Ottobre democratico. Perché gli “ortodossi” mi convincono di più

di Michele Ballerin.

"Il nostro tempo" di Modenaroid

Che la Babele semantica e linguistica del centrosinistra stia toccando un culmine è noto a tutti: è facile immaginare che il disorientamento del popolo democratico sia ormai quasi completo. Ma se l’ottobre delle convention democratiche ha un merito fra gli altri è di avere portato il nodo del riformismo molto più vicino al suo pettine. Qualcosa come una pallida, tremula linea di confine sta cominciando ad apparire, e qualcosa di simile a due distinti schieramenti – i veri riformisti e i veri conservatori – inizia a profilarsi in questa luce crepuscolare che potrebbe anche essere, come tutti sperano, la luce di un’aurora. Per chi ama la chiarezza e si muove a suo agio nella luce piena del giorno l’esigenza più pressante, come sempre, è di porsi nella condizione di saper distinguere senza ambiguità i contorni delle cose. Vediamo di provarci, nel nostro piccolo e con la debita modestia, cominciando da una premessa che a qualcuno potrebbe sembrare accademica e che invece a noi sembra necessaria e concretissima.

È vero, come tutti si affannano a ricordarci, che quello che ci occorre è il rinnovamento? Bisogna ammettere che questa frase è ingannevole. Molto più esatto dire che ci occorre la risposta pertinente. Il compito della politica non è e non è mai stato “rinnovare”, ma aderire al presente nel modo più preciso per riuscire a comprenderlo ed estrarne, così, la formula che prometta di condurci a un futuro desiderabile. Se ciò comporta l’abbandono di un paradigma ormai obsoleto per un altro più adatto alle circostanze, allora la politica che ci serve sarà per definizione una politica “nuova”. Ma “nuovo” non significa necessariamente “inedito”. Al contrario, è bene convincersi che le posizioni su cui la politica italiana ed europea può oggi attestarsi non sono così numerose, ed è difficile che le soluzioni a cui può ricorrere siano davvero inedite. Da quando il Novecento ci ha insegnato a restare, sempre e comunque, nel perimetro liberale, le opzioni della politica si riducono in fondo a due, pur con tutte le possibili sfumature e articolazioni: il liberalismo liberista e il liberalismo sociale (dei quali, lo noto per inciso, il primo è storicamente il più vecchio mentre il secondo è il più recente). Come ho già avuto occasione di sottolineare su queste pagine, è la funzione a dettare lo strumento: e così noi, da bravi carpentieri, useremo un martello per piantare un chiodo e una chiave inglese per stringere un bullone. Chi rifiutasse a priori la chiave inglese per un qualche principio (patriottico?) o per questioni di sensibilità e di gusto non farebbe più politica ma farebbe ideologia. E il suo problema sarà, naturalmente, come stringere un bullone con un martello.

Ora, poiché l’ottobre del Partito Democratico è appena trascorso e noi siamo obbligati a prendere posizione rispetto alle novità che ci ha portato, il modo più efficace per riuscirvi è sforzarsi di capire in primo luogo che cosa il nostro presente ci sta chiedendo. Quali sono le questioni decisive del nostro tempo, quelle dalla cui corretta impostazione dipende il nostro destino, e non solo quello nazionale? Le questioni sono due (strettamente intrecciate fra loro) e così imponenti che sembra davvero impossibile ignorarle: la ridefinizione del rapporto fra politica ed economia, per superare la crisi che minaccia di sopraffarci, e l’unità politica dell’Europa. Su questo dobbiamo essere categorici: chi non riconosce queste due istanze come le più centrali e indifferibili è fuori del suo tempo, e non avrà la minima possibilità di orientarvisi senza venirne travolto o vedersi confinato in un limbo di impotenza.

E come si pongono rispetto ad esse le nuove proposte del PD “rottamatore” – di Matteo Renzi, per intenderci, e della coppia Civati-Serracchiani?

Se esaminiamo gli eventi di Bologna e di Firenze, dove le aspirazioni dei giovani democratici in conflitto con l’apparato dalemiano hanno avuto modo di brillare, notiamo subito un fatto straordinario: da Bologna e da Firenze è venuta una rosa di proposte, alcune concrete, molte condivisibili nella loro ovvietà, ma nessuna chiara, matura consapevolezza che ci sia un paradigma politico economico da superare e un’Europa da costruire il più in fretta possibile. L’impressione più sorprendente e più spiacevole è che questi aspiranti leader progressisti stentino a realizzare l’esatta portata di quanto sta avvenendo, dei pericoli che corriamo e della posta in gioco, o non vi siano realmente interessati.

Si direbbe – anche se può suonare clamoroso – che la loro prospettiva prescinda interamente dalla storia: come se fin qui non avesse imperato un ben preciso modello socioeconomico, e gli eventi del presente non ne fossero il prodotto; come se non si trattasse di sottoporre a una critica radicale quel modello; come se non si trattasse di rimpiazzarlo con un altro; e come se la grande sfida che la civiltà occidentale è oggi obbligata a raccogliere non fosse l’unità politica (ma chi ha le idee chiare dice “federale”) degli stati europei.

