Meno stato e meno mercato

di Corrado Truffi.

 

Caro Ivan, caro Raoul, caro Marco, Cara Irene e cari tutti voi che ho cominciato a conoscere ed apprezzare fin dall’inizio dell’avventura deiMille nella sua versione “movimento politico”,

Proprio perché vi stimo, e vi voglio bene, e proprio perché grazie ai vostri ragionamenti, alle vostre analisi e alla vostra pratica politica ho potuto aprire la mia mente di ex comunista di mezza età verso un modo più liberale di vedere le cose, più attento alla libertà individuale e alle possibilità di realizzazione delle persone – proprio per questo mi chiedo e vi chiedo per quale motivo ultimamente ho il sospetto che tutti voi (e con voi tutto un certo mondo di sinistra liberale) stiate diventando improvvisamente vecchi di fronte ai mutamenti del mondo. Senza accorgervene.

Voi siete stati capaci di chieder conto al corpaccione del vecchio partito e della vecchia politica di tutte le sue inadeguatezze e di tutta l’incapacità di stare al passo coi tempi. Come giustamente dice Ivan, nel nostro mondo che va veloce c’è bisogno di una politica contemporanea, e la politica espressa dalle nostre classi dirigenti negli ultimi anni non è certo stato un esempio in questo senso, sia nel merito, sia perché a incarnarla stavano persone ben poco “contemporanee”.

Però adesso, di fronte alla grande crisi globale e alla sua incarnazione italiana, vi vedo come presi da una certa afasia e – come dire – da una certa coazione a ripetere. A ripeterele ricette che nel recente passato sembravano le più adatte a svecchiare il nostro paese e che invece ora, alla luce dei fatti, sembrano più adatte ad affossarlo del tutto.

Quel che mi stupisce è che proprio voi, che mi avete insegnato la capacità di leggere il presente, abbiate smesso di farlo, rifiutandovi di vedere quanto il percorso della storia dovrebbe rendere molto evidente. Il percorso della storia ci dice che la liberazione di ricchezza, di libertà e capacità umana, assicurato dalla globalizzazione, si è scontrata con due enormi ostacoli che ne hanno frantumato la forza.

Il primo ostacolo è l’instabilità strutturale e sistemica del capitalismo, quella caratteristica che in tutte le fasi di crescita si tende a dimenticare fino al punto che la teoria economica inizia a parlare di fine dell’esistenza del ciclo economico. Raoul, il fatto che oggi siamo palesemente in un “Minsky moment” dovrebbe chiarirci finalmente che non basta pensare ad una qualche più o meno blanda regolazione del capitalismo per realizzare un mondo un po’ meno ingiusto. Quelche serve è ben di più di una semplice regolazione, è una politica che stabilizzi l’instabilità strutturale attraverso una parziale socializzazione dell’investimento, ossia della componente volatile e strutturalmente instabile del ciclo. Del resto, l’evidenza con cui tutte le iniezioni di liquidità, tutti i fondi salva stati s’infrangono nella sfiducia dei mercati, non sta lì a segnalarci che un sistema strutturalmente in mano alle aspettative e agli animal spirits non è una soluzione?

Il secondo ostacolo è, con tutta evidenza, lo scoglio energetico, climatico e della crescita della popolazione. Il vostro – e il mio – progressismo, la vostra fiducia nella scienza e nella tecnologia vi portano a pensare che uno sviluppo sostenibile sia possibile. Sappiamo bene che è certamente possibile una crescita immateriale, una crescita nella quale l’intensità tecnologica del prodotto sia tale da compensare (più che compensare) l’impatto ambientale della crescita fisica di prodotto e popolazione. Insomma, siamo o dovremmo essere tutti d’accordo per una decrescita riformista. Però non vi vedo molto consapevoli di cosa ciò significhi peril modello di sviluppo da adottare, per il sistema di regole di cui dotarsi. Mi sembra che, sulla scorta della vostra illusione liberale, siate convinti anche in questo caso che la soluzione sia una vasta libertà regolata, associata ad un ben congegnato sistema di incentivi, mentre lo sforzo necessario a riorientare la produzione in senso sostenibile si scontra contro vantaggi del business as usual talmente forti che nessuna blanda regolazione sarà mai in grado di contrastare. Detto in altri termini, anche in questo caso il modello che servirebbe implica governo e socializzazione di parte degli investimenti.

