Salvare il Pd da se stesso

di Marco Campione.

"Bandiera" di Senzaaggettivi

Ebbene sì, io c’ero alla Leopolda. C’ero perché mi hanno chiesto di dire alcune cose sulla scuola, ma soprattutto perché spinto da quella “timida, delusa e quasi diffidente curiosità” di cui si è detto qui. La diffidenza si è trasformata in speranza come auspicato da Faleg? Ancora no e – paradossalmente – non per colpa di Renzi. Il sentimento prevalente oggi è, per quel che mi riguarda, lo scetticismo. Non tanto su Renzi e sulla sua capacità di essere il leader del popolo democratico che si è riunito a Firenze o sulle idee che ne sono scaturite, ma scetticismo sulla sopravvivenza stessa del Partito Democratico.

Devo questo sentimento soprattutto alle reazioni alla kermesse fiorentina prevalenti tra i militanti, che hanno confermato come l’idea di un partito “esclusivo” si sia ormai impadronita di una fetta importante del popolo democratico. L’accusa principale mossa a Renzi è duplice: quella di lesa maestà e poi la più antica, quella di intelligenza col nemico, anzi di essere lui stesso il nemico. Uno di destra. Cosa gravissima perché è l’accusa in sé a mettere in discussione la possibilità stessa che possa esistere il Pd.

Come ha ben argomentato Giovanni Fontana:

[criticano Renzi] per il suo approccio liberale in economia (non per i matrimoni gay o per la legge 40). L’inevitabile assunto logico di questa posizione è che essere pienamente “di sinistra” equivale, precisamente, a essere marxisti tout court, al socialismo reale. Non a una socialdemocrazia, non al welfare, ma all’economia sovietica. In realtà si può essere “di sinistra” in tutte le mille possibili commistioni di liberalismo e socialismo, perché liberalismo e socialismo sono appunto le due grandi ideologie progressiste (che hanno una definita e universale idea di progresso, e che hanno fiducia nel suo perseguimento) degli ultimi tre secoli, e tutt’ora – anche dopo la caduta del Muro – convivono in tutte le democrazie del mondo. Perfino negli Stati Uniti c’è un limitato stato sociale.

Così la “base”, assecondata (se non ispirata) in questo da una buona fetta dell’attuale gruppo dirigente democratico (tra i big della maggioranza interna si è distinto per apertura al confronto sulle idee il solo Franceschini, mi sembra). Io non so se ci si rende veramente conto del rischio che stiamo correndo, che nulla ha a che fare con Renzi e il suo destino personale, del quale mi interessa il giusto.

Come se ne esce? A questo punto solo con un “disarmo”, secondo me. E con la consapevolezza che si è andati troppo oltre nella costruzione di un partito a sovranità degli elettori per riuscire a imporre la restaurazione di un’organizzazione più “tradizionale” senza ucciderlo quel partito. E come tutti i disarmi, anche questo ha bisogno della responsabilità di tutti.

Di Bersani, che dovrebbe chiedere ai “suoi” di non alzare troppo i toni (dice “ma ha cominciato lui…”, lo dice anche mio figlio di sette anni quando litiga con l’amichetto); di Renzi, che dovrebbe sciogliere ogni dubbio sul suo appartenere pienamente al Pd (ad esempio partecipando alla manifestazione del 5 novembre); di tutti gli altri attori di questo ottobre democratico che dovrebbero smettere di nascondersi dietro un dito e mettere in pratica quella normalità che teorizzano: rappresentano opzioni diverse che legittimamente si confrontano. Una cosa, appunto, normale, se ne facciano una ragione.

I giornali si divertono a elencare le 10, 100, 1000 correnti del Pd: caricature. Se domani ci fossero primarie di partito non avremmo più di 4 o 5 candidati, per l’appunto quelli che si sono manifestati in quest’ultimo mese o poco più: meno che in Francia per quelle del PSF.

Si abbandoni l’idea che la battaglia deve essere vecchi contro giovani, la battaglia o è delle idee o non è. Ecco perché, tornando al Sindaco di Firenze e al suo futuro, ha ragione da vendere Luca Sofri quando dice:

Il progetto Renzi ha bisogno di essere altro che non solo una persona e i suoi pensieri – non sempre leggibilissimi -, ha bisogno di altre teste, ha bisogno di prendere esempio da Montezemolo (solo in questo, per carità) e costruire e aggregare un gruppo, un movimento, una “corrente” nel senso di un’idea strutturata e fattiva alternativa a quella dell’attuale classe dirigente del Partito Democratico: a partire dai partecipanti alla Leopolda e dai loro progetti ma andando oltre.

