Aborto di Stato, a 16 anni. Risposta a Piergiorgio Odifreddi

di Chiara Lalli.

 Lei ha 16 anni, lui 18. È incinta e i genitori vogliono che interrompa la gravidanza. Cercano di convincerla – “è per il tuo bene”, “pensa al tuo futuro” – ma non c’è niente da fare, non vuole abortire. Anche la sorella maggiore prova senza successo a farle cambiare idea. I genitori allora si rivolgono al tribunale, ma il pubblico ministero Fabio Biasi dice che non può imporre una interruzione di gravidanza. I genitori, oltre alla richiesta di aborto, hanno chiesto di impedire ai due di vedersi ancora e, in caso di nascita, di non permettere al ragazzo di dare il proprio cognome al figlio.

Non possiamo che prendere per buono quanto affermato su l’Adige (Dal giudice per costringere figlia sedicenne ad abortire) e su la Repubblica (Sedicenne incinta non vuole abortire. I genitori al giudice: “Deve costringerla”. La minorenne aspetta) lo scorso 9 dicembre 2011 - ma sarebbe necessario poter rivolgere alcune domande alla 16enne e al ragazzo. Che sia albanese non è rilevante, eppure è quasi l’unica cosa che sappiamo di lui, a parte che è violento, ma questo per bocca dei genitori. La volontà della ragazza sembra essere irremovibile: non vuole abortire. Il giorno dopo l’Ansa riporta la notizia che la ragazza ha cambiato idea e deciso di interrompere la gravidanza senza “alcuna costrizione” da parte della famiglia (Abortisce la sedicenne di Trento, 10 dicembre 2011).

Sulla vicenda specifica non ha quindi senso soffermarsi ulteriormente. È utile invece riflettere sull’eventuale obbligo di interrompere una gravidanza, non solo per le donne che non hanno ancora compiuto 18 anni, e sulla nostra capacità di cogliere le contraddizioni e le incoerenze.

La legge 194 sull’interruzione di gravidanza e la maggiore età

Biasi non poteva che dichiarare quanto ha dichiarato. La disposizione della legge 194/1978 sulla minore età non serve infatti a espropriare le persone, per quanto minorenni, della loro volontà e della loro possibilità di decisione, ma serve a valutarne la capacità di prendere una decisione.

Sappiamo che la maggiore età è un passaggio arbitrario, deciso per indicare l’acquisizione di alcuni diritti e doveri giuridici, ma non dobbiamo mai dimenticare tale arbitrarietà, inevitabile in ogni processo continuo come lo è il diventare grandi, ovvero in grado di intendere e di volere e di prendere decisioni. Al compimento dei 18 anni non succede nulla di miracolistico, qualche giorno prima eravamo uguali al giorno del nostro diciottesimo compleanno. Qualunque età sarebbe una soglia imprecisa, probabilmente bisognerebbe indicare una fase temporale in cui le condizioni della maggiore età emergono (tra i 15 e i 20 anni?), ma giuridicamente sarebbe un inferno. Superfluo aggiungere che ci sono differenze individuali profonde e che l’età è una variabile alla quale andrebbero affiancate altre considerazioni. Bisogna però stabilire un momento T preciso, che sia valido per tutti. Sforziamoci però di mantenere la consapevolezza delle sfumature e del significato dell’attribuzione giuridica della maggiore età.

In altre parole: considerare un sedicenne, in quanto minorenne, come un individuo da dirigere è moralmente ripugnante, paternalistico e presuntuoso. Considerare indistintamente tutti i sedicenni come individui privi delle capacità di rendersi conto e di decidere sulla propria esistenza è ingenuo e sbagliato.