Ecco, mi rendo conto che una simile prospettiva sia quanto di più lontano dalla vostra forma mentis. E richiami immagini di un passato statalista o, peggio, da socialismo reale, che ritenete giustamente una iattura da allontanare con tutte le forze.

Tuttavia, i dati di fatto della grande crisi ci dicono proprio che di una simile prospettiva c’è gran bisogno, salvo pensare che il destino delle grandi crisi cicliche sia in fondo un destino accettabile a fronte dei vantaggi del metodo di produzione capitalista e di mercato. E salvo sperare – davvero in modo irragionevole – che si troverà sempre il modo di rendere infinite risorse finite. Salvo, insomma, pensare che da questa crisi si possa uscire con ricette “normali”, che sia solo questione di fine tuning, di capacità e credibilità delle classi dirigenti, di onestà e decisione, e nella migliore delle ipotesi di una certa attenzione alla giustizia sociale.

Vorrei vedervi reattivi di fronte a questi problemi, meno affaccendati e limitati nell’ostinato attacco alle rigidità stataliste del sistema Italia e al conservatorismo di sinistra. Vorrei vedervi capaci di usare questa vostra forza – la vostra sacrosanta polemica “contemporanea” contro la vecchia Italia, per la liberazione dei talenti e del merito, per lo scatto generazionale e l’apertura mentale – non per riproporre semplicemente di fare in Italia ciò che si è fatto in Inghilterra o in Spagna qualche hanno fa, ma per ragionare su una risposta nuova alle mutate condizioni del mondo nuovo.

Una risposta che io sintetizzerei prima di tutto in un’idea molto semplice: il mondo (e soprattutto l’Italia), ha bisogno di meno Stato e meno mercato. Meno Stato, per tutte le ragioni su cui avete scritto edetto, perché c’è bisogno di libertà, efficienza e leggerezza e non di costose ed inefficienti burocrazie. Meno mercato, perché alcuni grandi investimenti strategici, certi “beni comuni” (lo dico fra virgolette perché concordo con voiche bisogna rifuggire da certe semplificazioni ideologiche), alcune scelte produttive necessarie a salvare l’ecosistema, devono essere resi pubblici (non necessariamente statali) e rigorosamente sottratti ai fallimenti del mercato.

****

P.S.: Carissimi, ho scritto quanto sopra mentre ero off-line, nel silenzio dei Monti Sibillini, e non potevo leggere le vostre discussioni sulla diatriba Ichino/Fassina o su Renzi,del quale mi arrivavano echi televisivi e giornalistici più o meno precisi. Mi spiace, ma non sono affatto d’accordo con l’articolo/appello pubblicato su iMille. Sulla questione della politica del lavoro, tendo a credere che l’architettura pensata da Ichino sia quella più ragionevole e giusta. O per meglio dire, credo che sia stata quella più ragionevole e giusta nel quadro economico dato fino alla grande crisi attuale. Però non si può pretendere che, nel momento in cui Ichino “abbocca” alle idiozie di Sacconi, il buon Fassina non sia praticamente costretto a dire quel che ha detto.  E poi,davvero, credete che i tempi di ferro che si annunciano siano adatti a una raffinata riforma del welfare in senso liberale?

Infine, vi chiedo: ma di fronte a quel che sta succedendo, siete davvero sicuri che le vostre risposte siano – ancora – quelle giuste? Oppure non vi viene il sospetto che le ingenuità di chi dice “questo debito non lo paghiamo” siano meno folli della realtà della finanza mondiale? E che quindi chi cerca di vedere le cose in modo diverso dal solito, dovrebbe essere almeno un po’ ascoltato?

iMille.org – Direttore Raoul MinettiiMille.org – Direttore Raoul Minetti

20 Commenti

  1. Maurizio Bovi Maurizio

    Ciao,
    anche se non sono direttamente chiamato in causa voglio comunque offrirti un elemento di riflessione. Tu dici: “Quel che serve è ben di più di una semplice regolazione, è una politica che stabilizzi l’instabilità strutturale attraverso una parziale socializzazione dell’investimento, ossia della componente volatile e strutturalmente instabile del ciclo”. Io ti domando: chi ci dice che i fallimenti del mercato saranno poi minori di quelli dello Stato? Per come la vedo io la miglior cosa che può fare lo Stato è garantire a tutti, e fin da piccini, la possibilità di operare ad armi pari nel mercato. Cioè lo Stato deve essere l’arbitro, non un giocatore. Se è vero che è seguita ad una crisi del mercato, non stiamo forse vivendo una crisi causata dal debito pubblico generata da politici dissennati? D’altronde, sono d’accordo su altre parti del tuo discorso, specialmente quando critichi la burocrazia (ovvero un altro fallimento dello Stato, o no?).

