Lucio Magri (1932-2011). L’uomo che faceva volare i sarti

di Michele Mezza.

 

Mi serve come non mai Facebook. Devo sfogare un dolore che mi spegne ogni voglia di pensare e forse solo condividendolo posso riuscirci. Sto piangendo come un vitello da quando, questa mattina mi ha colpito la notizia della morte di Lucio Magri. Piango più scompostamente di quanto mi sia capitato per la morte di mio padre. Non so se è un buon segno. Ma è così. Lucio Magri  mi ha insegnato a leggere ed a scrivere, spingendomi ogni mattina, per 42  anni, con intensità diverse ma con regolarità implacabile, imbattendomi in un evento  a chiedermi: e Lucio cosa ne penserà? Non era fideismo: chi è stato coinvolto nell’esperienza del Manifesto sa bene che molti furono i difetti, ma mai ci fu subalternetà al leader. Anzi, tutt’altro. Ma Lucio aveva il magnetismo  e l’armonia della lucidità, sempre, perfino troppo. E oggi possiamo dire che è morto di lucidità.

Lo incontrai la prima volta in una notte dell’autunno del 1970, nello stanzone di corso S. Gottardo a Milano, dove si riuniva la conventicola ambrosiana del Manifesto: poche decine di individui, per lo più insegnanti, che sembravano nella Milano delle  adunate oceaniche del Movimento studentesco, o di Avanguardia Operaia, o di Lotta Continua, un gruppo di illuminati erranti. Ero il mio primo attivo quadri, avevo 17 anni, ero il primo studente del Manifesto milanese. Seduto in fondo assistetti ad un’assemblea infuocata, dove un gruppetto di lavoratori dell’Innocenti, operai e impiegati, vennero allontanati dall’organizzazione con motivazioni diverse, alcune, rivelatesi poi non infondate, anche attinenti a poco chiari comportamenti dei componenti del gruppo.

Magri alla fine fece un intervento che ricordo ancora, parola per parola, spiegando perché un comunista non doveva mai essere subalterno all’astrazione sociale, ed avere il mito dell’operaio che aveva sempre ragione. Una lezione che conservo e che mi fu indispensabile per stare quasi sempre dalla parte giusta. Da quel momento ho ritrovato nelle sue quotidiane incursioni nel quotidiano del Manifesto, o nei suoi saggi, e nelle sue relazioni, spunti che hanno costituito punti cardinali della mia educazione intellettuale: il maggio francese, Praga, il Vietnam, i metalmeccanici, il ruolo dello studente, e poi la figura di Togliatti, il rapporto con il PCI, l’autonomia dall’estremismo, la determinazione nella questione sociale, il ruolo del riformismo, l’illusione cinese, il rapporto con i cattolici. Termini scanditi dal suo modo di essere lucidamente coerente, ma mai rigidamente fideista. Del resto un eretico di professione non può nemmeno immaginare cosa sia la dottrina.

Negli ultimi anni ritrovai un Magri sconsolato, deluso, bruciato, dopo la morta della sua carissima Mara. Ma soprattutto lucidamente conscio della sconfitta. Capiva che il suo Sarto Ulm, il titolo del suo ultimo densissimo libro, non avrebbe mai volato, e non accettava l’impotenza. Quando gli portai il mio ultimo libro mi sorrise dicendomi: che fai tradisci anche tu con queste macchinette? E mentre mi incaponivo a  sostenere la lotta di classe digitale, lui mi incalzava: ma la povera gente conta di più o di meno? Per me conta di più oggi, ma lui voleva sapere in realtà se i lor signori continuavano a contare, perchè quello era il segno che un rivoluzionario aveva vissuto utilmente. E su quello non ho parole.

La risposta di Lucio allo strapotere dei lor signori è stata l’autonomia nel decidere la propria morte, negando ruolo, potere a chiunque fosse parte del sistema, di qua e di là della linea d’ombra. Le mie lacrime mi dicono forse che la sua morte rende non più esorcizzabile la chiusura di quella parentesi: siamo tutti accanto ad una linea d’ombra che ci trova tutti vecchi e sconfitti. Ma pochi con la sua forza e determinazione. Che fare per trovare un’altra strada per essere lucidi e coerenti?

 

iMille.org – Direttore Raoul MinettiiMille.org – Direttore Raoul Minetti

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