Ma veniamo al commento di Piergiorgio Odifreddi, Per una procreazione responsabile (nel blog “Il non-senso della vita”, 9 dicembre 2011), che allarga il dominio del dibattito e scatena un animato dibattito: 127 commenti al post in poco più di 24 ore e altri sparsi nella rete, di chi per esempio condivide il link e scrive “cosa vuole imporre questo?”. Aggiungo subito che il 10 dicembre lo stesso Odifreddi chiarisce l’intento e lo spirito di quanto scritto (Un po’ di coerenza!, 10 dicembre 2011). Non mi dilungo oltre, torno al 9 dicembre e approfitto del primo post per sottolineare cosa c’è che non va lì, ignorando l’intento provocatorio e prendendolo letteralmente.

Riproduzione responsabile e limitata

Prima di tutto una precisazione su una espressione usata da Odifreddi: “di nuovo”. “Loro [i genitori] si sono rivolti al tribunale per farla abortire (di nuovo, visto che la ragazza è recidiva)”. Il “precedente” non è però tale, se non nel disaccordo tra la ragazza e i suoi genitori. Nel caso passato, infatti, la ragazza era stata convinta ad assumere la contraccezione d’emergenza e non ad abortire. Non sappiamo nemmeno come sia stata convinta e se sia stata convinta oppure obbligata.

Per Odifreddi il problema principale risiede nella ispirazione e nella guida morale degli “eunuchi” e dei “vergini” (“Naturalmente, non si può pretendere molto di diverso, in un paese in cui la politica famigliare è ispirata a valori predicati da eunuchi che si rifanno agli insegnamenti di una “famiglia” in cui tutti i membri (padre, madre e figlio) erano vergini”). Tutto sarebbe risolto in un Paese razionale. Quale razionalità? Con quali premesse? La situazione si complica: dobbiamo spiegarci e offrire buoni argomenti a sostegno della nostra posizione, altrimenti facciamo la fine degli eunuchi…

È molto difficile offrire ragioni abbastanza forti per arginare la riproduzione – a patto di essere coerenti e di riconoscersi in un panorama liberale. Se non lo facciamo e accettiamo l’argomento d’autorità (“X va bene perché lo dice Y”), non saremmo più credibili degli eunuchi. Una imposizione è criticabile in quanto tale, non rispetto a chi la veicola. Il paternalismo è avversato in base alla idea che nemmeno il mio bene può essermi imposto, poco importa chi me lo impone, quindi come la mettiamo?

I criteri di una procreazione responsabile (io preferisco usare il termine “riproduzione”), secondo Odifreddi, sono: salute, istruzione, lavoro, benessere, felicità, auto realizzazione. Senza una probabilità alta di realizzarli dovremmo impedire agli individui di riprodursi.

A parte l’insormontabile difficoltà di tale previsione, che lo stesso Odifreddi rileva, questi criteri sono profondamente illiberali e una loro coerente applicazione porterebbe lontano. Non stiamo parlando di scoraggiare o sconsigliare, ma di vietare per legge – perciò ci servono ragioni ben solide per sostenere la nostra posizione.

La patente genitoriale

Immaginiamo una specie di patente a punti: 100 punti, se vuoi riprodurti devi arrivare almeno a 60/100.

In guerra bisognerebbe impedire di riprodursi? Durante una crisi economica o con una certa percentuale di disoccupazione? Ovviamente le persone ricche e avvantaggiate avranno facilmente punti in più rispetto alle precondizioni di esistenza. La lista degli esclusi verosimilmente includerebbe: persone con pochi mezzi economici, con una salute incerta, con stili di vita discutibili (decisi da chi? Secondo quali criteri?), con lavori pericolosi, con un brutto carattere, ignoranti, litigiosi, depressi, con patologie invalidanti e degenerative, tendenti al tradimenti e all’abbandono, inaffidabili.

Ma come faremmo a valutare la felicità e l’autorealizzazione future? Bisognerebbe scomodare Philip K. Dick e costituire una PreCrime Unit in materia riproduttiva: come sarà il futuro di questo nascituro?, si domanderà a un novello Tiresia. Senza dimenticare che spesso è difficile valutare anche la felicità altrui attuale, figuriamoci quella di un individuo che non esiste ancora!

