La Costituzione ai tempi della crisi

di Tommaso Calderelli.

Comunque vada, una fase si è chiusa: già, perché ormai è questione di tempo prima che Silvio Berlusconi non esca definitivamente (avverbio solitamente molto difficile da associare all’uomo, che ci ha abituato a tutta una serie di colpi di coda) dalla scena politica. E forse è davvero il caso di spendere qualche minuto a pensare ai ragazzi della mia generazione e di quella immediatamente successiva che negli ultimi diciassette anni hanno acceso la televisione con la garanzia che avrebbero visto solo ed unicamente sugli schermi sempre lui, il Cavaliere di Arcore e la sua Italia, raccontata, descritta, annegata fra le polemiche.

Sarà come liberarsi da una cappa di oppressione. E sotto di essa, resterà ciò che in questi anni ha resistito, ciò che quasi vent’anni di berlusconismo galoppante non hanno saputo piegare: la Costituzione della Repubblica. Tema difficile da affrontare senza cadere in sentimentalismi e retoriche decisamente abusati dalla pubblicistica soprattutto di sinistra che ha ridotto la Carta a clava da usarsi contro l’avversario politico. Spesso a ragione, visto che l’avversario era un barbaro unno pronto a darle fuoco, dopo averla abbondantemente tradita nei principi.

Il tessuto delle regole fondamentali dello stato si dimostra il regalo lungimirante che la migliore Italia, quella uscita dalla lotta partigiana, ha regalato al futuro del paese. Le chiacchere – al vento – sul se e sul come cambiarla hanno occupato tempo prezioso che poteva essere utilizzato altrimenti. Le istituzioni previste e preposte a garanzia di tutti hanno ben funzionato in questi anni, mentre le nostre televisioni diffondevano il delirio (poco) organizzato di un uomo deciso a mettere i propri interessi prima e dinnanzi quelli del paese che doveva governare nell’interesse di tutti.

Prendiamo la forma di governo, quella parlamentare: si è detto di tutto. Che bisognasse passare ad una forma presidenziale, con l’elezione diretta del capo dello Stato. Si è detto inoltre che il DNA intrinseco della nostra repubblica era mutato, perché una legge elettorale aveva stabilito che sulla scheda ci sarebbe dovuto essere il nome del presidente del Consiglio da eleggere. Ebbene, il Capo dello Stato, l’eccellente Giorgio Napolitano, rimanendo fedele all’impianto e alla figura che la Costituzione gli assegna, ha saputo mantenere la barra dritta pur rimanendo silente ma operoso. E nel momento di più acuta crisi istituzionale – come da Costituzione – ha preso in mano la situazione; dimostrando che gli italiani non riescono a fare a meno della bàlia. Dimostrando che la governabilità e la stabilità non sono parole d’ordine che la nostra classe dirigente voglia perseguire, perché per farlo servirebbe una credibilità che questa gente non ha mai avuto e che in ogni caso ha perso molto rapidamente. Dimostrando che in Italia funziona così: i bambini giocano nel cortile e quando rompono troppe finestre arriva il vecchio nonno e gli buca il pallone.

Il presidente Berlusconi ha a più riprese criticato le attribuzioni del presidente del Consiglio, sostenendo che egli fosse semplicemente un passacarte e che il vero potere fosse altrove. Ammesso che la possibilità di nominare e revocare i membri dell’esecutivo potrebbe essere un’interessante prospettiva per il nostro assetto, sulla quale riflettere, bisognerà pure ricordare la facilità con cui nomine governative sono state distribuite a pioggia per rafforzare una morente maggioranza politica prolungandone l’agonia. Indubbiamente lecito, ma il punto non è il potersi – o meno – fare: è ancora il comportarsi secondo responsabilità istituzionale e politica, perché gli avvenimenti di questi ultimi giorni potrebbero aver finalmente insegnato al paese che la credibilità della classe dirigente politica non è un ingessato rituale da noiose e funzionanti democrazie moderne. Anche se ne dubito.

La magistratura e la Corte Costituzionale, altre due istituzioni di controllo della Repubblica, hanno dimostrato di non volersi piegare ai ricatti di un uomo e della sua maggioranza, che non avevano altra definizione per loro che non fosse quella di estremismo comunista. “Le toghe rosse” e gli ermellini avversari annidati nel palazzo in piazza del Quirinale hanno fatto,  in questi anni, semplicemente il lavoro che la Costituzione gli ha assegnato. E’ un sistema che ha retto e che riforme punitive non hanno saputo cambiare, grazie anche alla spina dorsale che dei veri e propri civil servants hanno dimostrato nell’adempimento delle loro funzioni.

La nostra legge fondamentale, scritta da uomini di una saggezza evidentemente dimenticata e lasciata volutamente elastica per permettere ad un paese di crescere e di imparare anche dai suoi errori, ha dimostrato di esserlo talmente tanto da saper contenere anche un paese in subbuglio. Di poter accogliere e controllare le tendenze politiche più diverse, da quelli che pensano che la Repubblica Italiana debba essere smembrata a chi cantava in giro per le piazze “Meno male che Silvio c’è” e rinunciava agli impegni istituzionali per il lettone di Putin.

Non che nella nostra carta ci sia un indirizzo morale (moralistico?) piuttosto che un altro. Il discorso è politico proprio perché tecnico: si tratta di regole. Regole che nemmeno le male intenzioni, o quantomeno le male gestioni di questi ultimi anni hanno saputo piegare: non che non ci abbiano provato. Come la clamorosamente inutile riforma costituzionale annunciata da Giulio Tremonti che avrebbe dovuto aggiungere un comma sensazionalistico quanto sovrabbondante all’articolo della Costituzione che proclama la libertà di iniziativa privata. O quando si parlò di mettere mano all’articolo fondamentale della nostra carta, quello che proclama come la repubblica sia fondata sul lavoro. Attacchi, critiche e maltrattamenti che, anche per scarsa forza politica di questi barbari moderni, non sono riusciti a demolire il nostro testo costituzionale.

