di Michele Ballerin.
Caro G.,
nella tua ultima mail hai risposto alle mie considerazioni sulla necessità di mettere la questione europea in cima all’agenda programmatica (come ha fatto saggiamente Zingaretti sul Foglio e non ha fatto invece, ad esempio, il giovane Renzi nei suoi 100 punti) invitandomi ad essere un po’ più “realista”. Se non ricordo male, mi facevi notare che per l’Italia è il momento delle “scelte concrete”, e non di un “vago richiamo agli Stati Uniti d’Europa o ad altri piacevoli sogni”.
Permetti allora che ti racconti una storiella, una storiella che riguarda questo curioso personaggio, il “realista”, da te così maldestramente evocato.
Nel 1950 l’Europa era uscita dal suo ultimo Armageddon: tutti i bravi realisti del continente erano unanimi nel ritenere che Francia e Germania dovevano rinchiudersi nei loro confini nazionali a leccarsi le ferite, come nel 1918, e starsene d’ora in poi, se possibile, buone e tranquille. Ma si fece avanti un federalista, e suggerì che era decisamente meglio se Francia e Germania avessero messo in comune la produzione del carbone e dell’acciaio: così un’altra guerra in Europa sarebbe stata molto più difficile in futuro. I realisti (l’Europa ne era ancora piena, all’epoca) scoppiarono a ridere e gli diedero del visionario: mettere in comune le basi materiali della potenza militare dopo Sedan, Verdun e Vichy?… Ed ecco spuntare il più strano, improbabile dei fiori: la CECA. Chi non l’ha fatto si legga l’autobiografia di Monnet: una pagina di questo libro insegna più di una laurea in scienze politiche.
Quattro anni dopo i “visionari” spinsero l’Europa a un soffio dalla Comunità Europea di Difesa – in pratica la federazione europea – e il progetto fallì solo per l’opposizione del parlamento francese: all’ultimo momento Mendès-France non se la sentì, perchè qualche gaullista e qualche comunista rialzarono la testa (come si vede, gli esponenti di due visioni che oggi non brillano precisamente per attualità). Tutti gli altri, compresi gli Stati Uniti, erano già d’accordo.
Negli anni Settanta i federalisti sostenevano che un organismo ormai potente come la CEE doveva essere sottoposto a un controllo democratico e che ci voleva un vero parlamento europeo, cioè un parlamento eletto a suffragio universale diretto; a molti anche questo sembrò un sogno, ma nel 1979 si tennero le prime elezioni paneuropee. Oggi a nessuno dispiace se nell’Unione c’è, almeno, uno straccio di istituzione genuinamente rappresentativa.
Negli anni ’80 i federalisti, che sono gente ricca di pazienza, intrapresero la battaglia per la moneta unica. I realisti, neanche a dirlo, insorsero compatti e si fecero beffe di una prospettiva così – appunto – irrealistica. Nel ’92 l’Europa stupì il mondo dandosi l’euro: perchè la stabilità monetaria è un valore e fa comodo a tutti. Non si era mai visto qualcosa di simile: eppure adesso si vedeva.
Oggi, in piena crisi, parecchi vanno accorgendosi che un’unione monetaria fra diversi regimi fiscali è destinata al fallimento. Ma prima di Maastricht i federalisti avevano ammonito: una moneta senza governo ha le gambe corte, proprio come le ha avute il “serpente monetario”. I documenti sono agli atti, chi vuole vada a leggerseli. Tutto ciò che i federalisti hanno detto in questi ultimi settant’anni, dall’isola di Ventotene (nel 1941) al congresso di quest’anno a Gorizia, è agli atti e può essere facilmente consultato da qualsiasi realista desideroso di apprendere.