  2. Michele Ballerin

    La mia impressione è che Corrado, dall’alto di una di quelle morbide, vellutate montagne, veda lontano e veda giusto. Condivido le sue inquietudini. Si avvicinano tempi nuovi: e guai a chi se ne accorgerà troppo tardi.

  3. Un applauso commosso a Corrado.

  4. Ringrazio Michele e Filippo per i complimenti perfino eccessivi.
    A Maurizio, che giustamente esprime perplessità sui fallimenti dello Stato come sostituto al mercato, farei notare che quando parlo di “socializzazione dell’investimento” (probabilmente in modo un po’ criptico, lo ammetto), non penso alla statalizzazione, che è solo uno dei possibili metodi per farlo, e sicuramente il peggiore.
    Per esser chiari: l’idea della “socializzazione dell’investimento” come stabilizzatore del ciclo è una citazione di Minsky che, a sua volta, riprende ed interpreta – a mio giudizio correttamente – il pensiero originario di Keynes. Il modo con il quale si dovrebbe perseguire questo obiettivo (che, come dico nel post qui sopra, viaggia congiunto all’obiettivo della sostenibilità ambientale), probabilmente non è quello a cui pensavano Keynes e Minsky che, in fondo, scrivevano l’uno almeno 60 e l’altro almeno 30 anni fa, in un altro mondo.
    Il modo dovrebbe essere (perdona lo schematismo) qualcosa come:
    1) un “livello uno” assicurato da quel che dici tu: per tutto ciò che resta “mercato”, lo stato deve essere rigoroso e potente regolatore, ma nulla più. Arbitro, appunto. E che il mercato e la concorrenza e la libera iniziativa si muovano in piena libertà entro le regole date.
    2) un “livello due” nel quale lo stato si occupa di gestire direttamente o indirettamente, e comunque di orientare, i servizi che sono tradizionalmente suoi: il monopolio della forza (sicurezza e difesa) e lo stato sociale “minimo” (sanità, welfare, scuola istruzione e ricerca)
    3) un “livello tre” per tutto ciò (ed è tanto) che deve essere sottratto allo stato e al mercato, perché bene comune, perché necessario alla stabilizzazione del ciclo (i grandi investimenti, nonché un livello di investimento diffuso e mai eccessivo che funzioni da regolatore del ciclo), e sopratutto perché necessario alla sostenibilità del futuro del pianeta. Magari è un po’ naif per i raffinati economisti che animano questo blog, tuttavia continuo a pensare che le intuizioni raccolte da Peter Barnes in “Capitalismo 3.0″ siano molto, molto attuali….

  5. Grazie Corrado per il post e la precisazione. Una cosa non mi è chiara: come funziona in pratica questo “livello tre” ?

  6. Rudi

    Due appunti per dire che mi trovo d’accordo con te (Corrado) 1. il debordare della finanza che relega l’economia reale a poca cosa (in un rapporto 1 a 10), non può non essere considerata distorsione e deriva del sistema. 2 un aneddoto in tema di (punto 3); in tema di gestione dell’acqua: in alcune realtà si va proponendo la costituzione di società miste pubblico privato ma dove la componente privata si realizza attraverso un azionariato popolare diffuso.

  7. Maurizio Bovi Maurizio

    Scusa se insisto, ma non hai risposto a pieno:
    1) se il livello 3 “deve essere sottratto allo stato e al mercato” e che alcuni investimenti devono essere “socializzati ma non statalizzati” chi o cosa lo gestisce?
    Fammi anche puntualizzare schematicamente:
    1) quando dico che lo stato deve essere arbitro sottintendo che, come ogni arbitro, deve avere in mano regolamenti e fischietti. Questi ultimi sono sicurezza interna e esterna, potere giurisdizionale e legislativo….Lo stato sociale minimo è garantito da quanto dicevo sullo stato come garante delle pari opportunità (anche in tal senso è un arbitro).
    2) una volta che lo stato è buon arbitro nel senso sub 1) allora l’istruzione può essere pubblica o privata o entrambe, poiché tutti possono accedere a tutto.
    3) gli investimenti possono aumentare il PIL potenziale, ma non stabilizzano il ciclo economico. Oppure pensi che gli investimenti che “salvano il pianeta” vanno rallentati per stabilizzare il ciclo? In termini economici si tratta di struttura (investimenti) contro congiuntura (ciclo). Naturalmente, si tratta di teoria economica realizzata negli ultimi 30 anni….

