di Simone Vannuccini.
Mario Monti è un europeista convinto, Angela Merkel dice non voler essere ricordata come la leader nazionale che ha fatto collassare l’Euro e rilancia la retorica pro-Europa politica al congresso della CDU, José Manuel Barroso e Olli Rehn (commissario agli affari economici e monetari) si apprestano a diffondere una proposta sugli Eurobonds e il nuovo gasdotto Nord Stream, appena inaugurato, ha reso più saldi che mai i rapporti fra Germania e Russia. Possiamo tirare finalmente un sospiro di sollievo dopo le settimane di alta tensione in Europa?
Non proprio. Tre sono le questioni che restano aperte:
i) è sufficiente un cambio di governo in Italia per risolvere la crisi?
ii) altrimenti, quali finestre di opportunità per il rilancio dell’integrazione politica europea sono ancora aperte?
iii) che ruolo dovrebbero ricoprire i cittadini e i movimenti popolari in questo momento storico?
Per quanto riguarda il punto i), la risposta è evidentemente no. Una catena è forte quanto il proprio anello piú debole, e rinforzare quest’ultimo non può che produrre benefici generalizzati, ma il problema dell’Europa è strutturale; detto in altre parole, tutti gli anelli sono anelli deboli. Un governo tecnico di alto profilo come quello che inizierà a lavorare a breve in Italia può dare un segnale forte ai mercati, può ristabilire la fiducia nei confronti dei fondamentali economici del Belpaese, può addirittura avere la forza di mettere in atto riforme e cambiamenti attesi da decenni. Ma non puó curare lo european disease che sta al fondo della tragedia-farsa europea, cioè la mancanza di un potere sovrano sovranazionale (dunque federale) che ristabilisca l’equilibrio fra mercato (oggi di ampiezza continentale) e democrazia (ancora confinata e stretta nelle anguste maglie dello stato nazionale). Il Fondo europeo di stabilità finanziaria, le aspettative degli investitori internazionali, la credibilità nei confronti di potenze continentali già esistenti ed emergenti dipendono dallo status congiunto dei paesi europei. In breve, una nuova Italia puó salvare oggi l’eurozona dal collasso, ma non puó salvare domani l’Unione europea dai propri paradossi esistenziali. Altrimenti non si spiegherebbe il perchè dell’immane sforzo che la Francia sta facendo per rimanere aggrappata al suo rating AAA.
Chiarito il primo dubbio, dobbiamo cercare di capire non soltanto come discutere, ma anche come risolvere i paradossi esistenziali dell’Unione, ovvero la questione numero ii). In questa prospettiva, una convinzione è recentemente emersa, diventando rapidamente ampiamente condivisa. L’integrazione europea non può espandersi uniformemente, in modo generalizzato: i suoi “geni” e la sua storia sono fatti di un continuo gioco di avanguardie e geometrie variabili. Ed oggi è l’eurozona ad avere l’omogeneità politica ed il grado di interdipendenza economica adatte per rappresentare l’avanguardia necessaria: alla zoppìa monetaria, per dirla con il termine caro al presidente Ciampi, va aggiunta la gamba della fiscalità. Se il patto di stabilità e crescita, nelle stesse parole dei suoi promotori, era un surrogato meno che imperfetto della federation budgetaire, è ormai venuto il momento di pensare ad una sostanziale riforma del bilancio europeo ed al suo finanziamento con risorse proprie, da dividersi fra emissione di debito pubblico continentale e altri strumenti fiscali (qui un esempio).
Francia e Germania continuano a mettere in campo proposte per nuove Unioni, più coese e più ristrette, senza mai chiarire su quali basi queste alternative dovrebbero fondarsi. Continuare a proporre confederazioni intergovernative, seppur piccole, non può funzionare; quel che conta sono le possibilità realistiche ed i poteri ceduti, non le dimensioni ed il numero di partecipanti all’avanguardia. Il susseguirsi di proposte e scelte politiche incoerenti mina sempre di più la credibilità europea; per capirlo basta guardare al di là del canale della Manica, dove David Cameron si è immediatamente entusiasmato all’idea di rimettere in discussione tutta l’architettura europea, divisa fra Paesi “vincenti” e “perdenti”, virtuosi e viziosi (dove i vincenti e virtuosi sono però ben invischiati nei conti e nei sistemi bancari dei perdenti viziosi): senza una visione, senza un piano di uscita dalla crisi ben definito, senza chiarezza sulla strada da intraprendere, la via del regresso è ben più attraente di quella tortuosa suggerita del federalismo sovranazionale. Al contrario, le regole del gioco dovrebbero essere ben chiare e precise: due cerchi concentrici, quello ampio dell’Unione europea, e quello più stretto dell’Eurozona. Ad oggi, quest’ultimo funziona ad un livello intermedio fra la confederazione e la federazione, perchè esiste l’unione monetaria ma non quella politica, ed è quindi a partire da quest’area che il primo, breve (ma fondamentale) passo può essere fatto: l’Eurozona diventi il nucleo federale aperto, elaborando una costituzione federale e definendo un trattato-ponte che colleghi in modo coerente il nuovo sistema istituzionale con quello esistente. Dopodichè, risolti i paradossi, sanate le incoerenze logiche, democratiche e politiche, la “federazione nella confederazione” resterà aperta a tutti coloro che vorranno aderire. D’altronde, non è andata così quando i sei fondatori della CECA hanno stretto politicamente i loro rapporti, pur restando membri del più ampio (e “diluito”) Consiglio d’Europa?