Non che la Carta sia sacra. In questi anni si sono sviluppate e affermate pratiche che ne tradiscono il testo e la lettera; vi sono alcune parti, soprattutto nell’ambito dell’organizzazione dello Stato, che potrebbero essere ben cambiate ed aggiornate: non è un tabù. Per esempio, sarebbe bastato leggere ed applicare alla lettera l’articolo 81 della Costituzione per evitare la crescita esponenziale del debito pubblico che ci ha portato alla rovina finanziaria di queste ore. L’articolo, scritto da quel noto comunista di Luigi Einaudi, recita: “Ogni altra legge che importi nuove o maggiori spese deve indicare i mezzi per farvi fronte”. Il che non ha mai voluto dire la briglia sciolta alla spesa finanziata con il debito: anzi, tutto il contrario. Il governo, con l’autorizzazione del parlamento, deve favorire l’ordinata crescita del sistema paese usando le risorse che ha, e non quelle che ritiene di poter trovare emettendo titoli appositi, o indicando genericamente le risorse a copertura. La Costituzione chiede un’indicazione puntuale, e un’inversione di prospettiva: dato che si hanno questi soldi, li si userà per fare questo. Non, visto che vogliamo fare questa cosa, ci inventeremo le risorse in questo modo.

Si è molto discusso dell’abbondanza con cui tutti i governi di centrodestra e di centrosinistra abbiano abusato dei voti di fiducia: è interessante ricordare come essi siano un’invenzione, e come la Costituzione parli invece di un mandato iniziale accordato al momento dell’insediamento che si può rivoltare con l’apposita mozione di sfiducia. Un assetto che garantirebbe la stabilità assicurata dai sistemi che utilizzano la cosiddetta sfiducia costruttiva, visto che la maggioranza potrebbe essere mandata a casa solo in caso di un’alternativa pronta a sostituirla.

Per non parlare dell’articolo sulla rappresentanza organizzata dei lavoratori, i sindacati, soggetti praticamente di diritto pubblico nell’impianto originario e che si mantengono al di fuori di qualsiasi regolamentazione, pure richiesta dall’articolo 49.

 

iMille.org – Direttore Raoul  MinettiiMille.org – Direttore Raoul Minetti

2 Commenti

  1. pgc

    Non sono assolutamente d’accordo. La Costituzione aveva un valore ed era una necessita’ quando e’ stata scritta, non lo metto in dubbio. Ma il tentativo di mediare tra componenti opposte (ineludibile, siamo d’accordo) e’ all’origine di gran parte dei problemi del nostro Paese. Tutti i suoi difetti, inclusa l’assurdita’ di un sistema con due camere elefantiache, i poteri confusi e contraddittori, l’esorbitante numero di istituzioni inutili sono tutte contenute li. Smettiamola di raccontarci questo mantra rassicurante: la Costituzione e’ vuota a partire dall’art. 1 che e’ solo un esercizio retorico privo di impatto reale. Non esiste paese industrializzato dove il lavoro sia piu’ bistrattato del nostro.

    Se poi pensate che non sia colpa della Costituzione, non posso che dirvi che avete ragione: ci sono Paesi (molto diversi tra loro, in peggio e in meglio) dove di Costituzione non vi e’ traccia ma dove i diritti sono rispettati come o meglio che nel nostro Paese. UK e Danimarca per citarne due. In Uk non c’e’ una vera costituzione. In Danimarca e’ un documento vecchissimo e generico. Eppure il Paese funziona benissimo lo stesso e sta in testa a quasi tutte le categorie del benessere mondiali. Allora, se si puo’ funzionare bene (o male) con (o senza) la Costituzione, logica vorrebbe che non e’ la Costituzione a fare la differenza. O no?

    Obiezione 1: si ma se non ci fosse sarebbe pure peggio. Vero dopo la guerra, ma oggi e’ tutto da dimostrare.

    Obiezione 2: allora fai come SB che la vuole cambiare. Non e’ questo il punto. Il punto e’ che la Costituzione non ha un reale impatto sul reale, e’ una scatola vuota o, nel peggiore dei casi, ha permesso a questo Paese di diventare quel disastro che e’ senza essere in grado di fornire neanche gli strumenti per ostacolare l’ascesa di un personaggio del genere, unico al mondo.

    Ma quale regalo lungimirante? Scusate la franchezza, ma forse dovremmo cominciare a discutere di fatti, non di principi che hanno dimostrato di lasciare il tempo che trovano.

    Disclaimer: no, non sono di destra. Sono di sinistra. E antiberlusconiano da sempre. Ho votato PCI, PD, PRC, SEL, etc. Ma sono abituato a fidarmi piu’ delle evidenze che dei luoghi comuni rassicuranti e delle citazioni di qualche personaggio famoso.

  2. pgc

    il fatto che nessuno abbia commentato proprio a questo blog puo’ essere certamente indice di un certo disinteresse per le questioni “teoriche”. Oppure del fatto che al di la’ di questo mantra che ci ripetiamo da anni senza pensarci, pochi sanno contrapporre alla mia modesta analisi un argomento pratico.

    Be, non credo di avere convinto qualcuno, ma almeno spero di avere messo il tarlo del ragionamento nella testa di tutti coloro che accettano acriticamente da anni discorsi privi di evidenze fattuali come quello di Tommaso Caldarelli, autore di questo articolo.

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