Potremmo anche concordare sulla difficoltà di essere un buon genitore, e sulla difficoltà di stabilire i criteri del buon genitore e addirittura di prevedere il futuro, potremmo pensare che molti genitori sono incapaci di esserlo e che è assurdo non prevedere un test o un corso per diventare Genitori. Se ci vuole la patente per guidare una moto, perché non dovrebbe volerci per allevare un figlio? Larry David in Whatever works (2009, di Woody Allen) dichiara incredulo: “Those hostile, belligerent morons all get driver’s licenses. Of course, to have children, you don’t need a license. No proof of anything. You need a license to fish. You need a license to be a barber. You need a license to sell hot dogs. You know, you read about these poor kids, beaten and starved, you wonder, why… why are these parents allowed to even have them?”. Ed è difficile non essere d’accordo con lui. Un figlio è un rompicapo morale più impegnativo di una moto.

Non siamo tuttavia autorizzati a passare dai suddetti dubbi e credenze al controllo delle singole persone imposto per legge. Almeno non in base agli argomenti finora proposti.

“Per il tuo bene”

L’intervento dei tribunali sulla nostra attività sessuale e riproduttiva è degna di uno scenario distopico, di un incubo fantascientifico disegnato per il “nostro bene”. Un incubo a volte reale.

Le ragioni a favore della possibilità di interrompere una gravidanza sono simili a quelle che possiamo invocare contro la possibilità di imporla. L’ostacolo principale è la decisione della donna, la sua volontà. Se una gravidanza forzata è moralmente ripugnante, lo è allo stesso modo una interruzione di gravidanza forzata. La prospettiva liberale, infatti, è a favore della scelta  – e non a favore dell’aborto, come spesso passa nella riduzione televisiva o nei dibattiti incancreniti tra “abortisti” e antiabortisti.

Infine una ultima questione: come applicheremmo la contraccezione e l’aborto di Stato? Prevederemmo un TSO (trattamento sanitario obbligatorio, regolato dalla legge 833/1978), previsto per chi rifiuta? La somministrazione coatta di farmaci e il ricovero imposto?

Possiamo provare a sostenere qualsiasi posizione, a patto però di offrire argomenti non d’autorità e non fallaci, e a patto di vedere le conseguenze che la nostra posizione ci impone. Si può criticare la legge 40 e poi, coerentemente, essere a favore della riproduzione controllata dallo Stato? O essere fautori della legge 40 (o di forme analoghe di illegittime intrusione nelle nostre vite) e poi scandalizzarsi di fronte allo scenario disegnato da Odifreddi il 9 dicembre 2011? Se vuoi essere coerente devi scegliere. Se non vuoi essere cieco devi riconoscere le leggi – attuali o in discussione – che compiono un passo che le delegittima, perché mantengono reati senza vittime e calpestano la nostra libertà (la legge 40 come incarnazione esemplare di quanto ho appena scritto).

Riproduzione libera, allevamento limitato

Non dimentichiamo che la riproduzione e l’allevamento sono domini diversi e sui quali agiscono regole diverse, morali e giuridiche. Le restrizioni, impossibili sulla riproduzione, assumono un possibile profilo quando discutiamo sul come crescere un figlio. Prima di tutto perché il figlio esiste (i rapporti e i doveri verso le persone potenziali sono un rompicapo che richiederebbe molto spazio e molta pazienza). Le eventuali restrizioni sono poi giustificate da un comportamento, presente o passato, che possa giustificarle: abuso, maltrattamento, abbandono o impossibilità di garantire le condizioni di sopravvivenza o di sicurezza. È forse deprimente intervenire solo durante o dopo un reato, ma intervenire prima rischia di trasformarsi in una caccia alle streghe molto poco razionale, in un processo impossibile verso le future (potenziali?
Futuribili? Probabili?) violazioni.