A parole, dal palco della Leopolda, Renzi si è impegnato a farlo. Lo attende ora la prova dei fatti. E non lo dico tanto per il mio orrore per i movimenti e partiti “personali”, ma per un sano pragmatismo: senza le intelligenze (e ce ne sono tante dentro e fuori il Pd) capaci di trasformare 100 idee in 100 azioni di governo non si va da nessuna parte. La difficoltà per Renzi, qualora volesse procedere in questa direzione, sarà quella di non selezionare sulla base della logiche più gettonate fin qui nei partiti politici: quella “amico-nemico” e quella dell’attuale radicamento nel partito. Un metodo di selezione molto in voga fino ad ora, ma fallimentare perché porta alla chiusura e all’autoreferenzialità.

In sintesi, ciò che deve avvenire perché lo scetticismo si trasformi in speranza è l’avverarsi di due condizioni: la presa d’atto da parte della generazione dei cinquantenni (o più) che il Pd è un modello di partito mai visto prima e che questa è la sua forza; la presa d’atto delle generazioni successive che sono loro che dovranno mettere in campo un confronto vero, su divisioni reali e non posticce. Dimostrino tutti insieme – questo sì – di voler rottamare la pratica che più ha fatto male alla sinistra del secolo scorso e dell’inizio di questo: il falso unanimismo.

Sono pronti? Spero di sì. E comunque, vista anche la crisi che sta attraversando il Paese, mi sento di concordare con il Sen. Tonini, che sul suo profilo Facebook giorni fa ha scritto:

Noi più vecchi lavoriamo sodo per dar vita ad un governo del Presidente, che metta in sicurezza il paese e chiuda per sempre la stagione del berlusconismo. Nel frattempo loro, i più giovani, potranno usare il prossimo anno per dar vita ad un grande confronto democratico, dal quale far uscire la nuova classe dirigente, insieme alle idee nuove per l’Italia di domani.

iMille.org – Direttore Raoul Minetti

iMille.org – Direttore Raoul Minetti

3 Commenti

  1. Robert

    Credo che ci sia una contraddizione strisciante in tutto questo. Un partito politico dovrebbe esistere attorno a idee che esistono già, e ne definiscono la sostanza. Invece, l’impressione è che esista il PD come mera struttura burocratica e di potere, ma in cerca di un’identità fatta di idee che possa darle coerenza. E non basta dire: sì ma siamo tutti progressisti, dato che nessuno dà una definizione di progresso. Non basta dire: siamo tutti solidaristi, quando non c’è una chiara idea di cosa sia questa solidarietà. Ci vuole una convergenza su idee complesse, sofisticate, analiticamente costruite su presupposti logici compatibili. Altrimenti non c’è poi grande differenza con gli slogan del populismo. E la tentazione di dire: il PD è una mera burocrazia, erede della burocrazia del PCI, è fortissima.

  2. uqbal

    Bravo Tonini.

    Campione ha ragione a dire che il pd deve essere un partito dai mille fiori (per usare una metafora che ai nostalgici piacerà tantissimo) e non una conventio ad exlcudendum, però è anche vero che vi deve essere una coerenza di fondo.

    Io credo che Renzi appartenga pienamente a questa coerenza di fondo, ma le sue idee sono assai diverse da quelle dell’attuale direzione (che io considero del tutto fallimentare).

    Una dialettica sana potrebbe essere: tu hai questo approccio, io questo, vediamo chi vince chiedendolo al partito. La Direzione si sta sottraendo a questo discorso con l’argomento che questo “sondaggio” è già stato fatto al momento dell’elezione del segretario. Forse. Però i fatti richiedono che si ritorni sull’argomento: sono cambiate la situazione, le priorità, i tempi e le possibilità. Il partito inoltre è del tutto fermo. Non si può di certo dire che Renzi si stia mettendo di mezzo a chissà quale grande operazione politica: il programma è inesistente, in attesa che si definiscano alleanze indefinibili a prescindere.

    Quindi ben venga la spinta della Leopolda.

  3. Il problema è se il PD attuale, con pochi iscritti e con una classe dirigente bloccata, ha abbastanza forza per esaurire al proprio interno la selezione della linea. La via tracciata con le primarie ci dice di no: solo il coinvolgimento diretto degli elettori (migliorabile per carità nelle forme, ma non nella sostanza) dà un serio imprimatur alle candidature e alle scelte. Bersani ha stravinto il congresso come lo ha finto prima di lui Veltroni, ma mettendo insieme tutto e il contrario di tutto. Renzi ha il pregio di tracciare una linea e costringere a schierarsi cosa che finora nel PD non si è fatto. Accordi su accordi che hanno prodotto solo leadership zoppe con linee oscillanti.

    Temo, con Campione, che il problema sia più profondo, quasi antropologico. C’è chi mi risponde che il programma lo si sta scrivendo nelle sedi di partito, ma se i circoli sono chiusi e le federazioni sono composte da quote percentuali (con quota rosa inclusa)?

    Su 52 milioni di elettori un partito con 500mila iscritti può permettersi di arrogarsi il diritto di fare le scelte al suo interno e chi è minoranza nel partito o tace o si accomoda fuori? Mi pare ovvio che saranno in molti ad andare fuori dai 500mila.

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