Come se non si trattasse di leggere questa crisi economica, sociale, politica e culturale in profondità, risalendo alle cause strutturali che l’hanno determinata, per approntare i rimedi teorici e pratici più adatti a fronteggiarla.

Qualcuno a Bologna o Firenze si è espresso in proposito con la dovuta energia – l’energia di chi sente che il tempo utile si sta esaurendo, e che è il momento di raccogliere tutte le proprie forze per vincere o soccombere? Potremmo essere perfino più impietosi, e spingere la nostra diffidenza fino a sospettare che ci troviamo di fronte a un profondo, preoccupante deficit culturale: possiamo chiederci se ci sia una teoria economica dietro le proposte su fisco e lavoro che sono state espresse o semplicemente accennate a Bologna e a Firenze, e se sì, quale. Quelle proposte ci appaiono irrimediabilmente deboli perché non sembrano scaturire da una lettura complessiva e convincente della crisi, ma piuttosto da una prospettiva nella quale quest’ultima non trova neppure posto e in cui appare possibile ragionare sugli eterni vizi del sistema italiano al netto, per così dire, di essa. E al centro del discorso domina il tema della competitività, come se il tema fosse innocuo e scontato, e non fosse proprio la ricerca di una malintesa competitività ad averci portato al collasso economico e sociale.

Questi giovani (ripenso in particolare a Renzi) sono liberisti e non lo sanno… Possibile? O forse lo sanno – o forse ancora, semplicemente, la cosa non ha per loro molta importanza? Tutte e tre queste possibilità sarebbero gravi, anzi gravissime. Eppure non c’è nulla che riesca più a toglierci questo dubbio.

C’era un clima di festa in Piazza Maggiore e alla stazione Leopolda: ma non c’è niente di festoso in quello che il destino sta apparecchiando per i nostri giorni presenti e futuri. E se un leader è quello che ci occorre, lo vogliamo incapace di sorridere e scherzare. Lo vogliamo assorto e un po’ cupo, chiuso in un quel silenzio fatto di poche parole sofferte e gesti misurati che è il silenzio dei momenti difficili, quando si sa quello che si rischia eppure si è obbligati a sostenere le attese di tutti. Vogliamo un leader chino sul suo compito, e che non trovi il tempo per altro. Vogliamo, forse, più gravità: più coscienza dei costi umani che la nostra società sta pagando.

Per questo chi era in cerca della “risposta pertinente” e non di un generico “rinnovamento” si è trovato meno a disagio all’Aquila, dove il gruppo dei trenta-quarantenni democratici riuniti intorno a Stefano Fassina, Andrea Orlando e Matteo Orfini ha formulato la propria parola d’ordine, in modo spiccio ma chiaro, senza trovare il tempo per accattivanti scenografie e citazioni spiritose. E questa è stata un’altra sorpresa, una sorpresa dal sapore strano, amaro e dolce al tempo stesso. Amaro, perché è indubbio che il pezzo di partito a cui questi giovani fanno riferimento, e che fa capo in ultimo al sempiterno D’Alema passando per la segreteria di Bersani, è parte del problema e non della soluzione; dolce, perché l’atmosfera era qui, innegabilmente, quella giusta. Il tono asciutto era quello più consono al momento: un momento di sofferenza sociale per un numero sempre crescente di uomini e donne, in Italia e in Europa. All’Aquila si è sentita al tatto quella solidità di cui né a Bologna né a Firenze si è vista traccia, e per chi avesse chiari gli imperativi del nostro tempo l’introduzione di Orlando già è bastata a rimettere il mondo sulle gambe e a fissare il nord e il sud della bussola progressista – con un’unica macroscopica contraddizione, tuttavia, su cui torneremo fra poche righe.

È paradossale, ma sembra che le cose, per il momento, stiano così: chi ritiene vitale la necessità di un cambio di paradigma è costretto a riconoscere che l’apparato degli ex DS sta producendo l’unica proposta politica articolata, coerente e convincente nella nebulosa del centrosinistra. Se questa è la verità, potrebbe anche spezzarci il cuore (il nostro cuore di progressisti e innovatori, sostenitori delle primarie e di un rinnovamento profondo della classe dirigente democratica) ma dovremo accettarne le conseguenze: perché sono le idee che contano, naturalmente.

Ed ecco la contraddizione a cui accennavo. Il discorso di Orlando sfiora in un punto il tema delle alleanze, e lo fa accogliendo l’idea di un compromesso con il centro casiniano. Eppure già ora è evidente che la linea sposata con tanta fermezza dai “giovani turchi” di Fassina e la tattica machiavellico-dalemiana del compromesso elettorale con l’UDC sono in rotta di collisione. Non si vede come un Casini potrebbe firmare i documenti politico economici del gruppo. I più maliziosi potrebbero perfino pensare che la convention dell’Aquila sia nata tanto per contrapporsi agli altri giovani democratici rampanti quanto (e forse più ancora) per organizzare un’opposizione alla tentazioni moderate della dirigenza democratica. È solo un sospetto, un’incrinatura appena accennata. Ma l’evoluzione più interessante all’interno del Partito Democratico potrebbe venire, un po’ a sorpresa, proprio da questa impercettibile crepa. Staremo a vedere.

