Il passo indietro della politica, immatura per le riforme

di Giovanni Faleg.

Foto: ludik

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 Con l’uscita di scena di Silvio Berlusconi, si è aperta la strada ad un governo tecnico guidato da Mario Monti per portare avanti le riforme approvate dall’Unione Europea. Obiettivo: evitare la bancarotta del paese. Al di là dell’euforia per quella che è stata prematuramente definita la fine del Berlusconismo, è opportuno effettuare qualche considerazione più “a freddo” per evitare che i troppi bicchieri di champagne portino a conclusioni sbagliate sul futuro della scena politica italiana.

Quanto sta accadendo nel nostro paese presenta due chiavi di lettura tra di loro connesse. C’è, da un lato, la crisi di governo, effetto della crisi finanziaria globale, risultata nella perdita della maggioranza parlamentare da parte della coalizione al governo dal 2008. La “caduta” (più che la fine) di Berlusconi si inserisce all’interno di questa prima chiave di lettura. Dall’altro lato, si assiste ad un più generale passo indietro della politica, a favore di una provvisoria governance tecnocratica, responsabile di sostenere il peso delle riforme che nessun partito sarebbe in grado di sopportare.

Alla luce di queste due premesse, le conseguenze sugli scenari politici futuri sono riassumibili in tre punti:

  1. Berlusconi over, il berlusconismo no. Nel momento più grave dal contagio della crisi del debito al nostro paese, e prendendo atto dell’esito del voto in Parlamento, i partiti che compongono la maggioranza si sono fatti da parte onde evitare i costi politici (quindi, elettorali) derivanti dal pacchetto di misure di austerità imposto da Bruxelles. Questo spiega sia la scelta della Lega di tornare all’opposizione, sia il sostegno condizionato (e lo “stay behind”) del PdL al governo Monti. Di conseguenza, sia la Lega che il PdL avranno a disposizione i mesi che vanno di qui alla fine della legislatura per preparare la campagna elettorale a rischio 0, evitando così il fuoco incrociato dei mercati e delle piazze grazie allo “scudo” dei tecnici. Ciò potrebbe non bastare a risollevare la reputazione di Berlusconi, ma potrebbe giovare, e non poco, ad un PdL in versione più organica di quello visto in questi anni, in cui Berlusconi manterrebbe – almeno – il ruolo di ”puppet master”.
  2. La “mossa” delle opposizioni. Anche i partiti di opposizione (PD, IdV e Terzo Polo) approfitteranno del break tecnico per prepararsi in vista delle elezioni. Come nella buona vecchia prima Repubblica e in modo piuttosto simile alla “mossa” del Palio di Siena, rivalità, tatticismi e tentativi di raggiungere alleanze potranno rendere questa fase di riassetto complessa ed astrusa agli occhi degli elettori, con il rischio di vanificare il bonus appena conquistato. Nel PD, come nel Palio, deciderà l’abilità del “mossiere” di muoversi con il giusto tempismo per conquistare e/o mantenere la leadership evitando l’ostruzione degli avversari.
  3. “Mamma li tecnici”. Ben venga una figura carismatica e rispettata a capo del nuovo governo tecnico. Mario Monti avrà infatti l’arduo compito di risanare le finanze e promuovere la crescita, il che comporterà “lacrime e sangue”. Monti avrà dalla sua i mercati, l’Europa ed i partner internazionali. Ma lo spirito di emergenza nazionale che ha spinto i partiti a sostenere il nuovo governo tramite uno sforzo comune non sarà facile da mantenere in Parlamento. Specialmente se, come è probabile, i cittadini dovessero cominciare ad esprimere in piazza il loro dissenso per gli esosi costi delle riforme – in particolare, per quel che riguarda la riforma del mercato del lavoro.

Queste brevi considerazioni danno luogo a importanti interrogativi sul futuro dell’Italia: dopo la parentesi tecnica, potremo contare sul senso di responsabilità e sulla lungimiranza dei candidati premier? Oppure la politica con la “p” minuscola, interessata più ai guadagni nel breve periodo che alle conseguenze a medio/lungo termine, riprenderà il sopravvento? Cosa offre il nostro paese oltre Berlusconi?

Forse conviene essere ottimisti, ritappare lo champagne alla fine non gioverebbe a granché. Ma occorre tenere ben presente una lezione importante: le riforme strutturali si fanno nell’arco di una legislatura, non in 6 mesi. Si fanno attraverso uno spirito di collaborazione fra la classe politica, che ha il compito di adottare le riforme, e la società civile, che deve accettarne i costi. Non in un clima di emergenza nazionale quando il paese è sull’orlo del baratro e la scelta diviene obbligata, tanto per cittadini quanto per le classi politiche, con conseguenze molto pericolose in termini di deficit democratico. Le capacità di fare riforme è, pertanto, un indicatore importante della maturità politica e democratica di un paese. La lezione da trarre è che l’Italia è un paese politicamente e democraticamente immaturo. Non sarà il governo tecnico a salvare la patria. Tapperà qualche buco, ma crescita e sviluppo sono obiettivi di lungo periodo. Obiettivi che non saranno raggiunti se la Politica, quella con la “P” maiuscola, non farà un passo avanti.

Quale domani allora per l’Italia? Tracciando analogie fra Berlusconi e Craxi, fra i governi tecnici Monti e Ciampi, e fra i tatticismi di questa Repubblica e di quella precedente, mi ritornano alla mente le parole di Indro Montanelli, che sosteneva: “L’Italia non ha domani. Un paese che ignora il proprio ieri non può avere un domani. Ma per gli Italiani prevedo un futuro brillante”. Monti è un italiano brillantissimo, ma non è un politico: a coloro che sosterranno il suo governo, e a chi gli succederà, la responsabilità storica di capire che l’Italia deve avere un domani.

iMille.org – Direttore Raoul MinettiiMille.org – Direttore Raoul Minetti

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