Non essere Rosy Bindi

di Emanuela Marchiafava.

 

La cosa che mi ha colpito di più nei primi cento giorni da assessore provinciale è quanto spesso nelle mie prime uscite pubbliche io sia stata poco percepita come una figura politica, come assessore appunto.

D’accordo che faccio politica solo da quando è nato il PD e non sono mai stata un personaggio pubblico, ma quando intervengo per la prima volta a un’inaugurazione, una manifestazione, un convegno c’è sempre chi si chiede o mi chiede se sono:

1 – la moglie del presidente della provincia (se ci presentiamo insieme.)

2 – un funzionario (e con lo sguardo cercano l’assessore cui stringere la mano tra i dirigenti che mi accompagnano.)

3 – “chi è quella biondina seduta al tavolo dei relatori?” (in questo caso non me lo chiedono ma me lo riferiscono le “spie” in sala).

 

Ve lo racconto anche a rischio di mettermi in imbarazzo o di essere fraintesa perché credo che parte del lavoro per rendere giustizia al ruolo delle donne nella società italiana sia ammettere che l’estetica e l’adozione di canoni non prettamente maschili contano e influiscono sulla percezione dei ruoli politici femminili a vario titolo e a diversi livelli.

Ora, nel mio caso personale, immagino che le reazioni siano anche orientate dalla constatazione di avere di fronte una donna che non assomiglia né alla Carfagna né a Rosy Bindi e che osa sorridere invece di assumere atteggiamenti da valchiria; questi due semplici elementi hanno spiazzato gli interlocutori portandomi più in generale a riflettere sulla quotidiana percezione delle donne che ricoprono ruoli politici.

 

La mia esperienza è sicuramente limitata e parziale e pertanto non pretende certo di elevarsi a paradigma, è solo un’applicazione pratica, che può concorrere tutt’al più a comporre una polaroid, un’istantanea di un attimo che si ripete forse altrove, forse all’infinito.

Prima di chiederci come le donne sono percepite, ripassiamo quanto e dove sono presenti: su ventisette paesi che compongono il Parlamento europeo, l’Italia è al 24° posto per quanto riguarda la proporzione tra uomini e donne (79% a 21%), mentre la rappresentanza femminile è ferma al 21% alla Camera dei Deputati e al 18% al Senato e al contempo le Presidenti di Provincia sono il 12% e gli assessori provinciali il 17% del totale.  E su 118mila amministratori comunali solo il 18% sono donne.

 

Questo per quanto riguarda le amministrazioni pubbliche, ma non bisogna illudersi neanche per quanto riguarda i ruoli apicali nel settore privato tant’è che occorrerà monitorare con attenzione se e come sarà rispettata e applicata la legge presentata dal ministro Carfagna (approvata a giugno 2011) che prevede che “i consigli di amministrazione e gli organi di controllo delle società quotate e delle controllate pubbliche non quotate dovranno essere composti da un quinto di donne a partire dal 2012 e da un terzo dal 2015”.

Anche qui, un esempio: a un tavolo per lo sviluppo economico si sono presentati tutti i soggetti invitati che rivestono un ruolo importante in provincia ossia banche, fondazioni, associazioni di categoria, università, policlinico, sindacati; tra i trenta presenti in sala solo una era donna.

 

Ecco come e quanto i numeri statistici apparentemente neutri si rispecchiano nella quotidianità: in una presenza femminile drammaticamente scarsa ai tavoli decisionali, una presenza che spesso è sottoposta alle forche caudine di un pregiudizio (l’aspetto estetico) e di una diffidenza (le quote rosa). Perché se non assomigli né alla Carfagna né a Rosy Bindi allora non rientri nelle icone politiche assimilate a vario titolo e allora, forse “ti hanno messo lì” per il rispetto delle quote rosa.

La prima ragione delle quote rosa, invece, consiste proprio nell’assicurare una diversa composizione dei tavoli decisionali, tale da modificare la natura e il tipo delle decisioni che quello stesso organismo prenderà. Ecco perché tanta è la resistenza all’applicazione effettiva delle quote rosa: diminuzione dei posti disponibili per gli uomini “in fila” e sostituzione con donne che “non lo meritano”.

 

Sono queste le conseguenze palpabili che le donne in politica devono affrontare dopo vent’anni di berlusconismo ma non solo perché, inutile negarlo, il berlusconismo ha “solo” esacerbato alcune posizioni e pregiudizi purtroppo ben radicate.

