di Massimiliano Lincetto.
Nel precedente articolo abbiamo accennato al fatto che i paesi con maggiori prospettive di crescita (in particolare i BRIC: Brasile, Russia, India e Cina) non mostrano sufficiente attenzione alle ricadute ambientali dello sviluppo delle proprie economie, ricadute dovute principalmente all’utilizzo di fonti fossili per la produzione di energia.
Il Corriere riporta come non vi siano grandi aspettative per la prossima conferenza sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite che si terrà a Durban dal 28 novembre al 9 dicembre. Il periodo nel quale i paesi ratificanti il protocollo di Kyoto sono tenuti a ridurre le emissioni terminerà nel 2012 e a quanto pare siamo ancora lontani da ipotesi di ulteriori accordi vincolanti per gli stati. La situazione è complessa: gli stati che si impegnassero a ridurre le emissioni ridurrebbero di fatto la competitività delle loro industrie, su cui graverebbero costi maggiori. D’altronde nel contesto di una crisi economica con effetti a medio termine poco prevedibili è naturale che nessuno stato sia disposto a rischiare. Sembra insomma che l’ecologia debba soccombere al mercato, ma lasciare che questo accada potrebbe essere un grave errore.
ArsTechnica mette a confronto uno studio comparso su Nature Climate Change con le considerazioni del rapporto EIA di cui abbiamo parlato nell’articolo scorso. L’obiettivo prefissato a livello internazionale è quello di mantenere le emissioni ad un livello tale che provochi, al massimo, un incremento di temperatura pari a due gradi centigradi rispetto ai livelli preindustriali. Il raggiungimento di tale obiettivo richiederebbe, con buona probabilità, un’importante inversione di tendenza con le emissioni di CO2 in diminuzione entro la fine del decennio. E questa è un’ipotesi ottimistica, perché non tiene conto del fatto che, visti i costi di realizzazione dei grandi impianti per la produzione di energia da combustibili fossili, è improbabile che questi vengano dismessi anzitempo. Di fatto si deve considerare che ciascun impianto esistente o di futura costruzione continuerà a produrre emissioni per il suo intero ciclo di vita, nell’ordine dei decenni. I modelli che tengono in considerazione questo fattore stimano che gli impianti oggi esistenti determineranno 4/5 delle emissioni permesse da qui al 2035 e che con il ritmo di crescita attuale il limite, salvo interventi regolatori, verrà sforato già nel 2017.
Sembra quindi che l’economia sia destinata a vincere sull’ecologia: dovremmo rassegnarci ad andare incontro ad un surriscaldamento globale di entità decisamente maggiore rispetto a quello che è stato deciso, in sede internazionale, essere il limite accettabile.
Però non possiamo non rilevare che in tutto questo c’è qualcuno che non sta pagando la propria fair share. Laddove da una parte i paesi più sviluppati, che hanno preso impegni vincolanti sulla riduzione delle emissioni, si trovano a fronteggiare una pesante crisi economica, dall’altra vi sono paesi che godono di buone prospettive di crescita e che ben poco hanno fatto per migliorare l’efficienza energetica e ridurre le emissioni di gas serra. I paesi emergenti, in particolare i BRIC di cui sopra, hanno sottoscritto il protocollo di Kyoto senza però rendere impegni vincolanti sulle emissioni di gas serra. Oggi, per economie in forte crescita e caratterizzate da una forte industrializzazione, questo non è più accettabile. Non è più accettabile che ci sia, mi si passi la locuzione, un’ecologia a due velocità laddove l’economia non lo è, perché a quel punto i costi che il paese più sviluppato deve sostenere per rispettare gli standard ambientali divengono un pericoloso incentivo a delocalizzare la produzione in quei paesi dove i vincoli sono meno stringenti.
La strada per il contenimento delle emissioni si prospetta estremamente difficile, ma passa necessariamente per l’imposizione di elevati standard ecologici alle economie che fronteggiano un forte sviluppo industriale: considerando che sviluppare un sistema industriale conforme a tali standard è sicuramente meno gravoso rispetto al dover ristrutturare un sistema pre-esistente, questo è il momento giusto per agire. Purtroppo però molto fa pensare che sia già troppo tardi e che la lotta alle emissioni sia destinata ad essere persa. È certo che pagheremo delle conseguenze, ma dovremmo almeno provare a limitare i danni. Le economie emergenti fanno leva sulla questione della responsabilità storica delle economie avanzate, cresciute per molto tempo senza preoccuparsi dell’impatto ambientale, e vogliono riservarsi il medesimo diritto. Però la natura non contempla confini politici: il concetto che deve maturare è che ciascuno ha una responsabilità nei confronti di tutti gli altri.
Che fare, dunque? Personalmente, non vedo molte misure praticabili. Un’idea sarebbe che i paesi sviluppati prevedano l’imposizione di dazi sull’importazione di merci provenienti da paesi che non garantiscano il rispetto di adeguati standard di protezione ambientale e che nella fattispecie non prendano impegni vincolanti per la riduzione delle emissioni di gas serra. Analogamente si dovrebbe fare, peraltro, per favorire la tutela dei diritti umani e dei diritti dei lavoratori.
Si potrebbe obiettare che si tratta di una misura che, per le nostre economie, sarebbe costosa: ci ritroveremmo a pagare ad un prezzo maggiore moltissime merci che attualmente fa comodo acquistare a basso prezzo dai paesi emergenti, o da multinazionali che lì le producono. L’obiezione però suonerebbe ipocrita: se quelle merci venissero prodotte nel rispetto degli standard ambientali le pagheremmo comunque di più. Dobbiamo assumerci la nostra parte di responsabilità in questo. Come reagirebbero i paesi sul banco degli imputati? Non dimentichiamo che alcuni dei paesi interessati sono poi tra i principali esportatori di materie prime fondamentali per molti settori produttivi: eventuali ritorsioni potrebbero avere effetti drammatici sulle nostre economie. C’è speranza che l’imposizione di dazi possa essere efficace, in un mondo in cui l’economia è fortemente globalizzata, con pesanti e complessi intrecci tra i diversi stati?
Su un piatto della bilancia il mercato, sull’altro l’ambiente: l’unica speranza è trovare un modo per sfruttare il primo a vantaggio del secondo, e trovarlo alla svelta.
iMille.org – Direttore Raoul MinettiiMille.org – Direttore Raoul Minetti





