso.
Sulla riuscita scolastica. Gli alunni non italiani bocciati alle scuole superiori sono due volte i bocciati italiani. Molto più basso lo “spread” tra le due categorie alle scuole elementari, più alto alle scuole medie. Mentre comincia a segnare un timidissimo aumento il numero di diplomati non italiani al liceo, soprattutto tra le ragazze. Sul complessivo dei diplomati del 2010 il 3,2% non aveva la cittadinanza italiana. Il 40% di loro ha conseguito un diploma tecnico: se ricordiamo che la loro più alta percentuale si riscontra nei professionali, comprendiamo meglio l’alto tasso di dispersione in quel canale.
Questi dati dicono tante cose. Tra le altre: laddove la scuola soffre di più, finisce per penalizzare gli studenti meno tutelati. Un po’ come dire che le istituzioni deboli vanno a svantaggio delle categorie più deboli. Non è la scuola in sé il problema, né i suoi singoli indirizzi di studi, ma la sua preparazione ad accogliere studenti diversi per esigenze scolastiche e con una realtà sociale di fondo non sempre conciliante lo studio. Ad esempio, in quanti di questi istituti i corsi di italiano lingua seconda (L2), che prevedono insegnanti speciali (Ditals), sono attivati con una frequenza significativa?
Insisto sulla questione linguistica perché la ritengo una delle principali responsabili dell’andamento scolastico altalenante dei cittadini non italiani. Lo dimostra il loro ritardo che si sta lentamente riducendo con l’arrivo alle classi superiori degli alunni senza cittadinanza italiana nati in Italia, quelli cioè che hanno iniziato regolarmente il loro percorso scolastico nella scuola del nostro Paese. Anche se con molte vittime sul campo, cioè gli abbandoni scolastici specialmente alle professionali, l’andamento scolastico delle nuove generazioni di alunni senza cittadinanza italiana comincia lentamente a somigliare a quello degli italiani. Fisiologicamente, senza uno sforzo specifico da parte della scuola italiana che avrebbe potuto fornire una prova di più omogeneo e strutturale impegno nei confronti dell’integrazione e della multiculturalità. Dopo che questi ragazzi ce l’avranno fatta come tutti gli altri italiani, pure se spesso a diverse condizioni di partenza, a volte, non sempre, più svantaggiose, come si potrà negare loro la cittadinanza nel nostro paese? Si sono arrangiati, sviluppando così la dote, forse, più italiana di tutte. Sono in crescita per giunta. Lieviterà il numero dei diplomati non italiani, si abbasserà la loro dispersione scolastica, probabilmente continuerà a salire la licealizzazione. Per quanto tempo ancora perderemo l’occasione di considerare italiani questi ragazzi pronti per il nostro mercato del lavoro o per l’università?
iMille.org – Direttore Raoul Minetti