In questi mesi il dibattito pubblico è agitato dall’idea degli eurobond. E’ un’idea federalista, molto più vecchia di tante altre. Li avremo, alla fine, e anche questi ci faranno comodo e ci toglieranno dai pasticci, come tutte le altre volte. Si insegnerà a scuola come andò la battaglia politica per gli eurobond e i bambini scriveranno temi su come è bella e utile l’Europa unita (“perchè il mi’ babbo non aveva più lavoro e poi lo ha ritrovato, e adesso abbiamo una bella casetta e pure un gatto”) e ci saranno anche dei concorsi, e i premi li consegnerà il sindaco.
Poi arriveranno gli esperti con le loro riviste specializzate, e scriveranno dotti articoli inframmezzati da grafici per dimostrare che ci volevano proprio gli eurobond. E saranno tutti d’accordo, e tutti avranno avuto ragione. E tutti torneranno, si capisce, realisti.
I federalisti sono davvero ricchi di pazienza. Tuttavia, adesso forse capisci meglio perchè quando un federalista si sente ancora richiamare a un maggiore realismo fa così fatica a trovare dieci minuti per scrivere una mail di risposta. Ci sono veramente tante, troppe cose utili e urgenti a cui mettere mano. Bisogna fare la finanza pubblica europea e la politica fiscale unica, per tenere in piedi l’euro, come si era detto; fatto questo bisognerà trasformare il Parlamento Europeo in un vero Parlamento bicamerale e la Commissione in un vero governo, perchè altrimenti il deficit democratico si fa insostenibile; e c’è perfino da mettere in piedi un gigantesco piano federale di investimenti per rilanciare lo sviluppo e l’occupazione. E’ tutto semplice e ovvio, ma richiede tempo e impegno. Poi, dopo, come sempre, tutti saranno contenti e staranno molto meglio di prima: senza più guerre mondiali, senza miseria, senza caos monetario, senza disoccupazione.
Va da sé che tutto questo te lo dico in amicizia, perchè tu hai sempre la mia simpatia e la mia stima. Però cerca in futuro di non ripetere troppo spesso questa gaffe: richiamare un federalista al realismo. Si rischia solo di fare brutta figura. Oggi non è prudente per un realista affacciarsi sul palco: perchè è probabile che pioveranno fischi e anche ortaggi. Meglio se ne stia buono dietro le quinte, a riflettere intensamente su che cosa è andato storto.
Permettimi infine di chiudere con una specie di battuta, che mi sembra riassuma bene il succo della questione: un realista è uno che arriva con settant’anni di ritardo, qualche osso rotto e poca voglia di ridere, perchè nessuno gli aveva detto che hanno inventato l’aereo.
iMille.org – Direttore Raoul MinettiiMille.org – Direttore Raoul Minetti






Caro Michele,
Vorrei qui proporti una terza chiave di lettura, non realista nel senso ortodosso, ma che considera l’integrazione europea come il risultato dell’agire di uomini e non di grandi idee.
Perché ho l’impressione, correggimi se sbaglio, che l’Europa non sia proprio nata a Ventotene, né che si sia inspirata ai disegni di un politologo illuminato.
L’integrazione economica, la prima, è nata da accordi tra stati che, in quel momento storico, hanno considerato più efficiente e conveniente risolvere insieme alcuni problemi precisi e settoriali (cf. caso CECA ed EURATOM).
Da questi piccoli passi sono poi emerse nuove occasioni di collaborazione, sono diventate visibili nuove prospettive di integrazione, che prima probabilmente neanche Monnet avrebbe potuto immaginare.
E mi viene spontaneo immaginare che se, alla fine di questa crisi, ci troveremo veramente con un Europa più forte non sarà per una consapevole decisione degli stati membri di cedere parte della sovranità, ma perché questi si troveranno costretti dalle circostanze a prendere delle altre puntuali, specifiche decisioni che creeranno lo spazio per nuove, inimmaginate, possibilità di integrazione, lì dove risulterà vantaggioso.
La politica europea la fanno gli uomini non gli eroi, e questi sono spesso capi di stato tenuti a rispondere ai rispettivi parlamenti. Integrare 27 diversi sistemi fiscali, e di welfare e di difesa (giusto per citarne alcuni) nel rispetto delle regole democratiche non è questione di una notte.
