di Michela Cella.
Probabilmente ci ricorderemo il 2011 per la crisi di credibilità e il rischio di default del nostro paese più che per i tentativi di rinnovamento della classe politica che provengono dai cittadini e dai militanti di alcuni partiti politici. I grillini, i rottamatori à la Renzi-Civati e gli anticasta seguaci di Spider-Truman – sebbene diversi in pensieri, parole e opere- auspicano tutti un ricambio, non solo generazionale, della classe politica nel suo insieme.
Immaginiamo che per queste ragioni il Partito Democratico abbia messo nel suo statuto (Art.21, comma 3) un limite di 3 mandati per i parlamentari e l’applicazione di questa regola è uno dei (per fortuna non pochi) punti che mette d’accordo Renzi e Civati. Tutti invocano l’applicazione di questi limiti all’interno del PD (tranne qualche brontosauro che non otterrebbe la deroga se queste venissero dispensate con minor magnanimità) e molti li auspicano per altri partiti, se non addirittura l’introduzione per legge.
È certo che se avessimo un’applicazione rigida del numero dei mandati, o se fosse legge della repubblica, il parlamento di oggi avrebbe un aspetto completamente diverso. Visto dal livello da cui partiamo, probabilmente diverso basterebbe per essere migliore, ma non necessariamente è così.
La spiegazione di quest’affermazione è molto semplice, un parlamentare (o altra carica elettiva) che può essere rieletto dovrebbe avere l’incentivo a fare bene il suo lavoro per essere riconfermato dagli elettori. Gli studiosi di Political Economy infatti sono unanimi nel ritenere fondamentale l’electoral accountability come strumento per disciplinare gli eletti, per fare in modo che i loro interessi non prevalgano su quelli dei cittadini elettori e della collettività più in generale.
Un parlamentare a fine mandato (una lame duck, l’anatra zoppa) invece, potrebbe preoccuparsi maggiormente di alcuni interessi particolari che potrebbero favorire, ad esempio, la sua carriera futura.
L’evidenza empirica a sostegno di questa tesi non manca, che siano i governatori degli stati americani che aumentano la spesa pubblica[1], i presidenti di repubbliche presidenziali che intraprendono operazioni belliche[2] oppure i sindaci di città italiane che tendono ad aumentare le aliquote ICI[3]. Le manifestazioni sono molteplici ma possono essere ricondotte ad un’unica ragione, la mancanza di electoral accountability per chi è non-rieleggibile.
Obiettivo di questo articolo non è certo quella di sostenere la tesi che il limite dei mandati per le cariche elettive sia un male, bensì quello di presentare anche l’altro lato della medaglia. Non è necessariamente con il limite dei mandati che otterremo una classe politica migliore.
Chiaramente con la legge elettorale in vigore in Italia nel 2011, il famigerato Porcellum, non vi è nessuno strumento nelle mani degli elettori per scegliere prima, disciplinare durante e premiare poi i politici virtuosi. La reintroduzione del sistema uninominale del buon vecchio Mattarellum[4] potrebbe sortire un effetto migliore sulla qualità dei parlamentari di un semplice limite dei mandati.
Se il candidato viene scelto dai partiti, e ricandidato dai partiti per le due volte permesse, non si avrà necessariamente un parlamento di persone meno avulse dal paese reale e meno dedite a perorare gli interessi “della casta”.
Non è una tesi molto popolare negli ultimi tempi, ma non ritengo che i politici di professione siano peggio di quelli che hanno fatto altro nella vita. Ricordiamoci che Scilipoti esercitava come agopuntore prima di essere eletto in parlamento grazie ai listini bloccati. Quello che però non dovrebbe succedere è che i cattivi politici possano rimanere politici per sempre, chi fallisce deve poter essere “mandato a casa”. Dovrebbero essere gli elettori a farlo, non una regola di un partito o una legge dello stato.
L’electoral accountability, che potremo recuperare (almeno in parte) grazie alla riforma elettorale può fare molto per la qualità della nostra classe politica seduta sugli scranni del parlamento.
