Tra interesse collettivo e interesse speciale

di Pietro Raffa.

Se dovessero chiedervi qual è il problema principale dell’Italia, cosa rispondereste?

 

È una domanda particolarmente complessa, anche perché esistono diverse opinioni in materia. Potrebbero fare al caso nostro gli studi di Elmer Schattschneider, politologo americano. Nel volume The Semisovereign People: A Realist’s View of Democracy in America, scritto nel 1960, ma sempre al passo con i tempi, Schattschneider ha operato una distinzione tra gruppi di interesse pubblico e gruppi di interesse speciale. È facile intuire che i primi sono volti a difendere l’interesse di un’intera comunità, mentre i secondi favoriscono solamente una parte della popolazione, svantaggiando altri membri.

Come ha spiegato Donatella Della Porta, riprendendo il testo del politologo americano, il problema predominante per la democrazia è la tendenza ad una sovra-rappresentazione dei secondi rispetto ai primi. Il motivo principale di questo andamento è da ricercarsi nella maggiore facilità di organizzazione dei gruppi di interesse speciale, più piccoli e spesso con risorse maggiori. Viceversa, i gruppi d’interesse pubblico devono fare i conti con minori risorse a disposizione e con un’organizzazione resa più difficile dalle ampie dimensioni del gruppo dei potenziali beneficiari dell’azione. In questo contesto, la politica deve riuscire a difendere gli interessi dei più deboli, riequilibrando le forze in campo.

Va ricordato, come è stato giustamente sostenuto dal Consigliere di Stato Carlo Deodato, che gli interessi particolari non devono essere considerati tout court come configgenti con quello generale o spuri, rispetto al bene comune, ma partecipano di esso e, in qualche modo, lo costituiscono. E occorre ovviamente tener conto di questo aspetto nei processi di formazione della decisione pubblica.

Il caso italiano vede, però, un continuo soccombere dell’interesse collettivo rispetto a quello particolare. Se questo fenomeno era ampiamente percepibile durante la prima Repubblica, gli ultimi diciassetti anni, caratterizzati dal berlusconismo, ne hanno visto l’esplosione e la stabile affermazione. Chi, fino a ieri, ci ha governato, ha favorito con il proprio modus operandi questo sistema e lo ha alimentato di continuo. Non c’è dubbio che le consultazioni referendarie del 13 e 14 giugno abbiano mostrato il desiderio, da parte dei cittadini italiani, di rimettere al centro il concetto di bene comune.

Ma adesso tocca direttamente alla politica, al decisore pubblico: serve, e alla svelta, un progetto politico capace finalmente di invertire i ruoli, in modo che il benessere collettivo possa, una volta per tutte, farla da padrone.

Progetto ambizioso, certo. Ma non ci sono alternative.

 

iMille.org – Direttore Raoul MinettiiMille.org – Direttore Raoul Minetti

3 Commenti

  1. Rudi

    Tu dici “Viceversa, i gruppi d’interesse pubblico devono fare i conti con minori risorse a disposizione e con un’organizzazione resa più difficile dalle ampie dimensioni del gruppo dei potenziali beneficiari dell’azione.” …forse la RETE può costituire il mezzo per la rimozione di questo handicap; solo che prevalga un sistema di regole efficace in tal senso….

  2. Certo, può essere un mezzo utilissimo in tal senso.

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