Condivido pienamente la necessità di considerare un Europa più forte una priorità, ma non credo che i semplicismi aiutino nessuno e penso che dell’Italia per tornare a crescere debba ripartire dall’interno del paese e non attaccarsi all’ennesimo alleato salvatore. Parliamo piuttosto delle riforme nazionali che propongono Renzi e Zingaretti.
La domandona del nescio:
Perché oggi non abbiamo un’Europa unita dal punto di vista di alcuni fondamentali aspetti politici (economia, difesa, esteri)?
A) Perché gli Stati volevano tutelare solo le banche
B) Perché è mancata la volontà politica
C) Perché è mancata la capacità politica
D) Altro…
D) altro: perché i popoli europei sono ancora molto nazionalisti. Per me l’europa è stata affossata da quello sciagurato referendum francese, che è stato perso perché:
1) i francesi si sentono superiori e non volevano accettare regole “sociali” da altri, come le chiamano loro;
2) perché era stato indetto da Chirac che tutti detestavano e il referendum è stato visto come un’occasione pubblica per andargli contro. Questo a prova che della sostanza non gli interessava nulla.
Poi alcuni dotti e sofisti sostenitori del NO dicevano che loro erano per il NO per poi riscrivere una costituzione più sociale e tutte le balle dei nazional-comunisti e nazional-socialisti (intesi proprio come PCF e PSF), che si aggiungevano ovviamente alla posizione dichiaratamente nazionalista del FN.
E infatti dal NO francese è iniziato il declino politico … e appena arrivata la buriana il sistema non era pronto. Chapeau alla CGT …
Il problema dell’europa non è un aspetto secondario e come tale non può essere trattato da chiunque voglia far politica oggi nel ventunesimo secolo.
Mi spiace sottolinearlo ma se vi vuole essere realisti occorre far i conti con l’Europa. Da li si deve cominciare se si vuole far politica a tutti i livelli.
Altrimenti si può scegliere di mettere la testa sotto il cuscino e andare avanti come se nulla fosse.
Mi spiace che un giovane come Renzi che vorrebbe aprire la strada a un rinnovamento nel PD non abbia nel suo orizzonte culturale ben chiara quale sia la strada maestra da percorrere.
Cara Giulia,
la tua “terza” chiave di lettura emerge a mio avviso da un errore di fondo importante e grave, sopratutto perché è condiviso da molto intellettuali, studiosi, giornalisti, politici e politicanti: l’Europa NON è nata per motivi economici, settoriale o simili, ma per un preciso motivo POLITICO: mettere la parola fine alle guerre fratricide che hanno insanguinato per secoli il vecchio continente; già il fatto che ciò non venga automaticamente in mente è un successo del processo di integrazione. Dimmi tu se esiste un motivo più politico del governo della Pace e della Guerra.
Volontariamente, per la prima volta nella storia dell’umanità (dopo la fondazione, in un contesto meno eterogeneo, della federazione americana), una forma di organizzazione del potere (lo stato nazionale) si rende conto razionalmente dei suoi limiti e decide di cedere poteri e sovranità ad un livello di governo più elevato. Che poi le strade della conservazione del potere, del nazionalismo e della miopia abbiamo spinto l’incompleta costruzione comunitaria sul campo economico non è un mistero, ma anche in questo caso pensa: è piú facile mettere in comune il mercato o l’esercito? Eppure, nonostante questo, forse non ricordi, ma dopo la CECA siamo arrivati ad un passo dalla CED, la comunitá europea di difesa, dunque l’esercito federale.
Leggiti i libri del tempo, leggiti Einaudi, de Gasperi, Adenauer e vedrai che il ruolo delle avanguardie conta eccome nella storia, e che non è solo il coordinamento degli interessi particolari a guidare gli eventi (si, forse nella fisica, nella meccanica statistica o nei processi biologici le proprietà emergenti dei sistemi sono importanti… ma ci andrei cauto con i sistemi sociali!).
