Governo tecnico. I paragoni internazionali sbagliati di Claudio Cerasa (Il Foglio)

di Francesco Molica.

Home page de Il Foglio del 17/11/2011

Al voto, al voto! In questi giorni il partito delle elezioni hic et nunc ha trovato sponde eccellenti anche sulle colonne di diversi quotidiani di opinione. Un agguerrito plotoncino di giornalisti, notisti, opinionisti è salito sulle barricate a sventolare il vessillo della democrazia, in un’accezione per la verità deformata, contro il “commissariamento di Ue, banche e mercati” e l’odiata tecnocrazia di Monti che ne sarebbe diretta emanazione. C’è chi come Filippo Facci su Libero scomoda termini carichi di echi funesti (“golpe post-moderno”) stringendosi in un’improbabile abbraccio con Alberto Burgio, che dall’altro polo dell’emisfero politico, nella pagina opinioni de Il Manifesto, denuncia addirittura l’avvento di una forma post-litteram di “dispotismo illuminato”. Esternazioni che si commentano da sole.

E poi, tra gli altri, sale in cattedra anche il solito Claudio Cerasa, già attento commentatore degli intrighi alla corte del Partito Democratico per Il Foglio di Giuliano Ferrata. In “Ricordate i Piigs? Cinque ragioni per cui votare in Italia non era una follia”, il giovane cronista romano tenta la carta dei paragoni internazionali per suffragare il mantra dell’urna anticipata.

Il messaggio squadernato dall’articolo è limpido: in Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna (e perfino Islanda), i venti della crisi hanno si’ abbattuto i governi nazionali all’epoca in carica. Eppure, in stridente contrasto con il caso italiano, in quei paesi non s’è mai pensato di “sospendere” il lecito decorso della democrazia. Alle dimissioni dei rispettivi esecutivi, spiega Cerasa, sono seguite regolari elezioni. Oppure, laddove come in Grecia le chiavi dello stato sono state affidate ad un primo ministro tecnico (ma i dicasteri distribuiti tra le due principali forze del paese), si è comunque proceduto a stabilire una data precisa per le urne.

Sfortunatamente, le belle argomentazioni comparative usate per stigmatizzare l’anomalia italiana hanno i piedi d’argilla, e invero finiscono proprio per avvalorarne e sostenerne la sua specificità.

Prendiamo il Portogallo e l’Irlanda.

Cerasa sostiene che, dopo le dimissioni rassegnate dal premier lusitano José Socrates a fine marzo, e in barba ai declassamenti a catena delle agenzie di rating e tassi sui titoli di stato schizzati ben oltre i livelli di guardia, “nonostante cio’ pero’ lo scorso 5 giugno in Portogallo si è scelto di votare”. Poi ammette che “le cose non sono migliorate” ma almeno “il Portogallo oggi ha un nuovo governo legittimato a governare. L’Italia un po’ meno”. Quello che Cerasa tralascia di aggiungere, tuttavia, è che prima che il paese tornasse alla urne Socrates, in veste di primo ministro dimissionario, aveva incassato dall’Ue il via  libera a un prestito da 78 miliardi, 18 dei quali da liquidare in anticipo rispetto allo scrutinio. Ragione per la quale poteva tenere elezioni senza doversi preoccupare delle reazioni dei mercati, ai quali il suo paese non doveva più ricorrere per finanziarsi. Stessa identica musica per l’Irlanda. Solo dopo essere stato costretto dai partner europei ad accettare gli aiuti del Fondo Salva-stati, e messo al riparo il paese dalle pressioni degli investitori,  l’allora Taoiseach Brian Cowen ha potuto programmare le proprie dimissioni e il voto anticipato.

Quanto alla Spagna, almeno in quel caso, la bomba è stata disinnescata in anticipo. Prima di congedarsi dalla carica di primo ministro e convocare le urne, José Zapatero ha immolato tempestivamente la propria carriera politica su una sequela di misure d’austerità lacrime e sangue che avevano in via provvisoria tranquillizzato la speculazione e, dunque, creato un contesto sicuro per le elezioni.

In sostanza l’ex premier iberico, sfidando il malumore dell’opinione pubblica, s’è in parte addossato l’ingrato ruolo di gendarme dei conti pubblici che Berlusconi, sommerso da veti d’ogni genere, ha allegramente rifuggito. Occorre ricordare come la nostra classe dirigente abbia menato il can per l’aia la scorsa estate alle prime e ben tangibili avvisaglie dell’attuale emergenza?

Premesso che la Grecia non fa eccezione, resta in gioco la minuta Islanda, dove l’ esecutivo, com’è noto, è caduto almeno un anno dopo aver ricevuto un prestito erogato dal Fondo Monetario Internazionale e dai paesi scandinavi. Insomma, per quanto Cerasa, snocciolando a dritta e a manca dati su Pil, tasso di disoccupazione e via dicendo, ce la metta tutta per dimostrare che le economie reali dei P(i)igs (gli altri più l’Islanda)  navigavano in acque ben più agitate dell’Italia prima di andare al voto, purtroppo non centra il cuore del problema.

