The Comencini saga. Censure, risate, intellettuali

di Chiara Lalli.

"Quando La Notte" di Crtisina Comencini

"Quando La Notte" di Crtisina Comencini

È sorprendente quanti spunti offra un film senza nemmeno bisogno di vederlo: censura, famiglia, ironia, insensatezza, cricca e gender. Il film in questione è “Quando la notte” di Cristina Comencini, tornato a far discutere di recente a causa della censura: vietato ai minori di 14 anni, secondo la Commissione di revisione cinematografica. Ogni film, infatti, deve ricevere il nulla osta prima di arrivare nelle sale. Nulla osta che può non arrivare “qualora [la Commissione] riscontri nell’opera cinematografica l’offesa al buon costume”.

Da quant’è che non sentivate questa espressione? A me fa venire in mente il codice Rocco o i film di Pietro Germi, ma lasciamo perdere questi dettagli e soffermiamoci sulle ragioni:

La violenza della madre sul suo bambino è inquietante, perché trattasi di una madre normale che, spinta dallo stress, diventa violenta verso il figlio pur non volendolo. Si ritiene che il vuoto di volontà di una madre normale ingenera inquietudine nei minori di anni 14”.

Madre normale? Che avranno voluto dire? Il vuoto di volontà ingenera inquietudine: solo quello che porta – secondo l’accusa – al far fuori un figlio oppure tutti i vuoti di volontà? E ancora: l’inquietudine è vietata dalla legge? L’inquietudine rischia forse di intaccare la stucchevole immagine delle famigliole felici che la Commissione vuole preservare per gli adolescenti, ma il divieto non è lo strumento adatto – meglio un Tavor.

Sembra superfluo soffermarsi sulle ragioni per cui la censura è uno strumento goffo, inutile e idiota. Sembra anche superfluo invitare i censori a guardarsi intorno e a provare a spiegare ai 14enni perché il TG1 e i vari show tritacarne vanno in onda in chiaro 24 ore su 24. Quelli sì, densi di inquietudine prima di tutto estetica. Chissà poi come spiegare ai 14enni l’ossessiva fissazione mediatica su Anna Maria Franzoni – il cui fantasma aleggia tra i commenti che riguardano la pellicola. La censura comunque viene revocata e il film il 28 ottobre esce nelle sale senza restrizioni. Chissà cosa ha dissolto l’inquietudine della Commissione.

Dicevamo prima che “Quando la notte” era tornato a far discutere: già lo scorso settembre a Venezia il film aveva sollevato reazioni furibonde e commenti più o meno inaciditi per alcuni giorni. E se la storia è ormai vecchia di cronaca, è pur sempre un evergreen per come si è svolta. Durante la proiezione il film aveva suscitato risate e sghignazzi, ma soprattutto la reazione indispettita di Cristina Comencini, seguita da una lettera altrettanto indispettita del marito di lei, nonché produttore del film (per la Cattleya), nonché neopresidente dell’Anica. Nella lettera inviata al direttore del Festival di Venezia, Riccardo Tozzi scriveva che ridere è inammissibile. Il film può non piacere, certo, ma le risate no, sono inaccettabili, una forma di violenza, chissà se spontanee poi. Il complotto è sempre dietro l’angolo.

La vicenda, già incresciosa, avrebbe potuto chiudersi qui, ma ovviamente in molti vogliono prendere parte a questa brutta commedia dell’arte. Ecco che Natalia Aspesi sfodera la sua spada laser (invece di Quando la notte mi sono rivista la saga, perdonate il riferimento) e in “Fischi alla Comencini, Uomini voi non capite”, pubblicato l’8 settembre 2011 su la Repubblica, riporta la difesa di Comencini: “Il mio è un film drammatico, non capisco perché riderne. Si vede che c’è gente incapace di sopportare forti emozioni, forse ci sono ancora uomini che hanno orrore del corpo della madre”.

È una ipotesi verosimile ridere per l’ansia (mi ricordo bene un tipo che ghignava selvaggiamente di fronte alle scene più intense de “Il Danno”), ma che alcune persone – in quanto uomini – siano poveri scemi incapaci di gestire emozioni forti, spaventati da mamma’ e che rifuggono la drammaticità e la profondità sentimentale, è una ipotesi che si commenta da sola. E poi ci sono altre ipotesi da considerare: si ride davanti a un prodotto scadente, ridicolo, brutto. Si ride di noia. Si ride perché ci si sente in imbarazzo – non per se stessi, ma per chi recita (vi capita mai? Si prova vergogna per qualcun altro immaginandosi al suo posto). Ecco, escludere tutte le altre ipotesi è infantile e miope. E poi non è che per dare il senso della solitudine devi andare a tremila metri di altezza (per come scrive Aspesi sembra che Comencini e troupe abbiano scelto di sacrificarsi per salvare il pianeta Terra).

Francesco Borgonovo aveva concluso così il suo pezzo uscito su Libero il 9 settembre 2011 “Voi non amate la Comencini…? La colpa è soltanto tua”:

“La categoria protetta “intellettuale de sinistra” va difesa manco si trattasse del panda. A parte che chi ha un accredito “industry” non è necessariamente un ragazzetto rincretinito, poichè durante” Quando la notte” a sghignazzare erano soprattutto critici e giornalisti, storditi dai dialoghi degni del peggior film polacco a doppiatore unico. Però questa è una verità inaccettabile, il genio di Cristina non va toccato, Repubblica intervista perfino Claudia Pandolfi che definisce le risate «piccoli atti di vandalismo che rompono la sacralità di un rito condiviso». Se c’è qualcosa che rompe, cara Claudia, è il vostro film.

Ma il sistema-Comencini funziona così: lei scrive il romanzo (per Feltrinelli), poi ne trae una sceneggiatura, poi il marito Riccardo Tozzi di Cattleya produce il film, Repubblica applaude. E se qualcosa va storto, Natalia Aspesi interviene. Ci salveranno le vecchie zie, disse qualcuno. Vale anche per la Comencini.

Ma cosa aspettarsi? Anche lui è un uomo.

In tutta questa vicenda la più grande assente è l’ironia. Anche se è in buona compagnia: sembrano mancare all’appello anche il sacrosanto riconoscimento che il pubblico possa non gradire e la consapevolezza che il non gradimento possa essere colpa nostra. Certo, possiamo rimanerci male – ma scrivere, fare film, recitare, entrano necessariamente in rapporto con il pubblico. Mica fai un film per vedertelo con le tue sorelle e i tuoi cugini. O con manichini imbavagliati. Mica scrivi un libro per farlo leggere e recensire dai tuoi amici e difensori a priori del tuo genio letterario.

La pretesa che la risata sia espressione di incomprensione e sintomo di vigliaccheria – che insomma sia colpa unicamente del pubblico perché non ha capito – è davvero esilarante.
Se non ora quando?

iMille.org – Direttore Raoul  MinettiiMille.org – Direttore Raoul Minetti

Nessun commento

Puoi essere il primo a lasciare un commento su questo articolo !

Lascia un commento

Subscribe without commenting