Per non fare il federalista che cita sempre Spinelli, Rossi, Albertini et al., ti cito Keynes: “practical men who believe themselves to be quite immune from intellectual influences are usually the slaves of some defunct economist”. Le idee, sopratutto quelle rivoluzionare ma fondate su un’analisi politica, scientifica e metodologica profonda, plasmano e creano le opportunità di progresso o regresso che possiamo sfruttare in quanto società: i federalisti lo ripetono da 60 anni, poi sta ad ogni singolo cittadino la scelta se stare da parte del progresso o della reazione.
Scusa la risposta un po’ dura, ma ha ragione Michele: spendere tempo a far capire quanto quello che chiamate realismo sia in realtà miopia e incapacità di abbandonare la veduta corta (questo invece è T. Padoa-Schioppa) è frustrante, sopratutto perchè mentre parliamo e scriviamo qua il mondo continua a correre (fregandosene beatamente dei Renzi, e te lo dice un fiorentino), la globalizzazione non si regola da sola e persone perdono il lavoro e vedono le loro speranze di futuro assottigliarsi sempre di più.
Cordialmente,
Simone Vannuccini
Anzitutto complimenti a Michele.
Una precisazione: a me pare che capovolgendo la prospettiva, è proprio la logica del realismo (ortodosso), che ragiona per induzione muovendo dal contesto storico particolare e non viceversa, a suggerire in questo frangente un rafforzamento dell’unione politica ed economica nonché una compiuta democratizzazione della stessa.
Proprio lo sguardo disincantato del “realista” dovrebbe realizzare, prima ancora del federalista, che l’uscita dalla crisi corre sul binario di un’Europa più forte, centralizzata e meno divisa (Kissinger docet).
Ragione per la quale, per quel che mi riguarda, la mia adesione alla corrente del realismo politico (in filosofia e studi politici) va d’amore e d’accordo in questo momento con le mie convinte simpatie per il federalismo.
Un ultimo desiderio:
Mi piacerebbe che la redazione politica de iMille discutesse non solo delle infinite diatribe interne al PD, ma anche di come rendere l’opposizione un interlocutore credibile per i mercati e le autorità europee (casomai un giorno andasse al governo). Non possiamo continuare a discettare del colore della carta da parati di casa nostra, mentre fuori l’intera città è in fiamme.
Non fraintendetemi. Il mio è un invito.
@Francesca: io penso che ti sbagli, sì, e che Simone ti abbia ben corretto. Appellarsi al realismo dei piccoli passi nel novembre del 2011 significa semplicemente non avere realizzato il contesto. Una svista imperdonabile, perchè Francesco ha ragione: la città sta bruciando. E tu te li immagini i pompieri che arrivano a piccoli passetti, uno alla volta, senza fretta se no svegliamo i vicini?
Un certo, cosiddetto realismo si vede ormai superare a destra e a sinistra da molti che fino ad oggi sonnecchiavano nel dormiveglia realista, e che le sirene hanno bruscamente svegliato. Perfino il FMI. Leggi:
http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2011-07-19/possibile-effetto-contagio-crisi-170559.shtml?uuid=Aav0qTpD
E tu sei d’accordo con me: il FMI non è propriamente un covo di sognatori.
E poi, scusa, ma che cos’abbiamo contro gli eroi? Chi la faceva l’Italia, senza l’eroe Garibaldi e i suoi mille piccoli eroi? Chi la pensava l’Europa unita senza l’eroe Spinelli a Ventotene? Chi li faceva gli Stati Uniti d’America senza l’eroe Hamilton? Teniamoceli stretti questi pochi eroi che il destino ci manda, noi poveri ometti che la storia spinge in qua e in lá, come le pare e piace.