Se vogliamo abbandonare la prospettiva individuale e accogliere quella di una politica familiare collettiva – in una prospettiva in cui il sovrappopolazione è un problema da affrontare – non dimentichiamo di tenere a mente i rischi di favorire il “tutto” (mondo, società, nazione, Stato, gruppo, condominio) rispetto alle “parti” (i singoli costituenti il mondo, la società, la nazione, lo Stato, il gruppo, il condominio). Ci sono scenari in cui è necessario ragionare anche in questi termini, ma senza dimenticanze e senza nascondere i rischi del sacrificare le libertà e i diritti individuali in nome del benessere collettivo.

Who watches the watchmen?

La conclusione di Odifreddi è condivisibile: in questa vicenda la minore età è secondaria, com’è irrilevante la nazionalità del ragazzo e il fatto che non siano sposati. O meglio la prima parte della conclusione, perché poi afferma (verosimilmente sempre con intento provocatorio): “La procreazione responsabile è un dovere civile e sociale anche, e soprattutto, dei cittadini adulti sposati”. Sposati? Perché sposati? Fare figli in modo responsabile richiede forse come condizione necessaria la celebrazione del matrimonio?

Lo ripetiamo: la violazione e la restrizione delle libertà individuali richiedono motivi rilevanti. Lo scenario immaginato da Odifreddi è illiberale, moralista, dispotico e ai limiti dell’irrazionalità – proprio come alcune leggi italiane.

Un conto è ipotizzare per qualcuno un futuro insoddisfacente (gioco che presenta un difetto di fondo, peraltro, perché rischia di ridurre tale valutazione al solo aspetto “oggettivo” – che non sarebbe altro poi che una valutazione esterna, una lista di persone che non devono arrivare ad esistere “secondo noi”; non solo, c’è sempre il problema della non identità illustrato da Derek Parfit e che qui possiamo semplificare come segue: per dimostrare che per X sia meglio non venire ad esistere, devi dimostrare che la sua inesistenza è preferibile alla sua esistenza in quelle condizioni – più facile a dire che a fare!), un altro chiamare le leggi e i tribunali nelle nostre vite personali. Perché quell’ipotesi è troppo fragile e troppo soggettiva per costituire la base di una coercizione legittima. Se si vuole proporre una politica familiare e una limitazione delle nascite, è necessario trovare una strategia diversa da questa personalissima visione del mondo imposta a tutti gli altri – che poi è proprio quello che si dovrebbe fare ogni volta che si scrive una legge.

 

iMille.org – Direttore Raoul Minetti

3 Commenti

  1. Creare su basi oggettive un ideale di felicità o benessere, è un’idea assai datata, un po’ positivista, ottocentesca, di un liberismo ottimista e ingenuo. Non sono un esperto di bioetica, l’ho studiata poco, ma mi piace la concezione di Chiara relativa al valore che dovrebbe essere riconosciuto alla “scelta”, intesa come atto libero da costrizioni, pregiudizi, e false credenze. E nessun tribunale può assicurare una tale condizione…

  2. Cristiano L.

    Completamente d’accordo, e assolutamente inorridito al post di Odifreddi. Solo una puntualizzazione: secondo me ad un certo punto O. afferma che “La procreazione responsabile è un dovere civile e sociale anche, e soprattutto, dei cittadini adulti sposati” proprio per sostenere che lo è ANCHE di cittadini adulti sposati – che secondo la morale comune sono più “regolari” e meno criticabili – e non solo di non cittadini, minorenni e non sposati. Come a dire: “non sono moralista, non predico il controllo solo per categorie apparentemente devianti, ma per tutti” (il che non salva l’assurdità della proposta, al limite la peggiora).

  3. Cristiano L.,
    hai letto? Odifreddi stava scherzando. Quanto scrive è quindi una forzatura (o spesso, purtroppo, semplicemente una inferenza dalle leggi che esistono e dalle premesse che moltissimi condividono).
    Il problema serio è che le leggi e molti “autorevoli” sostengono le stesse cose ma non scherzano.

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