di Alan Marazzi.
La AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica) ha rilasciato Martedì 8 Novembre un rapporto: il regime iraniano potrebbe creare un’arma atomica nel giro di tre mesi. Non si tratta di una bomba “sporca”, ovvero di un ordigno ordinario imbottito di materiale radioattivo, ma di una vera e propria testata nucleare. L’Iran è anche firmatario e ha ratificato il NPT (Non Proliferation Treaty), che impedisce la costruzione di armi nucleari e che pone le basi per lo smantellamento di quelle già esistenti, ma una violazione in tal senso dei trattati non comporta sanzioni automatiche, che se vogliono essere imposte devono comunque passare per il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
I funzionari dell’AIEA inviati sul territorio persiano pare abbiano ritrovato prove di esperimenti condotti in preparazione di un vero e proprio test atomico sotterraneo, come quelli condotti dal regime nord coreano, infatti Pyongyang e Teheran sono in stretto contatto da qualche tempo e si sono appoggiati a vicenda sia tecnicamente che politicamente in questi anni. Gli stessi inviati della AIEA hanno rinvenuto attrezzature e prove di test condotti a solo scopo militare negli stabilimenti iraniani, nonostante si ritiene che la maggior parte del programma nucleare sia tenuto segreto in basi sotterranee sparse nel sottosuolo. In sostanza è possibile trattare l’Iran già come una potenza atomica.
Questa situazione mette Israele all’angolo, infatti basterebbero due testate atomiche come quelle sganciate sul Giappone per cancellare lo stato ebraico dalla cartina. La sua capacità di rappresaglia potrebbe però rimanere intatta, poiche’ Israele possiede 150 testate nucleari ad ampio raggio, che hanno la capacità di ridurre in ginocchio la maggior parte degli stati nella zona. La questione non preoccupa solo Israele, ma anche gli stati limitrofi che si ritroverebbero da un giorno all’altro con un medio oriente nuclearizzato, una situazione spinosa di difficile soluzione, poiché i rapporti di forza verrebbero ribaltati istantaneamente.
“Juniper Cobra”, un’operazione di addestramento congiunta israelo-statunitense, sarà lanciata in questi giorni, e l’aviazione israeliana ha già condotto nel recente passato simulazioni di attacco a stabilimenti iraniani. Ovviamente il tentativo di distruggere le possibilità iraniane di costruire un ordigno è una delle possibilità sul tavolo sia per Israele che per gli Stati Uniti: entrambi ritengono inaccettabile un Iran con la “bomba”. Analizzando la situazione geopolitica gli scenari possibili di attacco sarebbero sostanzialmente tre:
- Israele conduce un attacco aereo di un giorno ai punti strategici iraniani, la capacità di costruzione dell’atomica di Teheran verrebbe così ritardata, poiché potrebbero essere necessarie testate tattiche per la distruzione certa dei siti sotterranei, ma lo stato ebraico non ne è dotato, almeno ufficialmente, e per il loro utilizzo, essendo piccole testate atomiche, sarebbe necessaria una forte partnership internazionale.
- Attacco congiunto israelo-statunitense di qualche giorno, con corpi speciali a terra che tramite la localizzazione e il posizionamento di radiofari laser permettano la distruzione mirata della totalità o quasi degli stabilimenti iraniani, la capacità atomica del regime sarebbe così minata alle fondamenta.
- Attacco congiunto israelo-statunitense, volto, oltre alla distruzione dei siti, alla destabilizzazione del regime, la durata sarebbe molto più lunga e le incognite sarebbero molte. Nel medio-lungo termine sarebbe necessario l’appoggio almeno dell’Unione Europea e di altri importanti partner per fronteggiare la resistenza internazionale che ci si ritroverebbe a dover fronteggiare.
In realtà tutti questi scenari sono poco probabili poiché Obama ha dimostrato che nel caso in cui si tratti di un attacco ad un regime si è sempre mosso seguendo una decisione istituzionale multilaterale, e in questo caso molto difficilmente si produrrà un mandato come quello per la Libia, visto l’annuncio del veto sino-russo anche solo all’inasprimento delle sanzioni verso Teheran.
Bisogna aggiungere anche che un Iran con la bomba rappresenterebbe un problema impellente per i suoi vicini più stretti, non certo per gli Stati Uniti, che potrebbero essere colpiti solo da missili intercontinentali, e certo quel livello è ancora molto lontano per il regime iraniano.
Nell’ottica statunitense non bisogna sottovalutare la possibilità che un attacco porti il regime a chiudere lo Stretto di Hormuz, punto di passaggio per il 20% del petrolio mondiale, mandando alle stelle il prezzo del petrolio. La crescita dei prezzi è una possibile conseguenza anche di un attacco all’Iran senza la chiusura dello stretto, con gli stessi effetti negativi per l’economia mondiale.
Per queste ragioni un attacco aereo militare, per lo meno a breve, sembra una possibilità abbastanza remota. Dobbiamo quindi rassegnarci a convivere con un Iran nuclearizzato? Non è detto, infatti ci sono varie strade percorribili che non implicano l’usa della forza. Infatti è possibile far cambiare idea ad almeno uno dei due colossi pro regime: la Cina. Il gigante asiatico ha stretto forti legami con Teheran, che nel 2009 è diventato il suo secondo fornitore energetico, in cambio l’Iran ha ricevuto appoggio internazionale, logistico, intellettuale e di forniture per sostenere il proprio programma nucleare.
L’operazione viene condotta tramite compagnie cinesi, come la China National Offshore Oil Corporation e la PetroChina che si occupano di supervisione e importazione di gas naturale. Questi due colossi energetici sono quotati a Wall Street, e questo permetterebbe agli Stati Uniti di imporre sanzioni, anche molto aspre, contro le aziende, e costringere così Pechino ad abbandonare o, almeno, a non donare più il proprio appoggio al suo partner energetico.