Un ultimo appunto: si può definire il pensiero federalista in molti modi, ma non certo come un “semplicismo”. Ti risparmio la bibliografia, che riempirebbe troppe pagine, ma ti invito a un maggior rispetto per un’elaborazione teorica che risale come minimo a Montesquieu e che vanta almeno duecento anni di sperimentazione nella storia.
Sempre tra amici, naturalmente.
Mi intrometto volentieri in questo dibattito. Avete un po’ tutti ragione. Il realismo politico e soprattutto le analisi basate sul mero interesse nazionale degli stati non sono approcci capaci di spiegare il processo di integrazione europea. D’altro canto non può neanche bastare il motore delle idee federaliste a chiarire i passi avanti fatti in quasi sessant’anni, infatti anche i primi studiosi della comunità europea alla fine degli anni ’50 preferivano chiamarsi neo funzionalisti dando rilievo agli interessi economici convergenti oltre che alle idee quali spiegazioni dei primi passi avanti.
Più recentemente approcci che hanno privilegiato il ruolo giocato dagli stati nella costruzione europea hanno comunque visto la formazione delle preferenze degli stati quale riflesso di pressioni sia domestiche che internazionali e quindi dinamiche non guidate dal mero interesse nazionale come direbbero i realisti. Insomma ce n’è per tutti i gusti basta decidere dove posizionare la lente: sui grandi salti fatti nei trattati o sui piccoli passi fatti dalle direttive e dalla giurisprudenza della Corte.
Oggi siamo in uno di quegli snodi storici dove sarebbe davvero necessario un salto in avanti. Purtroppo, come negli anni ’70 rispetto alla crisi petrolifera ed alla fine di Bretton Woods che portò al collasso del serpente monetario oppure come durante la crisi del sistema monetario europeo all’inizio degli anni ’90, siamo prigionieri delle nostre paure.
Cara Giulia e dear All,
credo che il dibattito federalismo versus realismo debba superare un ostacolo formidabile che si trascina da sempre: quello di considerare la politica europea come cosa separata da quella nazionale. Un tempo, forse, era così, ora non lo è più. Lo dimostra la crisi greca, italiana ed in genere dell’eurozona. I due livelli sono mescolati: non si può risolvere la crisi greca, italiana, ecc. se non si risolve quella europea e viceversa. Il problema è uno solo: come risolvere il problema del debito e dello sviluppo, in Europa, quindi in Italia, in Grecia, ecc. Ed allora si vede che ci vuole un governo europeo dotato di poteri e di risorse per dare una risposta positiva a questa domanda e dei governi nazionali che convengano con questa impostazione. Se lo si imposta così allora si capisce che i federalisti non sono sognatori, ma dei veri realisti, mentre è irrealista pensare che la crisi si possa risolvere solo con misure nazionali.
Un’ultima osservazione: l’unificazione europea è un processo che è andato avanti passo dopo passo (Monnet). Ma questo non contrasta con il fatto che, in certi momenti di crisi, il processo richiede uno ‘strappo’ per andare avanti (Spinelli). E’ quando si presenta la necessità di cedere un pezzo di sovranità nazionale per andare avanti. Oggi siamo in questo momento storico: gli stati devono cedere la sovranità fiscale per salvare l’unione monetaria. Non c’è alternativa. E’ in momento come questi che, per essere realisti, occorre chiedere ciò che ai più appare impossibile.
Antonio Longo
a proposito della diatriba tra “federalisti” vs “realisti” secondo una analisi della
McKinsey/CorrierEconomia l’unica soluzione per uscire dalla crisi sono
gli Stati Uniti d’Europa.
Leggere per credere il seguente articolo del Corriere della Sera a firma di Stefano Righi.
- Adesso servono gli Stati Uniti d’ Europa
Quattro soluzioni per battere la crisi nel Vecchio continente, ma solo una appare vincente in prospettiva.
http://archiviostorico.corriere.it/2011/novembre/07/Ricette_Adesso_servono_gli_Stati_ce_0_111107022.shtml
un federalista realista..