Ma c’è dell’altro. A prescindere da queste considerazioni, come dimostrano le motivazioni addotte di recente nella nota di declassamento inflittaci da S&P, la verità è che a preoccupare i mercati è l’inconsistenza programmatica e la litigiosità del panorama politico italiano, prima ancora che lo stato della nostra economia. Il che ci distingue, in qualche modo, dai succitati paesi. Avete provato a immaginare con quanta ferocia potrebbe castigarci la finanza internazionale di fronte al pericolo di un senato privo di maggioranza stabile, che quasi certamente si materializzerebbe se si andasse a votare con l’attuale legge elettorale?

Naturalmente, siccome non possiamo e non dobbiamo permetterci di ricorrere ad aiuti economici esterni (sarebbe una catastrofe, ammesso che ci siano le risorse per farlo), e tanto meno abbiamo avuto un esecutivo capace di prevenire l’incendio con un programma di riforme e tagli all’altezza, l’ultima e giustificatissima ratio per ora resta il governo tecnico. Con buona pace di Cerasa.

iMille.org – Direttore Raoul MinettiiMille.org – Direttore Raoul Minetti

6 Commenti

  1. Alessandro Giovannini

    il poter pensare che l’Italia avrebbe superato gli effetti di una elezione, ecco un semplice paragone:

    http://fingfx.thomsonreuters.com/2011/11/07/0834133f77.htm

    il salto dal 7% (a cui stavamo praticamente) all’8%, ci si mette davvero poco a farlo, e a quel punto il mercato si chiude e poi sei costretto a chiedere liquidità o all’IMF o all’Europa!

  2. Ciao Francesco Bel pezzo! Però non c’entri il bersaglio secondo me. Tu dici giustamente che molti paesi prima di andare a votare sono stati aiutati dall’esterno, sennò sarebbero collassati prima. Ma tu credi davvero che la situazione economica dell’Italia sia solo lontanamente paragonabile a quella di Islanda, Irlanda, Spagna, Grecia e Portogallo? Io dico di no ed è proprio da questa premessa da cui partiva il mio ragionamento. L’Italia rispetto a tutti questi paesi sta messa molto meglio (non siamo mica Piigs!) ed è proprio per questo che la scusa “la situazione economica non ci permette di andare al voto” è una scusa che non sta né in cielo né in terra. Si poteva votare tranquillamente (secondo me si doveva) ma semplicemente si è scelto di no. Ma la scusa dell’economia non regge, davvero. Non credi?

  3. Raoul

    Con tutta la stima per Claudio, le cose non stanno cosi’. L’Italia e’ incappata in quello che gli economisti definirebbero un “bad equilibrium” (un “equilibrio cattivo”) nei mercati finanziari internazionali. E i tempi dei mercati finanziari stanno a quelli della politica e della macchina elettorale come un jet supersonico sta ad una locomotiva a vapore. Come mostrano i simpatici grafici di Alessandro una crisi di fiducia e di panico puo’ far ulteriormente schizzare i tassi di interesse a livelli di non ritorno (diciamo, oltre l’8%) in pochissimo tempo. Altro che tempi della campagna elettorale. L’Italia ha dei fondamentali economici malati ma non moribondi (a differenza della Grecia), su questo Claudio ha ragione. Ma questo non centra il punto. I fondamentali economici dell’Italia sono sufficientemente malati da esporla in prima linea a crisi di fiducia e di panico. Crisi di fiducia e di panico che poi si autoalimentano rapidissimamente, facendo salire il costo del nostro debito a ritmi vertiginosi in pochissimo tempo, il che poi alimenta ulteriore perdita di fiducia e panico (self-fulfilling prophecies, per chi ama i termini economici). Senza volerla fare lunga ed entrare nel tecnico, ringraziamo il cielo che un saggio capo della stato ha tirato fuori dal cilindro una persona altrettanto saggia e capace. La strada e’ tutta in salita e dipende non solo dall’Italia ma da tutta l’Europa. Ma le elezioni ora sarebbero state una scelta folle sotto il profilo economico.

  4. A me fa sempre un po’ di “tenerezza” sentire che “l’italia sta messa molto meglio”. In base a cosa? Ma chi lo dice è mai stato fuori? A parte gli indici economici che giustamente cita Raoul, si può facilmente girare tra le città italiane e quelle europee e vedere la differenza.
    Oppure lavorare solo pochi mesi fuori dai confini nazionali e vedere la differenza. Per dire una sciocchezza (ma che è esemplificativa): in Italia le amministrazioni pubbliche ci possono mettere mesi prima che inizino a pagare, all’estero non solo ti pagano regolarmente dal primo mese, ma spesso ti chiedono se si vuole un anticipo sul primo stipendio. E la lista potrebbe essere lunga …

    Però certo “l’italia sta messa molto meglio” … e allora mi cascano le braccia …

  5. Francesco Mo

    Condivido parola per parola quanto osservato da Raoul. Pero’, al netto dei fondamentali malati italiani, ci sono secondo me due aggravanti che alimentano il nervosismo dei mercati: l’infima credibilità all’estero della nostra classe dirigente e i dubbi sempre più diffusi sulla tenuta dell’Europa. Per il momento, al cospetto di un’emergenza di portata storica, non c’era altra alternativa che il governo tecnico. Più avanti, tuttavia, a biglie ferme e quando (si spera) l’incendio sarà domato, bisognerà fare un discorso di verità e avviare una riflessione profonda sulla relazione anch’essa malata tra finanza e politica.

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