Spagna, ritorno al passato?

di Federico Martire e Filippo De Agostini.

Foto: Carlos Solana Contreras

Foto: Carlos Solana Contreras

STATO DELLE ARTI – Il prossimo 20 novembre, giorno dell’anniversario della morte di Franco, in Spagna si voterà per scegliere il nuovo governo. Sondaggi alla mano, il divario in termini di voti tra il candidato conservatore Mariano Rajoy e il socialista Alfredo Pérez Rubalcaba sembra pressoché incolmabile (intorno al 13%, secondo gli ultimi sondaggi dopo il faccia a faccia tv del 7 novembre). Appare quindi chiaro che le prossime Cortes saranno colorate del blu del PP di Rajoy, probabile vincitore di una maggioranza assoluta che gli permetterà di governare senza dover scendere a patti con le altri componenti del Parlamento.

La Spagna si affaccia al voto in un periodo di grande crisi economica e sociale. Con un tasso di disoccupazione record in Europa (il più alto dell’EU27 e quinto in Europa dopo Kosovo, Macedonia, Bosnia e Serbia), associata al rischio contagio greco ormai da mesi, gli iberici guardano alla tornata elettorale come necessità di cambio radicale. I motivi della fine del sogno (socialista) spagnolo sono da ricercare in un modello di crescita fortemente sbilanciato verso la finanziarizzazione dell’economia e l’associata bolla del mercato immobiliare, modello che pianta le sue radici nell’epoca del governo conservatore di José Maria Aznar, inquilino della Moncloa dal 1996 al 2004.

Va infatti ricordato che Aznar promosse, tra le altre cose, la famigerata ‘ley de suelo’ che ha incentivato la cementificazione del paese. Ed a partire dal 2004 i socialisti di Zapatero si sono distinti per l’incapacità (o la mancanza di volontà) di imprimere un cambio di rotta al sistema economico del paese, vivendo inizialmente sull’inerzia della crescita aznariana, per poi non affrontare adeguatamente e per tempo la crisi che è scoppiata nel 2008, fattore che purtroppo accomuna la Spagna a buona parte del continente europeo.

Gli esponenti del Partido Popular, guidato dal non molto carismatico Mariano Rajoy, già delfino di Aznar, si limitano a raccontare agli elettori che loro una ricetta per uscire dalla crisi ce l’hanno e che il paese ha bisogno di cambio dopo sette anni di governo socialista. Senza che però venga mai specificata qual’è questa ricetta magica.

Ma se il programma dei popolari è così vago perché gli elettori spagnoli gli dovrebbero tributare alle urne un successo quasi senza precedenti?

Come dicevamo, la spiegazione va trovata probabilmente nel fatto che il governo socialista di José Luis Rodriguez Zapatero non ha saputo contenere l’inarrestabile crescita del tasso di disoccupazione nel paese: a fine estate si assestava su quasi cinque milioni di disoccupati, vale a dire il 21,52% della popolazione del paese, con punte del 60% tra i giovani dell’Andalucía e dell’Extremadura . La grave colpa di Zapatero, che ai prossimi scrutini non si presenterà cedendo il passo all’ex ministro degli interni Alfredo Pérez Rubalcaba, è stata quella di affrontare con eccessiva timidezza, e con molto ritardo, il declino economico che ora attanaglia senza pietà il paese. Timidezza che è stata riconosciuta dallo stesso Rubalcaba, nel corso del faccia a faccia elettorale contro Mariano Rajoy.

Il PSOE della seconda legislatura di governo non ha affrontato con il dovuto coraggio le ragioni della crisi, coraggio che invece aveva dimostrato nelle riforme civili e sociali che alcuni anni fa avevano fatto della Spagna un paese leader in tema di uguaglianza, pari opportunità e diritti dei cittadini immigranti. Il Zapatero versione 2.0 si è però barcamenato sui temi economici, incapace di proporre una riconversione del sistema di crescita spagnolo e di dare centralità alla ricerca e all’innovazione in un paese statico, non riformando la ley de suelo (se non marginalmente) e vivendo troppo sugli allori dell’oramai datato modello aznariano.

Tutto questo non per dire che il PSOE meriti di vincere le elezioni – la mancanza di coraggio e iniziativa dei leader socialisti è stata grave – ma per spiegare ai fautori del ‘sono tutti uguali’, indignados in testa, che le cose non stanno proprio così.

FATTORE BASCO? – Poche settimane fa l’organizzazione terrorista separatista basca ETA ha annunciato la fine definitiva della lotta armata. Ironia della sorte, se fino a poco tempo fa la sicurezza nazionale e la lotta antiterroristica interna rappresentavano uno dei leitmotiv elettorali spagnoli, capace di spostare non pochi consensi, ora non sembra essere più così.