Dunque, nel contesto di un’Europa in confusione, più che benvenuto il cambio di governo italiano. Ma il problema della confusione sistemica resta. Quest’ultima può essere sanata solo con più Europa politica, attraverso un processo che individui precisamente i soggetti (l’avanguardia dell’Eurozona), le procedure istituzionali da seguire ed i poteri da creare (in primis i poteri e le risorse per lanciare un New Deal europeo anti-recessione). Tutte condizioni necessarie, ma non sufficienti. Chi ha la responsabilità di fornire il “Big Push” per la rivoluzione europea pacifica? I capi di governo illuminati (o strangolati) dalla crisi? Forse, ma è bene ricordare che per loro vale la stessa considerazione che si fa per il progresso tecnologico: bisogna averne fiducia, ma non crederci con sicurezza mistica. Il Parlamento europeo? Una nuova coraggiosa “Pallacorda” avrebbe senza dubbio l’effetto aggiuntivo di restituire lustro e importanza alla vituperata classe-casta dei politici di professione, ma anche in questo caso l’ottimismo della volontà si accompagna al pessimismo della ragione: senza poteri reali è difficile essere autonomi ed opporsi al conservatorismo delle cancellerie nazionali.
Esiste – arriviamo così al punto iii) – un’altra categoria fra gli attori che potrebbero prendere in mano la situazione per spronare ad agire coloro che invece il potere ce l’hanno: i cittadini ed i movimenti della società civile. Per quest’ultimi vale quanto, scherzosamente, si dice della teoria economica neoclassica: una grande corrazzata, sfortunatamente con tutti i cannoni puntati nella direzione sbagliata. I movimenti che in questi mesi “occupano”, manifestano e si indignano devono abbandonare quello sguardo nazionale che inesorabilmente li fa sedere nello stesso schieramento dei nemici che pensano di contrastare. La vera battaglia politica oggi riguarda il futuro dell’Europa, quell’Unirsi o Perire ancora attuale dai giorni della Resistenza: oltre all’#Occupy, è arrivato il tempo dell’#Unify: #UnifyEurope!
iMille.org – Direttore Raoul MinettiiMille.org – Direttore Raoul Minetti






D’accordissimo sull’inutilità di fare solo conferenze intergovernamentali (più o meno allargate) perché è ovvio che le tensioni nazionali messe insieme non posso produrre che divergenze e non possono vedere l’insieme.
D’accordissimo anche sul fatto che i movimenti sbagliano a vedere ognuno solo il suo stato e la sovranazionalità solo come un “male” (banche e multinazionali “cattive”).
Ho però seri dubbi che un processo virtuoso partirà. Né dai governi, né dall’europarlamento, e ancor meno dai cittadini, come giustamente tu auspichi, perché questi sono i più annebbiati da pure visioni nazionali. E’ la vittoria culturale diffusa della destra, che si traduce non a caso con una maggioranza schiacciante di governi di destra in europa (praticamente tutti tranne Danimarca e Austria ora che in Grecia, che non prenderei in ogni caso come un bell’esempio, il PASOK ha dovuto aprire ad un governo di unità nazionale).
Penso poi che la crisi europea non ‘nasca’ economico-finanziaria ma nasce produttiva … ma questo è un discorso che porta lontano …
Da #unifyeurope a #unifyeverything il passo è breve! Io credo che se l’attacco alla Francia dovesse rendere il paese fragile l’unico passo rimasto al tandem Merkozy sarebbe intraprendere la via dell’unione politica. Anche se resterebbero da convincere i tedeschi che non hanno ancora capito che a loro l’integrazione non costerebbe un solo € e che i loro conti non sono poi così buoni come vogliono farci credere