  8. Francesco Cerisoli

    Hmm, Corrado, che ci sia bisogno di un “reset” lo condivido, vagamente, anche io. Nel particolare mi spaventa un po’, perche’ se penso al “vero” reset che si impone sento un rumore come di bombe atomiche… Ovvero: la grande crisi, del mercato globale, dell’Euro, dei paesi occidentali, delle materie prime, della sopvrappopolaione, di un sistema economico che misura la ricchezza con il PIL, deve essere risolta con un riposizionamento planetario, quando sul pianeta non esistono autorita’ effettivamente capaci di imporre alcun indirizzo. Non solo: gli stati sovrani sono ancora l’uniforme che i popoli indossano per difendere i propri egoismi (mi sembra che Spinelli la mettesse cosi’). E noi che abbiamo la Lega dovremmo ben sapere di cosa si tratta.
    Quindi non e’ che forse l’andarci piano dei nostri economisti (intendo, quelli dei Mille) non e’ attaccamento a vecchi schemi o antiche antipatie, ne’ titubanza o scoramento, ma ricerca di una mediazione fra la catastrofe economica e la terza guerra mondiale?

  9. Raoul

    Nel post di Corrado (a cui voglio molto bene) come in molti dei discorsi di questi giorni, c’e’ grande confusione su quali aspetti della nostra “societa’ capitalistica” sono andati in tilt prima e durante questa crisi. Confusione tra finanziarizzazione e liberismo, confusione su quale liberismo/liberalizzazione fa bene e quale fa male, confusione tra mercato del lavoro, mercato dei beni, e mercati finanziari, confusione tra cause e conseguenze della disuguaglianza, confusione sul ruolo delle banche “cattivone”. E cosi’ via, una infinita lista di grosse confusioni.
    A me viene sempre da ridere a pensare che nella meta’ degli anni ’90, quando i civilissimi socialdemocratici paesi nordici europei vissero una delle piu’ drammatiche crisi finanziarie della loro storia con crolli del GDP, banche in bancarotta, prezzi delle case in picchiata (crisi finanziaria di natura identica alla prima parte della crisi finanziaria che stiamo vivendo dal 2008, e che produsse anche ampi deficit statali per finanziarie enormi rescue packages per le banche), un plotone enorme di pensatori (in quel caso liberisti sfegatati) andava in giro per il mondo a proclamare buffonescamente il fallimento della socialdemocrazia Nord-Europea. Io avevo appena iniziato il mio PhD nel ’97 e mi chiedevo: ma che caspita dicono questi? Oggi assistiamo a un fenomeno simile. invece di studiare con attenzione le cause e i problemi che certo ci sono, ci si lancia in apocalittiche ipotesi millenariste sulla fine deglu USA, del sistema capitalistico e in alcuni casi anche della civilita’ occidentale. Facendo delle connessioni pazzesche, dove si finisce per attribuire alla maggiore flessibilita’ del mercato del lavoro americano la causa principale della crisi finanziaria. In ragionamenti economici di spettacolare fantasia

  10. Inciso: la Svezia – l’esempio classico di socialdemocrazia – negli ultimi diciassette anni ha tagliato ben 20 (VENTI) punti percentuali di spesa pubblica*

    Venendo al punto sollevato dall’articolo, io non capisco: premesso che non condivido le critiche al “modello neoliberista torbo kapitalista”, posso giustificare quando si dice che questo modello ha fallito in paesi come Inghilterra, Stati Uniti, ecc. Ma l’Italia? Tanto per fare un esempio: il nostro mercato del lavoro è un mercato in cui si spendono soldi per mantenere dei lavoratori a non lavorare in un’impresa non competitiva; in cui se assumi qualcuno a tempo indeterminato te lo devi tenere vita natural durante; in cui l’alternativa è essere assunti di tre mesi in tre mesi; in cui il costo del lavoro raggiunge livelli astronomici.