 

iMille.org – Direttore Raoul MinettiiMille.org – Direttore Raoul Minetti

4 Commenti

  1. Gianni

    Un buon articolo, e sarebbe ottimo se non cedesse all’inevitabile provincialismo della sinistra italiana, che si ostina a ridurre i grandi temi della nostra epoca a beghe di cortile o, nella migliore delle ipotesi, a tatticisimi elettorali.
    Il tema e’ questo: il concetto di democrazia e’ in crisi, perche’ le persone si rendono conto che le scelte che riguardano le loro vite sono compiute in stanze alle quali loro non hanno accesso perche’ si trovano fuori dal controllo della politica (chi lo ha eletto Marchionne?). La crisi della democrazia, in occidente, significa quindi la crisi della politica, intesa come lo strumento di emancipazione sociale e collettiva usato dalle masse di popolo nel secolo del compromesso socialdemocratico.
    Il problema di oggi e’ quello di rinnovare quel compromesso, quel patto. E come dice giustamente l’ autore, lo spazio dell’ agire e’ l’Europa, intesa come istituzione democratica di regolazione e mediazione politica delle istanze sociali, esattamente come lo furono gli stati nazionali nei due secoli precedenti.
    Io credo che questo nuovo patto non lo abbiamo ancora disegnato. Penso anche, nonostante io sia un dalemiano di rito ortodosso e accettato, che la risposta dei giovani turchi sia non soddisfacente e non sufficente (benche’ molto piu’ gravida di spunti degli spot pubblicitari dei tre allegri cazzari di Firenze e Bologna). Io non credo che la risposta che cerchiamo la si possa trovare nelle formule di radice socialdemocratica utilizzate nel passato, e credo ci sia bisogno di inventare e di usare uno strumento nuovo. Una bullone ottagonale non lo si fissa con un martello, ma nemmeno con una chiave esagonale.
    Credo anche che la ricerca della chiave giusta per leggere la contemporaneita’ e proporne il superamento sia il problema teorico centrale della sinistra dall’ inizio degli anni ottanta. E che la mancata soluzione di questo problema sia anche la causa della accettazione acritica e rassegnata delle pratiche liberiste – liberali, consolandosi con un generale (e sensibile) miglioramento delle condizioni di vita dell’umanita’ anche a costo di disuguaglianze ritenute, solo fino a pochi decenni prima, inaccettabili.
    Penso pero’ anche, da dalemiano-leninista, che la politica sia teoria e prassi, e non si possa pensare di tenere le bocce ferme fino al concepimento di una astratta dottrina ideale. La strada e’ quella di agire politicamente sulla base di alcuni elementi fermi, una bussola di valori essenziali e centrali, e nell’ andare a disegnare la mappa della societa’, segnando le montagne e le valli man mano che le incontriamo.

  2. non so….mi sembra che ai giovani sia stato dato il compito che una volta aveva la fgci….fare un po’diverso dai grandi così da tenere insieme tutti. La CGIL va fatta contenta perché cammella truppe ai congressi e alle manifestazioni. poi sulle alleanze si cede all’ultimo e le fanno i grandi. Non mi fido. Non è chiaro. E’ come dire che la montagna è bella e ppi andare al mare. insomma…nel III millennio contano le pratiche, la coerenza dei comportamenti. quando vedrò Fassina (a cui voglio bene personalmente) e Orfini (con cui condivido un affetto importante) votare contro D’alema che vuole allearsi con chi farebbe carta straccia della loro visione del mondo ci crederò. Ad oggi mi sembra una tattica….e non è da sottovalutare il fatto che non riescano a comunicare la loro presenza….da una parte è un segno di disciplina interna…c’è da chiedersi se la disciplina interna serve davanti a questa catastrofe.

  3. “Interessante” la posizione della CGIL….

    http://www.corriere.it/politica/11_novembre_11/governo-parti-sociali_f1d91082-0ca8-11e1-bdbd-5a54de000101.shtml

  4. Michele Ballerin

    @Cristiana: la tua diffidenza è più che giustificata, e infatti io la condivido. Non resta che seguire l’evoluzione e vedere se alla prova dei fatti vinceranno i contenuti (progressisti) o i tatticismi (conservatori). La mia speranza è che questa contraddizione interna si approfondisca e porti a un superamento del dalemismo. Non sarà con Casini che ci tireremo fuori dai nostri pasticci economici.

    Del resto (e sbaglia secondo me chi si illude) non sarà neppure con un governo “tecnico”. Perché un governo tecnico non può per definizione fare scelte politiche, e senza riforme fortemente connotate in senso politico questa crisi non può essere superata. Perciò, o il governo Monti non farà riforme significative, e allora sarà servito soltanto a sedare temporaneamente la febbre finanziaria, oppure non vedo come potrà avere una maggioranza in parlamento quando si tratterà di sterzare tutto a destra o tutto a sinistra.

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