Un’ Europa forte e pacifica, ma non disarmata

di Alan Marazzi.

“Diplomacy: the art of restraining power” Henry A. Kissinger (Diplomazia: l’arte di contenere il potere). Questa citazione sembra cucita addosso alle opinioni pubbliche europee odierne, che si sentono sempre più sicure e al riparo da attacchi armati. L’ultima esperienza militare in Libia ha, ulteriormente, denotato la visione pacifista e disillusa nei confronti della cosiddetta guerra liberale. Il 60% degli italiani era contrario al conflitto e solo il 3% degli intervistati riteneva che l’operazione, richiesta dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, avesse preso piede per permettere l’instaurazione di un regime democratico in Libia. Non solo, ma la maggior parte degli italiani riteneva che sarebbe stato meglio risolvere la crisi facendo ricorso allo strumento diplomatico e a sanzioni di tipo economico.

Spese militari US in % sul totale delle uscite

Ormai le pressioni delle opinioni pubbliche hanno costretto i nostri governanti a considerare il soft power come la via maestra d’azione in campo internazionale, relegando l’hard power europeo a operazioni intraprese timidamente sotto l’egida degli organismi internazionali, ma soprattutto degli Stati Uniti. Il soft power statunitense è stato di grande successo dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, e in parte, continua ad esserlo ancora oggi. Se prendiamo in considerazione l’ammontare delle spese nel settore militare, tenute dagli Usa, notiamo subito che hanno alle spalle della diplomazia un apparato bellico strutturato e ben fornito, per questo sono riusciti ad imporre le proprie decisioni di politica estera, spesso senza dover ricorrere al vero e proprio uso della forza. Dimostrazione del fatto che soft e hard power vanno di pari passo, e spesso se si ha un potenziale bellico elevato, questo permette di dover ricorrere alle soluzioni militari solamente come ultima istanza.

La crisi economica sta, oggi, imponendo a molti governi il taglio del budget delle proprie spese militari e particolarmente in Europa, dove la sicurezza è ormai data per scontata, si rischia di assistere ad una forte demilitarizzazione che metterebbe a repentaglio la nostra capacità di poter influire come potenza, non solo su scala globale, ma anche a livello regionale. Infatti, tralasciando il caso libico già preso ad esempio, l’Unione Europea non è ancora riuscita a trovare un piano d’azione decente per la risoluzione della situazione siriana, dove si contano già diverse migliaia di civili uccisi dal regime di Assad.

Sono state imposte sanzioni sia dall’Ue che dagli Stati Uniti e dalla Turchia, la maggior parte delle quali sull’acquisto di petrolio estratto dal regime siriano, che come abbiamo visto non hanno avuto nessun effetto pratico, poiché la produzione di 400.000 barili al giorno è destinata, per più del 60%, ad uso interno. Adesso si sta parlando di sanzioni ancora più dure, ma Assad è convinto dell’impossibilità di essere attaccato, idea confermata in Europa da Catherine Ashton. Tuttavia, l’unica via d’uscita è che i civili siriani continuino a cadere sotto i colpi del regime, poiché i provvedimenti punitivi e le ripetute richieste di “cessate il fuoco” possono avere effetto solo se si è in grado di sferrare un attacco militare e con la sicurezza della vittoria.

A riprova del fatto che il soft power europeo, almeno per quanto riguarda la mentalità anti-militarista, non ha attecchito al di fuori del Vecchio Continente, basta dare un’occhiata a questa cartina che presenta la percentuale sul PIL delle spese per la difesa di ogni stato.

Spesa militare come % del PIL

Come si può notare a colpo d’occhio la Cina, gli Stati Uniti e la Russia spendono molto più dell’Europa in rapporto al proprio PIL, e non sono i soli, tant’è che molti altri paesi, come il Brasile o il Canada, hanno livelli di spesa maggiori o uguali ai nostri. Se prendiamo ad esempio la spesa militare di Russia e Cina, nel corso degli ultimi anni, possiamo notare come, al contrario degli Usa (primo grafico sopra) gli investimenti nel comparto bellico stiano aumentando a ritmi piuttosto serrati:

Budget militare della Repubblica Popolare Cinese in miliardi di $

In ordine: spese per la difesa in termini nominali, in termini reali, spese per la sicurezza in termini nominali, in termini reali della Federazione Russa espresso in miliardi di Rubli

E’ chiaro, quindi, che solo l’Europa e, parzialmente, gli Stati Uniti si stanno muovendo verso un’acuta demilitarizzazione, mentre il resto del mondo, a parte qualche eccezione, si sta dotando di potenziali bellici sempre più avanzati. Ormai la Cina sta diventando una potenza marittima affermata. Infatti, è bastato che la fregata Xuzhou, di stanza presso il corno d’Africa, entrasse in Mediterraneo, perché Gheddafi gridasse “morte a tutti”, tranne a Russia e Cina. Il motto di questi paesi potrebbe essere il famoso “speak softly and carry a big stick” di Theodore Roosevelt, difatti i cinesi parlano poco e i russi ancora meno, ma il loro potenziale militare comunica distintamente al posto loro.

Il miglioramento del comparto bellico, combinato con l’ascesa economica dei due paesi, potrebbe repentinamente far cambiare i rapporti di forza a livello mondiale, con la conseguenza che l’Europa si muova verso la creazione di un esercito unico. Solo in questo modo la spesa militare potrà essere calibrata nel miglior modo possibile ricavando così il massimo risultato con il minimo sforzo. A quel punto l’Unione Europea potrà affrontare il mondo. Inoltre, paesi come l’Iran potrebbero presto dotarsi di armi nucleari e quello che ci attende è un futuro sempre meno stabile, per una transizione da un mondo unipolare ad uno multipolare. Logicamente, l’obiettivo è rendere l’Europa uno dei poli più importanti e non lo si farà, solamente, a suon di discorsi e aiuti economici, ma, anche e soprattutto, smettendo di nascondersi e ammettendo a noi stessi che l’uso della forza, o la minaccia del suo utilizzo, è uno strumento sempre vivo e vegeto e ben lungi dal cadere in disuso.iMille.org – Direttore Raoul Minetti

7 Commenti

  1. Spero che non sia più in discussione! Abbiamo bruciato centinaia di miliardi in programmi fotocopia, per avere una capacità comunque limitata.

  2. Francesco Molica Francesco Mo

    Articolo accuratissimo, su un nodo fin troppo sottaciuto a livello mediatico, a fortiori nella cacofonia della crisi. Complimenti.

    Per altro sono convinto, e non da ieri, che l’Unione europea stia gradualmente perdendo anche il suo storico soft power (“il potere d’attrazione” come lo chiama Mark Leonard) per esempio sui paesi della galassia ACP.

  3. Michele Ballerin

    La soluzione c’è e la conosciamo, naturalmente, perché è banale: la costituzione di un esercito unico europeo. Anche solo le economie di scala che così si otterrebbero sarebbero probabilmente sufficienti a superare l’emergenza dei debiti sovrani.

  4. Michele Ballerin

    La soluzione c’è e la conosciamo, naturalmente, perché è banale: la costituzione di un esercito unico europeo. Anche solo le economie di scala che così si otterrebbero sarebbero probabilmente sufficienti a superare l’emergenza dei debiti sovrani. Perché il prossimo articolo non lo scrivi su questo?

  5. Scusate il ritardo, ma ero disperso fra i colli forlivesi. Grazie per l’appoggio e i complimenti, per quanto riguarda la possibilità di uscire dalla crisi anche grazie alla creazione di un esercito unico, penso fosse implicito nell’articolo.

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