 

E a peggiorare le situazione ci si mettono pure le donne, bisogna ammetterlo, che troppo spesso commettono due errori imperdonabili: rinchiudersi nei recinti e definirsi migliori.

Infatti, spesso si dedicano a gruppi di lavoro di sole donne (come la conferenza delle donne del PD articolata sui livelli organizzativi locali, dal provinciale al nazionale): io li ho sempre considerati degli ottimi “pretesti” per impegnare le donne altrove. Che spesso, infatti, scelgono di dedicare gran parte del loro impegno politico proprio lì. Missione compiuta.

A inizio ottobre, invece, ho ricevuto dall’organizzativo del PD l’invito a partecipare al 1° Forum nazionale delle amministratrici che testualmente recitava: “Sappiamo che proprio le donne, messe ai margini dello sviluppo del paese da un governo che riserva loro solo altre “agende”, possono oggi essere il perno di una nuova crescita. …Parleremo delle manovre del governo, di quanto danneggino gli enti locali, le cittadine e i cittadini, ma faremo anche le nostre proposte basate sul rilancio delle esperienze di buon governo delle donne che hanno saputo in tante città e regioni migliorare la qualità delle vita, far quadrare i bilanci e riformare le istituzioni.”

Posso usare una locuzione abusata e rischiare il linciaggio? Così-non-si-va-da-nessuna-parte!

A parte il grave errore comunicativo di rievocare la considerazione minima in cui è tenuta la figura femminile dall’ormai ex governo proprio nel momento in cui si rivendica un ruolo centrale, quella lettera mi ha infastidito: io, in quanto donna, non sono meglio di nessun altro e neppure mi sento una vittima. E se devo partecipare a un forum degli amministratori, non scelgo quello in cui l’accesso è limitato per genere.

Le donne attive in politica dovrebbero rifiutare i “recinti” e uscire: uscire nelle piazze, presidiare gli eventi pubblici dove gli uomini la fanno da padroni, pretendere il posto da relatori nei dibattiti…

Perché è un delitto limitarsi a fare le domande: dobbiamo dare le risposte. E competere per farlo.

Serve anche questo, perché sempre meno persone si chiedano “chi è quella biondina seduta al tavolo dei relatori?”.

 

iMille.org – Direttore Raoul MinettiiMille.org – Direttore Raoul Minetti

15 Commenti

  1. Stefano

    Rosy Bindi è fra gli esponenti (di entrambi i generi) migliori della politica italiana ed un paradigma di ciò che non è il berlusconismo, da cui non a caso è stata presa ad icona di donna “brutta” quindi “inutile” indipendente dalle qualità personali. Mi pare che in questo post si tenda a riprendere quello schema, il che mi pare piuttosto offensivo (anche perché cosa significhi non essere la Carfagna è chiaro, ma non essere la Bindi no lo è altrettanto).

  2. Stefano, invece mi pare che il paradigma sia molto calzante. La donna in politica o è una “bonazza” oppure una che ha rinunciato ad una femminilità “standard”, una che sembra una mezza suora, una che non si trucca, non si cura i capelli, veste in stile monacale per esempio. Non che siano vietate né da biasimare queste cose ma rientrano in un cliché. Una signora in tailleur non anziana fa specie … eppure è la regola nella società italiana, ma va bene se è la moglie del presidente.

  3. ODIO

    quando in contesti professionali gli uomini si comportano con le donne come se fossero donne – appunto – e non esseri neutri

  4. Rosy Bindi va spesso dal parrucchiere (altrimenti non avrebbe i capelli lisci e ordinati), si trucca in modo leggero, porta qualche sobrio gioiello, si veste non come una monaca ma come una signora sessantenne non molto snella per la quale le mises vistose sarebbero inopportune . Detto questo (l’occhio femminile è per forza più attento), non capisco come il titolo si adatti al contenuto dell’articolo.

  5. Fabio

    Ma invece di scrivere l’ennesima riflessione sul ruolo delle donne in politica, perché non utilizzare questo blog, autorevole, per raccontare alcune realizzazioni innovative ed esemplari, da lei sviluppate durante questo suo mandato amministrativo? Credo che raccontare e comunicare i progetti innovativi realizzati, sia l’unico esempio di valorizzare il contributo di un politico alla gestione della cosa pubblica. Occorre far parlare i fatti più che le parole. Buon lavoro.