Un’altra possibilità è il finanziamento e l’appoggio logistico necessario a gruppi di dissidenti che potrebbero portare alla rivoluzione contro il regime, ma forse l’occasione migliore si è persa nel 2009, quando l’Onda Verde tentò di minare il potere di Ahmanedijad e soprattutto di Khamenei, regalandoci un preludio di quello che sarebbe poi successo con la “primavera araba”. Ovviamente un attacco militare rischierebbe di rafforzare ulteriormente il fronte nazionalista pro regime rendendo così l’opzione inattuabile per molti anni a venire, costringendo gli iraniani a convivere con il regime per ancora molto tempo.
Obama potrebbe anche ricorrere al tentativo di isolamento internazionale dell’Iran, indebolendolo e rendendolo più vulnerabile a qualsiasi strategia, ponendo l’accento sul mancato rispetto reiterato da Teheran dei diritti fondamentali dell’uomo. Infatti in Iran abbiamo assistito l’anno passato al numero di esecuzioni pro capite più alto del mondo: in totale sono state eseguite 252 condanne ufficializzate più altre 300 indicate da fonti non ufficiali. Alle esecuzioni vanno aggiunti gli arresti sommari, il mancato rispetto della libertà di opinione e di espressione, i diritti delle donne inesistenti e molto altro ancora. Violazioni così importanti ai diritti fondamentali metterebbero in una posizione scomoda, quantomeno, la Russia, che se ponesse il veto ad eventuali sanzioni contro il regime iraniano, per i suddetti motivi, potrebbe essere accusata di non avere a cuore una delle missioni fondamentali delle Nazioni Unite. Non solo, ma nel caso in cui venga sfruttato il diritto di veto in Consiglio di Sicurezza, questo sarebbe aggirabile, poiché in materia di diritti umani eventuali sanzioni e decisioni a riguardo possono essere prese, se a larghissima maggioranza (consensus), dall’Assemblea Generale.
Quello che avverrà sarà probabilmente un mix delle opzioni non militari, che se non dovessero avere successo metterebbero il medio oriente in estremo pericolo, ma in questo momento sarebbe pericoloso anche mettere il regime all’angolo con attacchi sul suo territorio, considerando la possibilità di una risposta nucleare, che non può essere esclusa se l’operazione non dovesse avere il successo sperato. Israele rimane sempre pronto all’eventualità che si renda necessario un attacco, ma le parole del ministro della difesa Barak suonano insolite: “War is not a picnic. We want a picnic. We don’t want a war” (La guerra non è un picnic. Noi vogliamo un picnic. Non vogliamo una guerra.). Ciò che è sicuro, invece, è che ci troviamo di fronte un medio oriente sempre più polarizzato e sempre più a rischio, il cui futuro appare sempre più buio.
iMille.org – Direttore Raoul MinettiiMille.org – Direttore Raoul Minetti








Articolo interessante; io personalmente sono molto prudente, pur comprendendo tutte le ragioni dell’allarme. Si sono già avute diverse fasi di questo tipo, già in altri momenti si è avuta la percezione di essere a un punto di non ritorno, e poi invece le minacce sono sfumate. In Israele – per quel che si sa e si capisce – il governo – e in particolare il primo ministro – pone l’Iran come primo punto del suo impegno, ma si sentono voci che riflettono orientamenti diversi, più diplomatici.
E’ una situazione assolutamente difficile, in cui bisogna tener conto che anche la notizia sui media può rappresentare un’”arma non convenzionale” o una “distrazione”, o più verosimilmente un pezzo della strategia e del braccio di ferro diplomatico, giocato su più tavoli.
Sia chiaro, perché non vorrei essere frainteso: il pericolo c’è ed è effettivo, e Israele (e non solo Israele) nel caso ha tutto il diritto di prepararsi a una difesa; ma se e quando lo farà, non ci saranno pre-allarmi, come quelli diffusi in questo periodo.
Ottima analisi sugli scenari d’attacco, solo una piccola osservazione ed una domanda:
la storia insegna che possedere l’atomica non significa usarla, anzi nella maggior parte dei casi il solo possesso dell’arma funge da strumento politico.
E allora, perche’ l’Iran dovrebbe usare l’atomica contro Israele? escludendo l’ipotesi che Ahmadinejad sia un pazzo furioso totalmente irrazionale, un operazione del genere inevitabilmente comporterebbe:
1) la distruzione di uno dei luoghi piu’ sacri all’Islam – su cui dubito che Khamenei sia molto d’accordo;
2) una inevitabile risposta degli USA con conseguente fine dell’Iran.
Io dubito che il nostro Ahmadi’ sia tanto fesso…
Il concetto è che un Iran con la capacità atomica è inaccettabile in primis per Israele, e poi per tutto l’occidente. Ovviamente non verrà sferrato un primo attacco, ma la possibilità di una rappresaglia atomica ad un tentativo di attacco israeliano diverrebbe possibile. E’ il classico dilemma della sicurezza, ed è per questa ragione che esiste il NPT, violato dall’Iran. Comunque non so se traspare abbastanza dall’articolo, ma non credo proprio che avverranno attacchi all’Iran, almeno non direttamente. Se avessero voluto farlo l’avrebbero già fatto e sicuramente non ne avremmo sentito parlare così tanto prima. Ho il sospetto che il Mossad sappia più dell’Aiea e che in realtà il regime non sia così vicino all’atomica. Per non parlare del fatto che l’Iran è fondamentale per il progetto Nabucco, nonostante, ahinoi, stia diventando sempre più obsoleto.