    Dov’è il liberismo nel sottolineare che un mercato del lavoro disegnato in questo modo è semplicemente demenziale? E si potrebbero fare altri mille esempi, ma mi fermo qua. Insomma, le riforme di cui ha bisogno l’Italia, quelle di cui si parla di vent’anni, non sono mica all’insegna del liberismo, ma del semplice buon senso. Non mi sembra si parli di privatizzare TUTTE le università e di utilizzare i soldi che spendiamo attualmente – 7,000 euro l’anno per studente – elargendo dei voucher agli studenti universitari. Questa sì che sarebbe una riforma liberista, anche etichettabile come “di destra”, se vogliamo. Ma tutto il resto col liberismo cosa c’entra?

    *http://www.google.com/publicdata/explore?ds=k3s92bru78li6_&ctype=l&strail=false&bcs=d&nselm=h&met_y=ggx_ngdp&hl=en&dl=en#ctype=l&strail=false&bcs=d&nselm=h&met_y=ggx_ngdp&scale_y=lin&ind_y=false&rdim=country_group&idim=country_group:001&idim=country:SE&ifdim=country_group:parent:&tstart=752281200000&tend=1351897200000&hl=en&dl=en

  11. Michele Ballerin

    Il concetto di socializzazione dell’investimento va ripescato, e in gran fretta. È bene che lo stato si chiarisca quali direzioni è meglio che prenda il grosso degli investimenti, e la leva fiscale resta lo strumento principe. Penalizzare gli investimenti in immobili e incentivare quelli nei settori produttivi, e qui in quelli più innovativi e sostenibili; favorire in generale gli investimenti nel terziario (ad esempio nella cultura e nel turismo) ecc. Niente di tutto ciò è apocalittico nè particolarmente complesso. È come incentivare le automobili a metano, o vietare tout court quelle senza marmitta catalitica. Semplice e fattibile. È il minimo che la politica possa fare se vuole tornare protagonista della storia.

    Se invece Corrado pensa a qualcosa di ancora più radicale, faccio fatica a seguirlo e mi chiedo di che cosa potrebbe trattarsi – e se sarebbe davvero necessario.

  12. Vabbe’, Raoul, 20 righe di risposta e non hai dato una-risposta-una alle obiezioni puntuali di Corrado. In compenso, sappiamo che quando hai preso il pieichddì ti divertivi tanto.

  13. Raoul

    Le obiezioni di Corrado tutt’altro che puntuali, detto con grandissimo affetto e stima per Corrado. Sono appunto osservazioni molto confuse, frutto di un mix di economia post-marxiana o eterodossa, sociologia, demografia, letture di diverso tipo. E’ un mix tipico del dibattito italiano, si sente anche tutti i giorni in televisione. Ovviamente Corrado e’ una persona molto intelligente e frulla il mix con attenzione e un linguaggio molto piacevole. Cio’ detto seguiranno articoli sui vari temi, sono temi molto ampi.

  14. Raoul, con altrettanta stima ma il problema della finitezza delle risorse (e dell’energia) e’ una di quelle cose che gli economisti non considerano proprio, perche’ tanto il progresso scientifico ci fornisce sempre qualcosa di meglio per il futuro. Detto da fisico, trattasi di fede cieca e immotivata nel progresso tecnologico, come ha scritto bene Corrado al punto 2. Attento pertanto con ansia di leggere su questo blog ampie e dotte dissertazioni economiche sull’argomento, e come incorporarne gli nelle proposte economiche mainstream. Grazie.

  15. Raoul

    Non e’ vero affatto, esiste un’importante gruppo di economisti della crescita che studia da anni il problema della finitezza delle risorse. Alcuni sono anche miei amici. Forse queste cose sono ignorare nel dibattito “nostrano”, ma che ci vuoi fare

  16. Michele Ballerin

    Non sarebbe male allora se ci anticipassi qualcosa sulle conclusioni a cui sono giunti, per quanto parziali e provvisorie. In sintesi naturalmente.

  17. Raoul

    Purtroppo anche le mie risorse (tempo) sono finite :-)

  18. Attento pertanto con ansia di leggere su questo blog ampie e dotte dissertazioni economiche sull’argomento, e come incorporarne gli effetti nelle proposte economiche mainstream. (generalmente ignorate, cit. Corrado Truffi).

    Repetita Juvant, Raoul. Oggi mi sembri distratto. Detto questo mi taccio.