Se esistono, come molti big shots del PD sostengono, persone che siedono in parlamento da decenni perché lo meritano, questi verranno premiati anche dagli elettori. Coloro che falliscono nella loro missione di essere rappresentanti dei cittadini con a cuore gli interessi del paese non saranno rieletti anche solo dopo un mandato.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti
NOTE
[1] Besley, T. and A. Case (1995) “Does Electoral Accountability Affect Policy Choices? Evidence from Gubernatorial Term Limits”, Quarterly Journal of Economics, 110(3): 769-98
[2] Conconi, P., N. Sahuguet and M. Zanardi (2008) “Democratic Peace and Electoral Accountability“, mimeo, si veda anche “Democracy and Accountability: the Perverse Effect of Term Limits” degli stessi autori su voxeu.org
[3] Bordignon, M., F. Cerniglia and F. Revelli ( 2002)”In Search for Yardstick Competition: Property Tax Rates and Electoral Behavior in Italian Cities,” CESifo Working Paper Series 644, CESifo Group Munich.
[4] Reintroduzione auspicata invero da tutte le forze politiche che spingono per il rinnovamento della classe politica.iMille.org – Direttore Raoul Minetti








Meglio sarebbero due mandati, i Parlamentari debbono rientrare alla loro professione in tempi accettabili. Ora per gli ex parlamentari, invece, si aprono le porte delle regioni e degli enti locali, con altre cariche elettive che cristallizzano il loro potere di ‘controllo’ sui territori, perpetuando carriere ultratrentennali.
Se questa benedetta Europa avra’ una maggiore identita’ politica, inoltre, gli spazi di manovra legislativa dei parlamenti nazionali saranno sempre piu’ limitati. Non si puo’ essere europeisti quando si tratta di incassare e invocare la potesta’ nazionale, quando si tratta di rispettare le regole.
Il limite dei mandati serve a non cristallizzare potere nelle mani dei soliti.
Mi pare che questo produca benefici più grandi delle inefficienze che potrebbero produrre gli eletti all’ultimo mandato.
Inoltre, anche il cumulo di cariche politiche va combattuto (all’interno dei partiti, nelle Università, nella società), perché crea asimmetria conoscitiva a favore, sempre, dei soliti.
La mia visione è: NO a carriere politiche pluri-decennali.
Però, occorre che un sistema si tuteli consentendo ad alcuni davvero meritevoli e che agiscono per l’interesse collettivo di proseguire nella carriera, come portatori di esperienze non sostituibili.
Pochi, non decine.
Aggiungo un elemento “contro” il limite: le primarie. Se pensiamo che le primarie siano il modo migliore per selezionare i candidati, perché imporre un limite? Se il Senatore Tale passa il vaglio dei propri elettori (accountability “interna”) e poi perfino quella degli elettori tutti (accountability “generale”) perché non dovrebbe essere rieletto?
Per la seconda serve una modifica della legge elettorale (con il porcellum conta solo l’accountability presso il Capo), ma la prima dovrebbe pesare anche con la legge elettorale vigente
Decisamente contro al limite dei mandati, se ci fosse stato già da primo ora non avremmo Napolitano come Presidente molto probabilmente. Dovrebbe stare alla coscienza dei politici capire quando è giunto il momento di farsi da parte, o ai giovani di buttare giù dalla sedia i più anziani.
@Alan:
ribadisco il mio NO.
Carriere politiche illimitate nel tempo creano un sacco di danni.
Tipo quelli che osserviamo nell’attuale centrosinistra nel PD: partito in cui ci sono troppe persone che per 30 anni vissuto di e per la politica, perdendo completamente di vista il mondo vero.
Quindi: severo limite ai mandati politici, con pochissime, selezionate e motivate eccezioni.
Tipo Napolitano.
Anche: la cosa deve valere per i consiglieri regionali e comunali (con maggiori deroghe per questi ultimi).
In particolare deve valere il limite di due mandati per i consiglieri regionali (come previsto da molti statuti regionali del PD), per i quali l’elezione avviene tramite le preferenze in una competizione tra un numero limitato di candidati per ciascun partito (mediamente, da 3 a 7 per collegio). Ricandidare gli uscenti dà loro un vantaggio mostruoso, avendo essi uno stipendio simile a quello dei parlamentari, e quindi un sacco di soldi da spendere in campagna elettorale, nonché una visibilità assai superiore agli altri candidati (e la visibilità la si ha anche anche se si è stati pessimi amministratori, sia in maggioranza sia all’opposizione…).