di Giovanni Gruni.
In questo periodo di crisi economica, disoccupazione e sfiducia verso la classe dirigente, in Italia e nel mondo sono riesplosi i movimenti. Raggruppamenti di ogni genere, espressione di necessità che la politica italiana o le tecnocrazie europee ed internazionali non sembrano capaci di soddisfare. A volte i movimenti sono un fenomeno tutto italiano che punta il dito verso gli sprechi dello stato, la corruzione, le rendite di posizione. Altre volte il fermento è collegato con tendenze globali e manifesta una critica profonda al sistema economico, alle teorie che lo sostengono ed al ruolo sproporzionato della finanza nella creazione e distruzione di ricchezza. Dal recente movimentismo più che una critica ai fondamentali del capitalismo pare emergere una riflessione sulle forme di capitalismo. Si tratta soprattutto della richiesta di considerare come l’economia di mercato può divenire strumento al servizio di equità e diritti fondamentali. I movimenti non sono istituzione, ma chiamano le istituzioni globali e locali a gestire le deficienze del sistema impegnandosi su un cammino di riflessione critica. Tale dimensione dei movimenti di protesta non è anti-sistema, ma piuttosto un possibile contributo verso la creazione di meccanismi di governance che siano efficienti non solo economicamente, ma anche socialmente. Come nota il premio Nobel Joseph Stiglitz, i movimenti sono un campanello di allarme, un segno di frustrazione verso il processo elettorale che deve essere ascoltato. La loro funzione è evolutiva, non rivoluzionaria.
Ai partiti di centro-sinistra il movimentismo pone talvolta interrogativi profondi. Negli ultimi decenni in tutto il mondo occidentale i partiti di centro-sinistra hanno trascurato la via di Keynes e dei diritti sociali e creduto al gospel del mercato come panacea verso la prosperità. Questo è stato un errore che non ha permesso al progressismo di sviluppare una prospettiva propria sulle nuove sfide globali. Inoltre, i partiti progressisti di molti paesi hanno contribuito alla scrittura di regole sovranazionali che non danno il dovuto spazio ai diritti e alla coesione sociale. In questo l’Organizzazione Mondiale del Commercio è stato un caso esemplare. Per l’Uruguay Round, che fece da anticamera alla scrittura dei trattati dell’OMC, sono passati molti governi di centro-sinistra senza lasciare nei testi alcuna impronta sociale. Ciò è sfociato in una regolazione del commercio internazionale lesiva dei diritti fondamentali e favorevole agli stati più ricchi. Bill Clinton che partecipò alla creazione dell’OMC ha recentemente ammesso la sua mancanza di lungimiranza sulle questioni sociali legate alla globalizzazione. Il centro-sinistra potrebbe ora iniziare una riflessione critica sulle varietà di capitalismo che, all’interno dell’economia di mercato, esprima un progetto fondato sulla coesione sociale.
L’Unione Europea è spesso vista dai movimenti come portatrice degli interessi di banche d’affari e multinazionali e per questo messa sotto accusa. La critica non è del tutto infondata, ma l’Unione Europea, pur essendo oggi parte del problema, può divenirne la soluzione. Nell’era del capitale mobile, la protezione dei diritti fondamentali non può fare infatti a meno delle organizzazioni regolative sovranazionali. Perfino il diritto del lavoro, un tempo appannaggio esclusivo dei governi nazionali, per poter essere efficace deve oggi essere oggetto anche di regolazione sovrastatale. Gli stati che tentano di offrire maggiori tutele ai lavoratori rischiano infatti di trovarsi svantaggiati nella competizione per attrarre gli investimenti. La soluzione non sta tuttavia nella diminuzione delle tutele, ma nella loro inclusione nei trattati e nella continua ricerca di un equilibrio fra mercato comune e protezione sociale. Purtroppo fino ad ora l’Unione Europea è stata capace di tale slancio solo timidamente. Questa inerzia ha aggiunto al deficit di governo ecomico un altro deficit, profondo, sulla legislazione sociale. La mancanza di garanzie sui diritti fondamentali ha fatto talvolta dell’Unione Europea uno strumento di regressione della tutela anziché di avanzamento. Esempio eclatante è la recente giurisprudenza della Corte di Giustizia Europea su alcuni casi di azione industriale in Svezia. Sentenze che lasciano poco spazio ad interpretazione hanno costretto uno dei sistemi di welfare più avanzati del mondo a rivedere le proprie tutele al ribasso.[1]
Per uscire dalla propria crisi di credibilità, l’Unione Europea dovrebbe cessare di agire in base a meri criteri di efficienza economica e mettersi in grado di proteggere le fasce più deboli. Alcuni passi sono stati compiuti con la Carta dei Diritti Fondamentali e alcune direttive di diritto del lavoro. C’è tuttavia ancora tanta strada da percorrere perché l’Unione Europea sia limpida verso i diritti umani e i principi di solidarietà ed uguaglianza. Questo vale anche per l’Organizzazione Mondiale del Commercio talvolta paragonata all’Unione Europea come era al momento della sua creazione negli anni ‘50. Nel caso dell’OMC però i deficit democratici e sociali sono estremamente più gravi. Purtroppo l’Unione Europea, che è membro dell’OMC, ha ampiamente contribuito a tali mancanze attraverso una partecipazione più che opaca nei confronti dei diritti economici e sociali.
