di Stefano Minguzzi
Allo scorso Linux Day di Grosseto, organizzato dall’associazione Guru at Work, iMille sono stati invitati alla tavola rotonda con altre riviste e blogger dal titolo “Quanto blog e social network possono incidere nella diffusione di notizie e più in generale del pensiero? Stiamo uscendo dal monopolio della tv o stiamo televisivizzando il web?”. Il quesito ha fatto da sfondo ad una serie di riflessioni sullo stato della blogosfera italiana dal punto di vista normativo, politico e soprattutto economico.
Il dibattito se il web sia ormai morto è stato aperto a livello internazionale da due celebri interventi di Chris Anderson su Wired (2010) e Geert Lovink su Nettime (2011). L’ascesa del mobile, 9 milioni gli italiani che a settembre 2011 accedo alla rete da smartphone o tablet, e delle “app” stanno chiudendo spazi al web libero. La contestazione più forte arriva dal mediattivista olandese Lovink: la navigazione tramite iphone, ipad o simili è un percorso all’interno di steccati privati, software sviluppati da grandi multinazionali (Google e Apple su tutti) che privatizzano l’iperspazio. Lovink, da radicale qual è, propone addirittura la nascita di una nuova rete fondata sui principi della libertà e dell’anonimato.
Nel mondo qualcosa si sta muovendo in questo senso anche se con poco clamore: le freenet che non hanno bisogno di server centrali sono un esempio al momento diffuso soprattutto tra gli smanettoni. Maggiore successo ha avuto il collettivo che sta sviluppando Diaspora* (l’asterisco è parte del nome) che ha l’obiettivo dichiarato di fuggire da facebook e dalle sue politiche sulla privacy per dare vita ad un social-network tutto nelle mani degli utenti. Tentativo nobile e in dirittura d’arrivo che ha beneficiato di molta buona stampa. Al momento Zuckerberg dorme sonni tranquilli tanto da potersi permettere persino di investire soldi sul progetto.
Al di là dell’evoluzione che il web ha avuto nei suoi primi 20 anni di vita (nel 1991 nasceva il World Wide Web) rimangono attuali le classiche domande che riguardano l’editoria, l’informazione e il giornalismo. Chi è l’audience, quanta è e come si comporta? Quest’anno ha fatto un certo scalpore lo studio del Pew Research Center che annunciava per il 2013 il sorpasso di internet sulla tv come prima fonte di informazione. Ovviamente stiamo parlando di statunitensi, ma il dato è comunque significativo. Alla domanda su quale fosse il media principale dal quale traggono le informazioni le risposte indicavano un 66% per la Tv, un 31% per i quotidiani (erano al 45% 10 anni fa), mentre il web passa dal 13% del 2001 al 41% di oggi.
Non sorprende invece che per la fascia d’età 18-29 anni sia già oggi il web la prima fonte di informazione (65%), mentre la tv segue solo al 52%. Sorprende un po’ che tra i 30 e i 49 anni la tv sia ancora al comando saldamente (63% contro 48%).
Non è oro tutto quel che luccica: se il web si sta ritagliando spazi inimmaginabili 20 anni fa, crescono anche le ombre che questi produce. Il Context based research della World Association of newspaper (2008) segnala che nella fascia d’età 18-24 anni crescono i giovani affetti da calo dell’attenzione e difficoltà ad assorbire informazioni a seguito di errate modalità d’uso dei media. Alla classica mancanza di alfabetizzazione (digitale o tradizionale che sia) si aggiunge anche una certa tendenza a navigare facendo altre attività. Nei fatti si limita la propria attenzione alle pagine di informazioni solo ai titoli o alle foto, vanificando nei fatti qualsiasi tentativo di approfondimento.
Aggiungiamo che l’esplosione dei socialmedia ha sì favorito le connessioni, ma riducendo sensibilmente la profondità. Se sui newsgroup di Usenet 20 anni fa le discussioni erano molto articolate e complesse anche da seguire, oggi il colonnino di commenti su facebook è desolantemente scarno. Sempre Wired poneva l’accento, con toni un po’ allarmistici, sul rischio che Google ci rendesse stupidi: un po’ come quando si diceva che la calcolatrice ci facesse disimparare a contare.
In Europa e in Italia la situazione non è tanto diversa. L’Università di Urbino quest’anno ha pubblicato un’analisi sul mix mediale degli under 40 anni. I risultati vedono sì il web in grande ascesa come fonte d’informazione, ma meno che nel resto del mondo, superando radio e giornali, ma restando dietro alla tv. Si pagano ovviamente gli scarsi investimenti in infrastrutture e in alfabetizzazione. Dato drammaticamente confermato anche agli ultimi SMAU che dimostrano come l’Italia sia ben messa come offerta di servizi online, m a abbia pochissimi utenti.
Un aspetto poco dibattuto, ma centrale è invece quanto il web sia influenzato dalla tv e dagli altri media in genere. E’ certamente una novità che il web sia il primo vettore delle informazioni per gli under30, ma se poi questa informazione viene confezionata sulla base della scala di priorità della tv, o peggio, dagli stessi giornalisti che producono le notizie per gli altri media, la rivoluzione annunciata rischia di essere solo una lieve brezza. Il cuore della questione rimane il ruolo della professione del giornalista che, al pari dello scrittore, andrebbe spogliato da finzioni professionali come l’ordine o l’albo e redistribuito a chi nella pratica quotidiana produce informazione. Oggi più di ieri sul web servono produttori di contenuti autonomi e indipendenti e solo il loro successo porterà a qualche vero cambiamento a seguito della diffusione del web.
Riviste solo online come questa e molte altre, progetti di syndication tra giornalisti o portali di citizen-journalism sono possibili vie che possono realmente variare la percezione del mondo che oggi ci impone la tv e i grandi gruppi dei media che la controllano e la fanno ogni giorno. E’ evidente che la scommessa è sì sulla produzione di contenuti e sulla loro diffusione, ma anche sulla capacità di creare business model convincenti. Wikileaks che ha terremotato tutto l’Occidente è rimasto senza soldi e si è dovuto fermare, idem tante riviste nate online con qualche notevole eccezione come l’Huffington Post negli USA. La crisi, anche da questo punto di vista, può essere il motore del cambiamento come teorizzava Schumpeter 1 secolo fa.iMille.org – Direttore Raoul Minetti








Se interessa il tema consiglio la lettura anche di quest’altro mio articolo:
Il futuro dei social network
http://medialab.cittadiniglobali.org/2011/11/il-futuro-dei-social-network/
Purtroppo vengo a sapere solo oggi che Ilya Zhitomirskiy, uno dei confondatori di Diaspora*, è morto all’età di 21 anni (http://mashable.com/2011/11/13/ilya-zhitomirskiy-diaspora-dies/). I motivi al momento non sono stati resi pubblici. E’ veramente dura accettare la perdita di ragazzo a quell’età.