  6. Maria Paola Ferretti

    Anch’io, pur condividendo il contenuto dell’articolo, trovo il titolo imbarazzante. Perche’ non vedo come lo slogan non essere Rosi Bindi possa aiutare la causa femminile. Invece ci fossero piu’ Rosi Bindi ! Lo intendo nel senso di piu’ donne visibili e influenti in politica, libere di vestirsi, truccarsi, pettinarsi come credono piu’ opportuno, senza che questo diventi il metro per giudicare la loro statura politica.Istituire una scala di immagine che va dalla Cafagna alla Bindi per collocarci, o anche propporci come un terzo modello mi pare fuorviante, antipatico quanto come il modello della Cafagna bona e della Bindi brutta e chi lo ha sdoganato.

  7. A me il contenuto è chiarissimo e il titolo pure: in Italia prospera il pregiudizio (tra i tanti pregiudizi sessisti) che se sei una donna mediamente conforme allo standard di bellezza comune allora non puoi essere né competente né professionalmente all’altezza del posto che ricopri. Qualunque esso sia. Non appena si cerca di diffondere uin’idea di “normalità”, i pregiudizi sessisti fioccano da tutte le parti politiche, rivestiti da stereotipi: la “vittima”, la “brutta ma capace”, la “discriminata”, la “biondina”, quella “in quota rosa” e così via. Com’è noto, il sessismo è trasversale alle forze politiche e ai programmi di partito.
    Se non è chiaro ancora a tutti, anche la Bindi è diventata uno stereotipo – non certo per colpa sua. Il titolo mirava proprio ad evidenziare questo.
    Dàje Emanuè.

  8. Francesco Cerisoli

    Mara, hai ragione. La dicotomia non e’ da intendersi “o bonazza o gavitello”. Casomai, direi, giovane avvenente che fa quel che fa perche’ appunto giovane e avvenente, e politica di carriera (puoi metterci la BIndi come Livia Turco, o la Finocchiaro…). Ed e’ verissimo quel che dice Emanuela: per noi uomini questo tipo di categorizzazioni sono imprinted, specie dopo gli ultimi 20 anni…

  9. eh, devo dire che purtroppo il test è riuscito:a una prima lettura il confronto Carfagna / Bindi viene dai più centrato sull’aspetto estetico.
    Io invece intendevo l’autorevolezza; certo era fuorviante, ma non bisogna fermarsi alle apparenze. E invece in tanti siete partiti in quarta con gli stereotipi, proprio quelli che combatto tutti i giorni.
    E “Non essere Rosy Bindi” sta per non avere la sua autorevolezza, non la sua messinpiega.
    Pensateci.

  10. Fabio

    Un test? Guardi che anche Rosy Bindi e’ stata cooptata sia nella carriera universitaria, sia nella DC, quando gli hanno aperto le porte della politica, in virtu’ del suo ruolo, importante, nell’associazionismo cattolico. Possono cambiare le persone ma i metodi di sviluppo delle carriere non mutano di molto.

  11. Antonella

    Prima di tutto auguri. Sintetizzo: 1) le reazioni sono proprio perché sei una donna, 2) mi permetto di dirti questo: tu sei Emanuela per cui muoviti con il tuo cervello, le tue idee, il tuo entusiasmo, nei prossimi incontri non permettere a nessun di cercare altrove, nella mia esperienza non ho mai esitato a farlo e credimi poi cambia. Un esempio: tanti anni fa, ma vale ancora oggi, durante una riunione fissando gli occhi di tutti gli uomini del mio partito (allora si chiamava PCI) chiesi se non fosse ora di piantarla di scegliere sempre le donne per i servizi sociali e mettere gli uomini nell’edilizia e lavori pubblici e mi fermo qui. P.S.: bello il PD fatto di volti nuovi e di volti con le rughe e spero tanto che diventi un’onda enorme dove ognuno faccia la sua parte e la pluralità di idee si traduca in un progetto valevole dai 0 ai 100 anni, auguri di nuovo!!

