E l’Europa stia anche attenta alla perfida Albione

di Francesco Molica.

"PM David Cameron and President José Manuel Barroso" di The Prime's Minister Office

Le malinconie economiche della zona euro, occupando di peso l’intero perimetro del proscenio comunitario, tengono per il momento nel dietro le quinte il profilarsi di un’ennesima esplosiva grana per le autorità dell’Ue. Il mai domo demone euroscettico è tornato infatti a scalciare di prepotenza al di là della Manica. E con la coda lunga della crisi finanziaria che continua ad agitare l’opinione pubblica britannica, tenendo sulle spine la sua classe dirigente, c’è da scommettere che questa volta non potrà essere esorcizzato tanto facilmente. Tanto che sarebbe cosa utile riesumare il pirotecnico bestiario di sortite antieuropeiste di Margareth Thatcher, perché i suoi numerosi epigoni potrebbero presto arricchirlo con una aggiornatissima appendice.

La miccia anche in questa circostanza è stata accesa proprio nelle viscere dei palazzi del potere londinese. Il precario equilibrio politico sulla “questione europea”,  edificato con grande tatto dalla precedente gestione neolaburista, s’è profondamente incrinato il 24 ottobre scorso allorquando la Camera dei Comuni ha dovuto esprimersi sull’ipotesi di mettere a referendum la permanenza del Regno Unito nell’Unione europea. A prima vista la seduta sembra aver seguito una partitura lineare, confermando quel minimo sindacale di lealtà al progetto europeo che si esige dai tre principali partiti di Sua Maestà (sebbene come espressione di sensibilità assai diverse). I deputati conservatori, laburisti e liberal-democratici hanno rigettato la mozione che invocava il temuto plebiscito sull’appartenenza all’Europa, per altro consapevoli del fatto che il documento non avrebbe comunque avuto alcun valore vincolante per l’esecutivo.

Visto in filigrana, tuttavia, il voto dei Comuni dovrebbe preoccupare Bruxelles, piuttosto che tranquillizzarla. Poiché, come è noto, ha officiato ad un ammutinamento di portata storica in seno al partito Conservatore. Ben 81 deputati della compagine di Cameron, mai cosi’ tanti sull’Europa, sono andati controcorrente deliberando in favore del referendum. E potevano essere molti di più se i vertici Tories non si fossero risoluti a reprimere parte della ribellione brandendo il bastone della disciplina di partito. L’Europa è avvisata.

Qui non si tratta di un isolato incidente di percorso. E’ pur vero che all’interno del partito della Thatcher negli ultimi 30 anni sono convissute due speculari scuole di pensiero, l’una favorevole, l’altra contraria, sull’Unione Europea. Ma la prima fazione è ormai in trincea, ridotta a una risicata minoranza di veterani prossimi alla pensione, mentre l’anima euroscettica ha preso il sopravvento, in maniera capillare, sospinta dal crescente livore delle nuove generazioni. Invero, tra i cosiddetti backbenchers (i deputati in genere più giovani e senza cariche) che propugnano apertamente, e quasi all’unanimità, un rapido disimpegno dall’Europa, e la cricca di Cameron che siede sulle poltrone governative, non sussistono enormi divergenze nella sostanza. Le discrepanze, semmai, hanno più a che vedere con una questione di convenienza e tempistiche. Oltre che di strategia. Cameron governa in coalizione con i liberal-democratici, europeisti di stretta osservanza, e non puo’ concedersi derapate sull’argomento per non perdere la stampella alla quale, in definitiva, si regge per governare attraverso una maggioranza stabile. Inoltre, data l’inquietudine che cova in questo momento a Bruxelles, gettare la maschera sulle reali intenzioni britanniche scatenerebbe ulteriori e dispensabili rancori. E’ dunque più comodo per il premier conservatore optare per un circospetto gradualismo. Un’operazione che è stata già inaugurata decretando che qualsiasi futuro avanzamento dell’integrazione europea verrà sottoposto per legge all’approvazione dei cittadini della corona (che di certo lo bocceranno). E dovrebbe proseguire, più in là con il tempo, con una cospicua rinegoziazione dei poteri concessi all’Ue.

Intanto Cameron, nel solco dei suoi predecessori, si accontenta di fare la solita melina in sede di Consiglio minacciando veti su questo o quell’altro  progetto di direttiva che stia stretto agli interessi del suo paese.

Certo è che la pelosa prudenza di primo ministro inglese potrebbe, prima o poi, essere soverchiata dai suoi stessi elettori. L’ipotesi del referendum è oggi appoggiata dal 70% della popolazione e, si andasse al voto domani, i favorevoli al divorzio tra UE e Regno Unito l’avrebbero vinta.  Tant’è vero che secondo l’Economist uno scrutinio, sebbene sembri distante, alla lunga sarà inevitabile. Il guaio è che potrebbe costituire un brutto precedente per l’Europa. Il Trattato di Lisbona ha introdotto per gli stati membri la possibilità di sciogliere qualsiasi legame con l’Unione europea. Prendendo a pretesto la crisi politica ed economica in cui versa il Vecchio Continente, altri paesi potrebbero allora seguire l’esempio britannico dicendo addio al cantiere europeo. Parliamo di fantapolitica, ovviamente: eppure considerato il riemergere di istinti nazionalisti e il successo dei populismi in molti stati membri, meglio tenere la guardia alta prima che il Regno Unito scateni una sorta di effetto domino in potenza capace di  mettere al tappetto l’intera Unione europea. Come dire: dopo l’euro, ci sono altri bei grattaccapi che attendono l’Unione europea dietro l’angolo.

iMille.org – Direttore Raoul  Minetti

 iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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