  19. @Raoul. Noto che una tua critica ricorrente a quanto scrivo è legata al fatto che tu ritieni sbagliato che si provi a connettere l’economia pura con altre discipline. Infatti, ogni volta mi dici che mischio demografia, fisica, economia ecc. Mi spiace, ma credo proprio che il problema principe dell’economia – e il perché come ben si vede sbaglia così spesso – sia proprio l’eccesso di specialismo e di chiusura al resto del mondo. Tutto il contrario di quel che facevano gli economisti di un tempo, da Smith che si riteneva prima di tutto un filosofo, fino a Keynes e oltre. Su questa faccenda non saremo mai d’accordo, e pazienza.

    Nella tua risposta, comunque, un argomento concreto lo porti e te ne ringrazio: il paragone con la crisi della Svezia fine anni ’90 è rilevante ed, effettivamente, ragionare sulla controprova dei motivi di quella crisi è importante per capire ciò che succede oggi. Peraltro, nell’articolo non l’ho chiarito – mica potevo scrivere un romanzo e, tra l’altro, il focus era più politico che economico – ma io non credo che la crisi possa essere spiegata bene dalla vulgata stile Fassina o, peggio, stile Manifesto e Liberazione (che invece, fra le righe, mi sembra sia l’accusa che mi fai). Semplificando in modo sicuramente eccessivo, per loro lo schema è: crescita diseguaglianza + meno stato sociale = debito privato per sostenere i consumi = finanziarizzazione > crisi subprime > crisi reale. Per me, lo schema è, sempre semplificando assai: (a) nell’economia: meno regole + troppa fiducia nella matematica finanziaria e nell’allocazione del rischio + confiltti di interessi = finanziarizzazione > ciclo espansivo rapido > aspettative di crescita > Minsky moment (crisi subprime) > crisi reale (b) nella “fisica”: meno produttività delle risorse che rende meno convenienti gli investimenti reali e favorisce quindi la finanziarizzazione e l’esasperazione dell’inevitabile Minsky moment. Insomma, in fondo uguaglianza e deficit di domanda sono probabilmente problemi molto importanti in termini di giustizia sociale (essenziali, anzi), meno nello spiegare la crisi.
    Se non la pensassi così, non potrei essere in linea di principio d’accordo con Ichino sul lavoro, né potrei essere d’accordo su “certe” liberalizzazioni e privatizzazioni.

    PS: davvero, dacci lumi sugli economisti della crescita, perché è un tema importantissimo!

    @Michele: la tua interpretazione dell’idea di “socializzazione degli investimenti” è perfetta e più che sufficiente sotto tutti gli aspetti. Io effettivamente mi riferivo anche a qualcosa di più (e come dicevo, più naif): la possibilità di sottrarre al “presente” una quota dei beni comuni, per affidarla a strumenti e strutture di “lungo periodo”. Il libro che ho citato nel commento sopra racconta questa ipotesi.

    @Rinaldo (e indirettamente Maurizio): che fatica scrivere…dovrei sempre sorvegliare con grandissima attenzione l’uso di certi aggettivi “sensibili” tipo “liberale” o, peggio, “liberista”. Anche “capitalismo” è una parola a rischio, ma spero si capisca che quando ne parlo lo faccio riferendomi a un meccanismo di produzione, non a qualcosa connotato ideologicamente. Comunque, nel post non ho affatto detto che preferisco l’attuale mercato del lavoro italiano – demenziale, come giustamente dici. Ed anzi concordo con l’architettura “liberista” (si fa per dire, eh:-) immaginata da Ichino, anche se contesto la tattica attuale da lui adottata con l’articolo sul Foglio.
    E poi, santa polenta, un post che ha per titolo Meno Stato e meno mercato, nel quale spendo metà delle frasi a lodare la libertà, l’apertura mentale dei miei amici “liberisti”, nonché le virtù potenziali della globalizzazione, può mai essere considerato un attacco tout court al liberismo? Il messaggio voleva essere: non adagiatevi in vecchie risposte pure voi, perché questa crisi cambia davvero molte cose.
    E poi, su una cosa non concordo: non si può sempre mettere in mezzo la specificità italiana per negare la possibilità di discutere di ciò che non va nel modello globale che ci governa. Non si può farlo in quest’epoca globalizzata perché le interconnessioni sono troppe. E non si può farlo nemmeno per un motivo di metodo, perché tirare in ballo l’Italia che fa schifo come argomento “a contrario” rispetto a un discorso che dice che anche il mondo fa un pochino schifo, mi ricorda troppo di quando ero bambino e se uno diceva che l’URSS aveva il difetto X, quell’altro invece di rispondere nel merito, diceva che però in compenso gli USA avevano il difetto Y (e viceversa).

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