Su questi temi globali con forti ricadute nazionali ci sono delle grandi battaglie da compiere e spettano tutte ai partiti di centro-sinistra. Nell’Unione Europea la strada è già stata battuta durante la presidenza della Commissione del francese Jacques Delors, quando al rapporto fra sviluppo economico, occupazione e diritti sociali fu data grande attenzione. L’appoggio per il progetto dell’Europa unita da parte dei partiti progressisti non dovrebbe mancare di critica dei deficit dell’Unione e delle sue necessità di riforma. Altrimenti il risultato è una sfera regolativa sovranazionale che agendo sopra gli stati può incrinare il preziosissimo modello di economia sociale di mercato del quale l’Europa è fieramente inventrice.
In Italia il nuovo movimentismo è ancorato anche a questioni nazionali. Lo sdegno per l’utilizzo privato della cosa pubblica, la largamente impunita evasione fiscale e l’incapacità della classe politica di promuovere il cambiamento sono elementi che si rincorrono all’interno dei movimenti. A queste ragioni si aggiunge la frustrazione delle generazioni più giovani, ostracizzate dal processo produttivo e private della possibilità di esprimere i propri talenti. La sfiducia per il processo elettorale è completa mentre i partiti divengono un simbolo negativo di incompetenza e corruzione. Una cittadinanza critica ed interessata al bene comune ci è fortemente mancata negli anni passati e se questo si sta sviluppando è certamente un bene. Tuttavia, i movimenti sono utili al cambiamento fino a che non diventano sfiducia o ancor peggio rifiuto del processo democratico e dei partiti politici come mezzo principale di rinnovamento. I mezzi a disposizione dei movimenti per creare una trasformazione strutturale sono infatti limitati. Il Referendum dello scorso giugno è stato un successo enorme, ma è ora necessario sbloccare le macchine partitiche e farne uno strumento di collegamento fra le istanze sociali e la legislazione nazionale, europea e globale. In questo senso il lavoro da fare è enorme, ma i partiti non miglioreranno senza l’apporto di chi è ricco di competenze, idee e ideali. Chi si è speso per movimentare la società potrebbe riflettere ora su come movimentare i partiti politici. Si può iniziare dalla promozione di processi democratici di scelta della dirigenza e delle primarie per definire i candidati elettorali. Questo darebbe una prospettiva di lungo termine ai movimenti fino a far, forse, diventare un giorno la protesta sistema.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti
[1] Su queste sentenze la letteratura giuridica e’ sterminata. Commenti recenti sono raccolti in (2011) 131 Giornale di Diritto del Lavoro e di Relazioni Industriali.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti








Davvero un bell’articolo. Bravo Giovanni Gruni.
Ottimo e concreto. Esprimere un disagio, considerare il movimento come risposta concreta ai calcoli ed alle teorizzazioni. E’ necessario far rinascere la fiducia del cittadino verso il controllo superiore, ma la difficoltà di questo consta nella necessità di ogni individuo di poter vivere la propria vita in un benessere relativo, data la pochezza del tempo che ci è concesso paragonata alla lentezza dei cambimenti previsti. E qui entra in gioco l’egoismo individuale e l’impazienza…e da una parte sono comprensibili…e non è facile chiedere al popolo, costituito da singole unità “viventi”, di accettare, di aspettare, per il bene della comunità, per la speranza in un futuro dei posteri. Probabilmente è questione di mentalità che si diversificano da paese a paese riflesso di culture diverse, di religioni diverse, di speranze diverse. L’Italia è per antonomasia, terra di “bellezze”, di “leggerezza”, caratteri che attirano il resto del mondo. All’Italia è difficile far accettare il concetto di “sacrificio”, seppur relativo. Come fare?