Proprio adesso che il processo di pace nei Paesi Baschi sembra saldamente stabilito e che il Governo in carica potrebbe vantare un bilancio positivo, a nulla varrà la sua ‘vittoria’ sull’ETA. E pensare che in passato, a fronte di un risultato assai magro, il PP aznariano riusciva ad imporre nell’agenda elettorale e politica il monotema ossessivo della lotta ani-terrorista, vantando i suoi “successi contro il terrorismo”, quando in Euskadi, in realtà, cambiava molto poco.

Già, perché stavolta, è il tema economico che domina la campagna elettorale, tema che oltretutto essendo trattato dai media spagnoli con estrema superficialità, finisce per fare il gioco dei popolari: detto in altre parole i media spagnoli si centrano unicamente sul problema dei “cinque milione di disoccupati” senza mai capire quali sarebbero le ricette del PP per dare lavoro alla gente disoccupata.

LA FINE DEL MITO DELLE AUTONOMIE REGIONALI? – Il più che probabile ritorno al potere del PP fa riflettere circa un probabile progressivo annullamento dello stato delle autonomie che ha garantito alla Spagna post-franchista di non spaccarsi: il ritorno al potere dei conservatori, supportato dal governo di varie comunità autonome, provocherà, con ogni probabilità con il pretesto di voler risparmiare su costi della politica e di amministrazione*, un progressivo ritorno al centralismo di matrice spagnolista, ponendosi così in aperto contrasto con le comunità più autonome nonché caratterizzate da importanti movimenti indipendentisti (ci riferiamo naturalmente ai Paesi Baschi e alla Catalogna). Invece di marciare dritti verso l’ipotesi federale di una Spagna plurale e multinazionale – sulla falsariga del modello canadese, come timidamente avanzato dal PSOE negli ultimi anni – lo Stato governato dal PP seguirà probabilmente la linea della Corte suprema del paese (si veda la parziale bocciatura dello Statuto di Autonomia della Catalogna), rischiando di cadere in una spirale di polemiche interne che potrebbero portare enormi benefici di visibilità ai movimenti indipendentisti. Come dire: i radicalismi si alimentano vicendevolmente.

OUTSIDER – Stando agli ultimi sondaggi, oltre a PP e PSOE, il Congreso di Madrid, ospiterà, diverse altre famiglie politiche: 1) Un nutrito gruppo di nazionalisti catalani e baschi di centro-destra (rispettivamente Convergencia i Unió ed il Partido Nacionalista Vasco-EAJ); 2) Rappresentanti del partito di sinistra Izquierda Unida, i cui leader Gaspar Llamazares e Cayo Lara stanno cercando di cavalcare il movimento degli Indignados e che hanno ricevuto l’appoggio di un nutrito gruppo di intellettuali prima vicini al PSOE zapateriano; 3) Eletti dei gruppi nazionalisti galiziani (Bloque Nacional Gallego), canari (Coalicción Canaria), asturiani (transfughi del PP) e navarri (UPN) e della sinistra ambientalista catalana e valenciana coalizzata nel movimento EQUO (vedi sotto); 4) La grande sorpresa potrebbe comunque essere il ritorno alle Cortes Generales della sinistra abertzale basca, fuori dal parlamento madrilegno dal lontano 2000.

OASI BASCA? – Al riguardo v’è da dire che Euskadi e Navarra sembrano essere le uniche comunità autonome in cui la crisi economica non la fa da assoluta padrone della campagna elettorale. Non a caso i sondaggi premiano quella sinistra abertzale, ossia l’equivalente dello Sinn Feinn dei baschi, che in passato, a torto o a ragione, non era mai stato capace di prendere in maniera netta e chiara le distanze da ETA.

Le cose però sembrano cambiare, anche se lentamente, e Bildu-Amaiur, nuova veste della vecchia Batasuna, sembra fortemente impegnata nel processo voluto dal suo carismatico leader Arnaldo Otegi, attualmente in carcere per scontare una pena di 10 anni per essere stato riconosciuto come dirigente dell’ETA. Per quanto possa non piacere il personaggio, bisogna riconoscergli un merito: alla pari di Jerry Adams in Irlanda del Nord, Otegi è riuscito nel far muovere il suo gregge, facendo capire che la lotta politica era l’unica via possibile, l’unico vero cammino per far avanzare la lotta indipendentista basca. Per continuare la nostra metafora agreste, va aggiunto che anche se è stato percorso un bel pezzo di cammino, la transumanza è ancora in corso, e Otegi e i suoi successori hanno ancora del lavoro da fare.

Nel frattempo è assai probabile che la sua formazione raccolga alle elezioni un importante successo e che sarà presente a Madrid con la maggior delegazione parlamentare basca, superando forse financo il PNV. Se gli eletti decideranno infine di sedere a Madrid (ricordiamo che lo Sinn Feinn non ha mai voluto occupare i suoi posti alla Camera dei Comuni di Londra) sarà allora interessante vedere come si comporterà la frangia più a destra del PP, impegnata quasi a tempo pieno nella lotta per l’illegalizzazione di Bildu-Amaiur. Possiamo già immaginarci scene di deputati nazionalisti spagnoli che abbandonano l’aula per protesta durante gli interventi dei seguaci di Otegi.