  12. alida castelli

    cara assessore ( usiamo anche il femminile nell’indicarci, come prevede del resto la direttiva pollastrini – nicolais del 2007 che perfino brunetta ha dovuto recepire nella sua rIforma)
    capisco il tuo sconcerto, essere donna in un club quasi solo maschile ci costringe ad essere delle testimonianze, e non è facile. Ma avendo vissuto esperienze simili alle tue mi permetto di darti qualche indicazione, non consigli.
    Intanto diamo a cesare quello che è di cesare. La legge sulle quote delle donne nei CDA non è di carfagna, ma è un progetto di legge bipartisan di mosca (PD) e golfo(pdl).
    In secondo luogo esiste una legge la legge quadro sulle autonomie locali il dlgs 267/2000 che all’articolo 6 comma 3 sostiene che nelle giunte locali, ci dev’essere una equa rappresentanza dei due generi e tale norma va recepita negli statuti. In base a questa norma insieme alle consigliere di minoranza del comune di Roma ho firmato un ricorso al TAR che ha azzerato la giunta Alemanno. la stessa norma prevede che anche nelle società controllate dagli enti (municipalizzate ed altre) ci debba essere la presenza equilibrata dei due generi. (quindi niente quote rosa, ma quote di genere).
    Quindi cara assessore, coraggio, hai molto su cui cimentarti per essere meno sola, ma da ultimo mi permetto di dirti di non snobbare le occasioni di confronto di sole donne, forse per capire meglio perchè e come sei arrivata a fare l’assessore non ti farebbe male.
    Alida Castelli – consigliera di parità Regione Lazio

  13. grazie delle precisazioni e degli arricchimenti, Alida.
    Io però non mi sento affatto sola, anzi e so come sono arrivata a fare l’assessore: con un egregio lavoro di squadra.
    Una squadra che si chiama pdpavia e che ha voluto investire su di me.
    Lavoro bene in questa giunta e sono in un pd provinciale con cui la collaborazione è massima e alle cui attività continuo a partecipare.
    Qui non si tratta di “snobbare le occasioni di confronto di sole donne”, perché il mio non è un giudizio negativo, non le considero inferiori a niente altro. E’ che non mi piace nessun organismo o attività che si definisce migliore di altri e questo è il motivo per cui non ho partecipato al convegno delle amministratrici: io ho molto da imparare e niente di cui vantarmi, non voglio sentirmi un’eletta, spero di aver reso il paradosso ;)
    Al contempo, constato come molte donne dedicano la maggior parte del loro impegno politico alla partecipazione ai consessi femminili; quella che dovrebbe essere una partecipazione accessoria, che arricchisce e approfondisce la partecipazione politica diventa invece esclusiva ! Con buona pace degli altri…
    E poi io preferisco confrontarmi in consessi i più ampi e diversi da me possibili: voglio confrontarmi, mettermi alla prova, testare le mie capacità proprio dove e quando meno so e più ho da imparare. Frequentare invece ambiti molto simili a me ha un effetto rassicurante e di condivisione; tutte aspettative e richieste legittime, per carità, ma non fanno spesso per me. Poi, posso benissimo sbagliarmi e scoprire altri ambiti solo femminili ma ampi e variegati dove non si discute di “temi femminili”; perché se c’è una cosa che mi fa arrabbiare è definire “femminili” ambiti come la conciliazione dei tempi, l’istruzione, l’assistenza familiare ecc.

  14. Luca Barba

    Non sono molto a favore delle quote rosa (o quote di genere). Mi sembrano delle riserve indiane in cui piazzare qualcuno solo perche’ appartiene ad un genere. Si finisce naturalmente nella cooptazione in quanto avrai bisogno di una donna non di una persona valida.

    Allora perche’ non quote colore, razza o simili ?

    Bisogna incentivare l’occupazione femminile, in maniera che naturalmente a tutti i livelli il gap (che c’e’ e riflette la struttura carente del nostro paese da questo punto di vista) si chiuda.

    Concordo molto con quelle che dice Emanuela sui gruppi di sole donne e soprattutto sul sentirsi migliori. Sono limiti psicologici pesantissimi alla piena maturita’ di un rapporto equilibrato. Si critica storicamente l’approccio di superiorita’ dell’uomo verso la donna e poi lo si replica al contrario.

    Curioso

  15. Gianni

    Conciliazione dei tempi e assistenza famigliare sono temi che riguardano piu’ spesso le donne, e’ un fatto. Come quello che la silicosi riguarda di piu’ i lavoratori delle miniere che gli impiegati. Adesso non e’ che per snobismo si debba saltare dall’ altra parte dell’ asino, eh. Capisco che fare politica sia un sacco bello e si incontri tanta gente interessante, ma si e’ li per essere utili a tutti, mica solo per divertirsi.

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