ECOLOGISTI – Va segnalata anche un’altra novità , giacché per la prima volta parteciperà alle elezioni una forza politica ecologista con ambizioni reali. Il partito EQUO fondato da ex-leader ambientalisti, ha già trovato sponda in alcuni ex militanti di Izquierda Unida. Certo le sue ambizioni sono limitate, tanto in più in un sistema elettorale come quello spagnolo, dove i piccoli partiti sono fortemente svantaggiati. Se arrivano ad ottenere due seggi sarà grasso che cola, ad ogni modo l’entrata dell’ecologismo nel panorama politico spagnolo va comunque osservato.

La disoccupazione e la sicurezza nazionale sono state le due storiche priorità politiche spagnole, ma in un mondo politico che offre sempre meno ideali, le lotte del movimento ecologista non vanno sottostimate, e questo è valido a Stoccarda, dove i Verdi tedeschi volano alto, come a Madrid dove son ancora in stato embrionale.

INDIGNADOS – Il movimento 15M, come già preannunciato, non presenterà alcuna lista alle elezioni, proponendosi invece come strumento di cambio dal basso attraverso la partecipazione cittadina in comitati di quartiere. Alcune delle tematiche proposte dagli accampati delle piazze spagnole sono state riprese da Izquierda Unida (ad esempio il blocco degli sfratti e il congelamento delle rate dei mutui, problemi sociali di enorme portata nel paese) e persino dal PSOE (imposta patrimoniale), ma la possibilità che vedano la luce nella prossima legislatura sono pressoché nulle, visto soprattutto l’atteggiamento di disinteresse e/o scherno dei popolari nei confronti del movimento.

C’è allora da domandarsi, ma chi protesta e chiede di non votare alle prossime elezioni, come pretende cambiare la politica, l’economia e la società spagnola? Con una rivoluzione armata come nei paesi arabi? E’ inimmaginabile portare alla luce provvedimenti effettivamente efficaci senza un compromesso politico ed elettorale forte: e quindi, se gli indignados non avevano intenzione di formare un movimento politico, perché non hanno cercato, attraverso la partecipazione attiva e congressuale, di ‘imporre’ questi temi – di enorme rilevanza sociale, peraltro – all’agenda politico-elettorale del PSOE e di IU? Perché questo timore all’impegno diretto? Tutte preoccupazioni che su iMille già avevamo espresso in maggio, e che non sembrano essere mutate da allora. Il risultato è che l’impatto del movimento sul risultato elettorale si misurerà in termini di decimi di punto, forse persino meno. Un’occasione sprecata, non c’è che dire.

NOTA

* Si noti, a titolo informativo, che il debito pubblico spagnolo è relativamente limitato (61% del PIL), mentre il deficit per l’anno 2010 si è assestato sul 9,3% del prodotto interno lordo.iMille.org – Direttore Raoul Minetti

3 Commenti

  1. Ma si può sapere qualcosa di più sulle politiche economiche proposte?
    Qual è il deficit previsto per il 2011? Quali provvedimenti sono in ballo e quali quelli già adottati?

  2. Federico Martire

    Le misure di austerità introdotte dal Governo Zapatero in agosto puntavano al risparmio di circa 5miliardi di Euro. L’obiettivo è di far scendere il deficit 2011 al 6% del PIL, tre punti in meno del 2010 e cinque del 2009. La Salgado (ministra dell’economia) ha recentemente confermato che seguendo la linea impostata dall’attuale governo già nel 2012 contano di riassestarsi sul 3%.

    Le principali misure adottate da ZP di sono mosse soprattutto su tre fronti:
    1. Aumento dell’imposizione sulle grandi imprese sino al 2013, bilanciato da una successiva riduzione a partire dal 2014 che compenserà i sovraccosti per il contribuente;
    2. Riduzione della spesa sanitaria delle Comunità Autonome (cui spetta la competenza) anche grazie ad una nuova legge sui farmaci generici;
    3. Tentativo di rilanciare l’economia e il settore immobiliare (in crisi nerissima) dimezzando le imposte sull’acquisto della prima casa.

    Riguardo ciò che sarà dopo il 20N, beh, qui nascono i problemi. Come diciamo nell’articolo, il PP vincerà a mani basse, ma di proposte concrete manco l’ombra; non a caso in questi giorni gli operatori di mercato sono tornati a concentrarsi sulla Spagna: con Rajoy si avrà pure stabilità, ma manca una prospettiva economica di medio periodo, cosa che agli investitori interessa.

    L’unica cosa che vale la pena ricordare è che Rajoy, un una delle sue ultime interviste elettorali, ha detto che il suo governo ‘taglierà ovunque possibile tranne che sulle pensioni’.

Trackbacks / Pings

Lascia un commento

Subscribe without commenting